giovedì 28 giugno 2012

A cosa servono le tasse. E in particolare l’IMU


Una cosa che nessuno dice mai riguardo alle tasse, è che esse non servono a far entrare denaro nelle casse dello stato, ma ad altri scopi, di cui abbiamo parlato in articoli precedenti sulla crisi finanziaria.
Voglio però soffermarmi nuovamente su questo argomento perché è fondamentale per capire il sistema in cui viviamo e gli scopi di chi ci governa.
Risulterà quindi chiaro dopo questo articolo anche a cosa serve l’IMU. 
Tutte le fonti ufficiali (mass media, politici, ma anche testi di economia e di scienza delle finanze, nonché diritto tributario) sostengono che le tasse servono a far avere soldi allo stato, che verranno poi tramutati in servizi pubblici ai cittadini (strade, scuole, ospedali, ecc.).
Questo errore concettuale di fondo, ad esempio, non solo la si trova in qualsiasi manuale di diritto tributario per le università, ma anche su wikipedia alla voce “tasse”, dove non esiste neanche l’ombra di una voce contraria. 
Appare quindi logico ai più, quando lo stato è in crisi, che la soluzione inevitabile (oltre a quella del taglio alle spese) sia quella di un aumento della tassazione per reperire nuovi fondi. 
In realtà questa mossa non solo è sbagliata, ma produce effetti talvolta completamente opposti rispetto al risultato che – si dice a parole – vuole essere ottenuto. 
Facciamo un esempio. Non c’è bisogno di un genio per capire che un aumento delle tasse del 2 per cento non produce affatto un aumento delle entrate nelle casse dello stato di pari importo. L’unico effetto che viene realmente prodotto invece è quello di una contrazione dei consumi del 2 per cento; l’aumento reale delle entrate statali, invece, si aggira attorno allo 0,01 per cento, perché va ad incidere esclusivamente sui capitali immobilizzati e non su quelli in circolazione. 
Un altro esempio preciserà meglio il concetto introdotto.
Se al dipendente pubblico che guadagna 1000 euro lordi la pressione fiscale aumenta dal 30 al 33 per cento, il dipendente invece di 700 euro ne incasserà 670; tale somma è così bassa che costui sarà costretto a ridurre i consumi. Quelle 30 euro finiranno direttamente nelle tasche dello stato, e non verranno spese in consumi vari. 
Ma se tali soldi fossero stati spesi in beni di consumo, sarebbero comunque finiti nelle tasche dello stato, sia pure per via indiretta; infatti sarebbero andati ad un commerciante (ad esempio al pizzaiolo) che su quelle trenta euro avrebbe pagato circa il 50 per cento di tasse (quindi 15 euro); con le rimanenti 15 euro il pizzaiolo avrebbe acquistato altri beni, su cui sarebbero state ugualmente pagate tasse, e cosi via all’infinito. 
Facciamo un altro esempio. Se io spendo 1000 euro di benzina, circa 750 vanno direttamente in tasse. Le altre 250 vanno al benzinaio, che ne darà circa la metà allo stato, sempre in tasse. Con le restanti 125 il benzinaio comprerà dei beni (cibo, un motorino, libri per la scuola dei figli); questi beni saranno il guadagno di altri imprenditori che pagheranno a loro volta tasse, che compreranno a loro volta beni, in un circuito infinito. 
In pratica tutto il denaro in circolazione va sempre, prima o poi, allo stato. Il modo migliore per aumentare le entrate statali, quindi, non è quello di aumentare l’IVA o le tasse, ma quello di incrementare i consumi, e colpire il mercato nero. 
L’unico denaro che non finisce prima o poi nelle casse dello stato è quello che il cittadino riesce a immobilizzare e mettere da parte; quindi un aumento del prelievo fiscale sulle classi più deboli non ha alcun senso, perché non produce un aumento delle entrate statali ma unicamente un decremento dei consumi (penalizzando sia il cittadino sia l’imprenditore). 
L’aumento delle tasse ha senso solo se viene applicato alle classi agiate, quelle che riescono a mettere da parte soldi in banca. 
In qualunque caso, in ogni sistema fiscale degno di questo nome, esiste una fascia protetta esente da tasse, che è quella dei redditi minimi, perché è un principio ovvio che non ha senso far pagare le tasse a chi guadagna poche centinaia di euro al mese, dato che i guadagni della classi povere finiscono tutti in consumi (e quindi vanno allo stato) e non si traducono in risparmi. 
Da noi, fino a qualche anno fa, erano esenti le fasce di reddito più basse. Da qualche anno invece il prelievo fiscale opera anche su chi ha redditi di poche centinaia di euro al mese, perché il reale motivo è distruggere psicologicamente il cittadino e piegarne la volontà. 
Non a caso i sistemi fiscali più intelligenti (come quello canadese, bulgaro o australiano, per fare qualche esempio) non solo hanno aliquote basse (spesso l’aliquota massima è il 35) ma prevedono sgravi fiscali per chi investe; in alcuni paesi infatti l’utile delle imprese non è tassato se l’imprenditore reinveste i guadagni in ulteriori attività produttive. Il motivo è molto semplice: se l’imprenditore anziché accumulare soldi li reinveste, quei soldi andranno prima o poi allo stato. 
Ad esempio, se Tizio ha guadagnato un milione di euro, darà il 30 per cento al fisco. Se invece quel milione lo investe nuovamente non viene tassato. Perché? Perché con quel milione verranno acquistati macchinari, capannoni, pagati stipendi; i macchinari faranno guadagnare imprenditori che pagheranno le tasse allo stato, i capannoni idem, gli stipendi verranno spesi dai dipendenti in beni di consumo. In sostanza, se lo stato decide di tassare quel milione di euro di utili, il risultato sarà che nelle sue casse andranno solo 300 mila euro; se quel milione non viene tassato, ma reinvestito, nelle casse statali andrà probabilmente quasi tutta la somma reinvestita. 
In conclusione, in molti casi per lo stato è più conveniente non tassare piuttosto che tassare. Senza arrivare agli eccessi di paesi come Bermuda, dove non esiste tassa sul reddito, o Tonga, dove fino a qualche anno fa c’era un’imposta sul reddito del 2 per cento, ci sono esempi di sistemi fiscali che riescono a sopravvivere meglio del nostro, avendo un prelievo fiscale che si aggira attorno al 20 per cento di media; e in alcuni casi, come accade nel Wyoming, possono non esistere tasse sul reddito ma solo imposte indirette. 
In Italia invece le tasse assumono connotazione che sfiorano il ridicolo; l’imposta di registro, ad esempio, che per i terreni è addirittura del 17 per cento (quindi si paga circa il 20 per cento se ci si sommano le imposte ipotecarie, catastali, e spese notarili) è un balzello immorale. Fino a qualche anno fa avevamo addirittura la tassa sugli accendini, e fino all’avvento del governo Berlusconi i commercianti di prodotti alimentari avevano addirittura una… tassa sui frigoriferi (sic!). 
In altre parole, dal punto di vista fiscale fino a qualche anno fa eravamo considerati il peggiore paese del mondo, una vera barzelletta per gli stranieri. Successivamente le regole dell’Unione Europea hanno eliminato alcune tasse prive di logica, come l’IVA al 40 per cento sulle auto di lusso, ma di fondo siamo uno dei paesi peggiori del mondo da questo punto di vista. 
Le tasse quindi – perlomeno quelle di un sistema demenziale come quello italiano – servono unicamente a tenere i cittadini in condizioni di sudditanza, per non permettere che questi abbiano tempo per pensare, evolvere, fare attività politica, informarsi. I cittadini devono sgobbare a testa bassa sei giorni su sette, per poi correre trafelati al supermercato il sabato sera e permettersi al massimo una domenica di svago, dove tutto potranno fare tranne che evolvere. 
Il discorso vale anche per gli imprenditori, che sebbene godano di agi materiali talvolta superiori a quelli dei dipendenti, spesso lavorano febbrilmente anche la domenica pur di far funzionare i loro lussuosi imperi, complicatissimi da gestire a causa delle centinaia di balzelli, controlli, normative, pastoie, ostacoli, posti dalla burocrazia. 
Le reali funzioni dell’IMU. 
A questo punto è facile capire a cosa serve la recente IMU sugli immobili posta a carico di imprese e famiglie. 
Scopo del governo attuale è sfasciare l’Italia definitivamente, e questo è ben chiaro a tutti. 
Ma perché proprio con l’IMU? 
Il motivo è presto detto. 
Occorre tenere presente che le imprese hanno margini di utili abbastanza ridotti. Un grande magazzino, ad esempio, pur avendo incassi stratosferici, di milioni di euro al giorno, ha al contempo anche costi altrettanto stratosferici (dipendenti, luce, acqua, tasse varie, a cui deve aggiungersi il costo vivo delle merce deperibile che spesso viene buttata e il costo della merce invenduta). 
Un’impresa che abbia un margine di utile netto all’anno, rispetto ai capitali investiti, del 10 per cento, può essere considerata florida. 
Molte aziende anche di grosse dimensioni, hanno però margini di utili netti che si aggirano attorno al 2 per cento e anche meno. 
Molte imprese agricole, da qualche anno, possono dirsi fortunate se raggiungono il pareggio del bilancio. 
Questo discorso era valido fino a qualche anno fa. 
Da quando è iniziata la crisi economica molte imprese hanno ridotto i loro margini di guadagno, hanno iniziato a licenziare personale, a tagliare le spese, e in alcuni casi gli imprenditori hanno iniettato liquidità in aziende in passivo per tentare di stare a galla (in altre parole hanno attinto dai loro risparmi personali per risollevare il bilancio aziendale in perdita). 
Molti imprenditori hanno vari immobili in affitto e vivono con le rendite immobiliari. 
Ora la tipologia della media impresa italiana è questa: l’imprenditore ha una o più aziende principali e una o più aziende secondarie; negli anni ha comprato immobili (parte li tiene sfitti per la famiglia, parte li ha riaffittati); in alcuni casi ha trasferito il capannone dal vecchio stabile (che ha dato in affitto) ad uno più grande. 
In questo momento di crisi la maggior parte degli imprenditori ha problemi di liquidità. 
Molti affittuari non pagano più l’affitto; molti smetteranno presto di pagarlo. 
In altre parole l’IMU sottrae liquidità agli imprenditori, che non potranno utilizzare tali soldi per reinvestire; e in alcuni casi, alcuni si troveranno in difficoltà perché non avranno i liquidi sufficienti per affrontare l’esborso imprevisto. 
Il paradosso è che molti imprenditori dovranno pagare l’IMU su immobili da cui non percepiscono più alcun canone di locazione proprio a causa della crisi economica; oltre al danno anche la beffa quindi. Poco tempo fa un imprenditore mi diceva che doveva pagare l’IMU sull’immobile dato in locazione all’ufficio di collocamento, che però non paga l’affitto da mesi; ma il paradosso è quello di un imprenditore a cui non viene pagato l’affitto da circa un anno, per un immobile locato addirittura alla Guardia di Finanza; in compenso l’IMU per un immobile di quelle dimensioni ammonta a decine di migliaia di euro; in sostanza, il proprietario si ritrova a sborsare decine di migliaia di euro di IMU, senza avere una corrispondente entrata come guadagno. 
Stesso discorso, con le dovute varianti, vale per le famiglie. 
In linea generale la famiglia media italiana è proprietaria della casa in cui vive, e se ha più figli spende quasi tutto quello che guadagna in spese scolastiche, vacanze, vitto ecc. 
L’IMU serve quindi ad accelerare la crisi. A sottrarre liquidità alle famiglie e alle imprese, per accelerare lo sfascio. 
Quei pochi imprenditori che avevano da parte dei liquidi e riuscivano a non vivere contando sui prestiti bancari, saranno costretti a mettere mano ai loro liquidi per pagare l’IMU sui loro immobili, in questo periodo spesso improduttivi per insolvenza dell’affittuario. 
Quelli che non hanno liquidi saranno costretti a vendere qualche immobile (il che significa, in un periodo di crisi, che c’è il rischio che non riescano a vendere alcunché) oppure a chiedere un ulteriore prestito alle banche, indebitandosi ancor di più. 
Nelle casse dello stato entreranno probabilmente meno soldi di prima, accelerando il caos e accelerando quell’effetto domino che porterà tutta l’economia italiana al collasso totale nei prossimi mesi. Ordo ab chao.        
Fonte: paolofranceschetti.blogspot.it

mercoledì 27 giugno 2012

LA STORIA A DIVENTARE IL NEMICO


DI JOHN PILGERjohnpilger.com

Al mio arrivo in un villaggio del sud Vietnam, vidi due bambini che testimoniavano la guerra più lunga del 20° secolo. Le loro terribili deformità mi erano familiari. Lungo il Mekong, dove le foreste sono pietrificate e silenziose, piccole mutazioni umane vivono come meglio possono.

Oggi, all’ospedale pediatrico Tu Du di Saigon, una ex sala operatoria è conosciuta come la "sala raduno" e, ufficiosamente, come la "stanza degli orrori". Vi sono scaffali pieni di bottiglie di grandi dimensioni contenenti feti grotteschi.

Durante l'invasione del Vietnam, gli Stati Uniti spruzzarono un erbicida defoliante sulla vegetazione e sui villaggi per far sì che il nemico non avesse alcuna copertura. Lo chiamarono Agent Orange, un misto di diossina e veleni tanto potenti da causare morti fetali, aborti spontanei, danni cromosomici e tumori.

Nel 1970, un dossier del Senato degli Stati Uniti svelava che "gli Stati Uniti hanno scaricato [sul Vietnam del Sud] una quantità di sostanze chimiche tossiche pari a tre chili pro capite, compresi donne e bambini". Il nome in codice per quest’arma di distruzione di massa, Operazione Hades, fu cambiato nel più amichevole Operazione Ranch Hand. Oggi si stima che 4.8 milioni di vittime di Agent Orange sono bambini.

Len Aldis, segretario della Società dell’Amicizia tra Gran Bretagna e Vietnam, è da poco tornato da Saigon con una lettera per il Comitato Olimpico Internazionale da parte dal Sindacato delle Donne Vietnamite, in cui la presidente, Nguyen Thi Thanh Hoa, descriveva "le gravi malformazioni congenite [causate da Agent Orange] di generazione in generazione", e in cui chiedeva al COI di rivedere la sua scelta di accettare la sponsorizzazione delle Olimpiadi di Londra da parte della Dow Chemical Corporation, una delle società produttrici del veleno, che si rifiuta di risarcire le sue vittime.

Aldis ha personalmente consegnato la lettera all'ufficio di Lord Coe, presidente del Comitato Organizzatore di Londra. Non ha avuto risposta. Quando Amnesty International sottolineò che nel 2001 la Dow Chemical acquistò "la società responsabile per la fuga di gas a Bhopal [in India nel 1984, la UnionCarbide] che uccise tra le 7.000 e le 10.000 persone istantaneamente e 15.000 nei successivi vent’anni", David Cameron descrisse la Dow come una "società rispettabile".
Cin-cin allora, mentre le telecamere inquadrano la fascia decorativa da £7.000.000 che ricopre lo Stadio Olimpico: il prodotto di un “accordo” decennale tra il COI e un così rispettabile distruttore.

La storia è sepolta con i morti e deformi del Vietnam e di Bhopal. E la storia è il nuovo nemico. Il 28 maggio, il presidente Obama ha lanciato una campagna per falsificare la storia della guerra in Vietnam. Per Obama, non c'era nessun Agent Orange, nessuna zona di fuoco a volontà, no cecchini, no massacri messi a tacere, nessuna forma di razzismo dilagante, nessun suicidio (tanti americani si tolsero la vita quanti ne morirono in guerra), nessuna sconfitta da parte di un esercito di resistenza estratto da una società impoverita. Era, nelle parole del signor Hopey Changey, "una delle storie più straordinarie di coraggio e integrità negli annali della storia militare degli Stati Uniti".

Il giorno seguente, il New York Times pubblicava un lungo articolo che documentava come Obama scegliesse personalmente le vittime dei suoi attacchi da droni in tutto il mondo. Lo fa i cosiddetti "martedì del terrore" sfogliando le foto segnaletiche di una "lista di persone da ammazzare", alcune delle quali adolescenti, tra cui "una ragazza che sembrava ancora più giovane dei suoi 17 anni". Molti sono sconosciuti o semplicemente in età militare. Guidati da "piloti" seduti di fronte a schermi di computer a Las Vegas, i droni sparano missili Hellfire che risucchiano l'aria dai polmoni e fanno a pezzi la gente. Lo scorso settembre, Obama uccise un cittadino americano, Anwar al-Awlaki, semplicemente per aver sentito dire che stava istigando al terrorismo.

"Questo qui è facile”, disse mentre firmava la condanna a morte dell’uomo, asseriscono i suoi collaboratori. Il 6 giugno scorso, un drone uccise 18 persone, tra cui donne, bambini e anziani, che stavano festeggiando un matrimonio in un villaggio Afghano.

L'articolo del New York Times non è trapelato, e non è neppure un esposto. È semplicemente una mossa da Pubbliche Relazioni architettata dall'amministrazione Obama per mostrare quanto duro possa essere il 'comandante in capo' in un anno elettorale. Se rieletto, Brand Obama continuerà a servire i ricchi, a perseguitare chi racconta la verità, a minacciare Nazioni, a diffondere virus informatici e ad uccidere persone ogni martedì.

Le minacce alla Siria, coordinate da Washington e Londra, scalano nuove vette di ipocrisia. Contrariamente alla propaganda presentata come notizia, il giornalismo d'inchiesta del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung identifica i responsabili della strage di Houla, come i “ribelli appoggiati da Obama e Cameron”. Le fonti del giornale sono i ribelli stessi. La faccenda non è stata del tutto ignorata in Gran Bretagna. Scrivendo sul suo blog personale, pacatamente, Jon Williams, corrispondente della BBC dal mondo, in modo efficace spiattella il suo “reportage”, citando funzionari occidentali, che descrivono l'operazione 'psy-ops' contro la Siria come 'brillante'.

Brillante come la distruzione della Libia, dell’Iraq, dell’Afghanistan. E così brillanti come le “operazioni psicologiche” ultimamente promosse sul Guardian da Alastair Campbell, il principale collaboratore di Tony Blair durante la criminale invasione dell'Iraq. Nei suoi "diari", Campbell cerca di spruzzare il sangue iracheno su quel demonio di Murdoch. Ce n’è così tanto da infradiciarli tutti. Ma il riconoscimento che il rispettabile, liberale, Blair-servile giornale sia stato un accessorio fondamentale per un crimine tanto epico, viene omesso, e rimane una prova singolare di onestà intellettuale e morale in Gran Bretagna.
Per quanto tempo ancora dobbiamo restare sottomessi ad un tale "governo invisibile"? Questa definizione per una propaganda insidiosa, usata per la prima volta da Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e inventore delle moderne pubbliche relazioni, non è mai stata più adatta. La "falsa realtà" richiede amnesia storica, mentire per omissione e mutare quello che è di significato in insignificante. In questo modo, i sistemi politici che promettono sicurezza e giustizia sociale sono stati sostituiti da pirateria, "austerità" e "guerra perpetua": un estremismo dedito al rovesciamento della democrazia. Se applicato a un individuo, lo identificherebbe come psicopatico. Perché mai lo accettiamo?


Articolo nytimes
John Pilger
Fonte: www.johnpilger.com
Link: http://www.johnpilger.com/articles/history-is-the-enemy-as-brilliant-psy-ops-become-the-news
21.06.2012

Pallante: dismisura, il nemico che si traveste da amico


Là dove c’era un mare “del colore dei pavoni”, cullato da “onde cangianti”, ora c’è l’inferno petrolchimico: raffinerie, stoccaggi e cemento, attracchi per le petroliere. E’ la costa di Priolo, venti chilometri tra Catania e Siracusa, devastata dalle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno inaugurate dal profetico patron dell’Eni, Enrico Mattei, l’uomo che aveva osato sfidare le superpotenze energetiche mondiali. Quando precipitò “misteriosamente” col suo aereo il 27 ottobre 1962 a Bascapè, sulle colline dell’Oltrepò Pavese, Mattei tornava da un viaggio-lampo in Sicilia: nel tripudio popolare, dal balcone del municipio di Gagliano Castelferrato aveva appena annunciato la nuova era del metano e del lavoro per tutti. Risultato: quel mare, ora, non è più balneabile. La colpa non è del progresso, dice Maurizio Pallante, ma della “dismisura” del cosiddetto sviluppo, il demone contro ci si batté Pasolini, che pure si appassionò (pericolosamente) al mistero della tragica fine di Mattei.
“Desmesura”, in occitano – lingua madre delle attuali lingue neolatine d’Italia, di Francia e di Spagna – significa “volontà di potenza”, vocazione Jokerall’annichilimento totalitario: la “Chanson de la Croisade”, poema cavalleresco sulla Crociata contro gli Albigesi del 1200, la attribuisce al potere vaticano che, in quell’occasione, oppresse oltre ogni ragionevole limite l’autorità feudale di Tolosa, capitale “ribelle” di uno Stato nazionale virtuale, mai nato, esteso dal Mediterraneo all’Atlantico in quella che, da allora in poi, si chiamò semplicemente Francia. Era un granducato anomalo, le cui finanze erano gestite da contabili ebrei, altrove perseguitati. Uno strano paese, laico e cosmopolita, aperto a molte possibilità di futuro, verso una forma di società straordinariamente avanzata: dalla rivoluzione culturale e sessuale dei Trovatori, cui si ispirò Dante per scrivere la Commedia, fino alla libertà religiosa: i cristiani dualisti di confessione balcanica, che poi l’Inquisizione ribattezzò col termine “Càtari”, avevano la medesima cittadinanza dei cattolici. Il modello sociale occitano, secondo la scrittrice Simone Weil, fu l’ultima apparizione europea dell’Atene di Pericle. E fu sconfitta, sanguinosamente e definitivamente, dall’ultima reincarnazione capitolina, quella del potere che antepone la forza delle legioni alla bellezza suprema della libertà, che si riflette nell’inviolabilità del gesto artistico e del pensiero filosofico.
Tra i versi di una straordinaria poesia dedicata al sacrificio del Battaglione Sacro di Cheronea, Guido Ceronetti celebra in quei caduti l’ultimo bagliore di una civiltà superiore, la prima nella storia dell’Occidente che seppe cantare, con l’Iliade, la dignità e la grandezza dei vinti, preservandone la memoria per l’eternità. “Dismisura” era l’incredibile divario tra la consistenza militare delle Polis democratiche e l’immensa armata imperiale persiana, fermata alle Termopili dai Trecento di Leonida. Se il nemico del mondo è proprio la “dismisura”, per arrestarne l’avanzata occorre innanzitutto una straordinaria dose di coraggio. Ma anche di cultura, aggiunge Pallante, profeta italiano della decrescita: la crisi del mondo, ridotto sull’orlo della “guerra infinita” proprio dalla spaventosa “dismisura” del modello occidentale fondato sul dogma della crescita illimitata, può essere fermata con azioni democratiche di resistenza civile che utilizzino Simone Weill’arma popolare della politica, a patto però che non manchi la necessaria consapevolezza culturale dell’importanza strategica della missione, per il futuro stesso dell’umanità.
Là dove i greci nel VII secolo prima di Cristo avevano fondato le loro colonie più importanti, osserva Pallante in un recente intervento riproposto dal sito delMovimento per la Decrescita Felice, ora sorgono gli inabitabili inferni del Petrolchimico di Gela, emblema di un deserto di macerie che ha tradito ogni aspettativa, divorando il futuro e lasciando dietro di sé uno spettrale paesaggio di rovine. Per Tomasi di Lampedusa, la “dismisura” è stato l’errore della Sicilia, che – per sconfiggere la fame – ha tradito la sua vocazione, che secondo l’autore del “Gattopardo” era quella di “servir da pascolo per gli armenti del sole”. Paesaggio annientato «da un’arroganza tecnologica finalizzata alla produzione di quantità sempre crescenti di merci», scrive Pallante. Risultato: «L’aria è diventata irrespirabile, l’acqua imbevibile, molti terreni agricoli sono stati abbandonati, le percentuali dei tumori e delle deformazioni infantili hanno valori superiori alla media».
L’Italia del dopoguerra, ricorda Renato Barilli, voleva semplicemente crescere e lasciarsi alle spalle le miserie della civiltà contadina, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, liberandosi dai vincoli di un mondo percepito come «riduttivo, chiuso al progresso». Questi, aggiunge Pallante, sono stati i “moventi” del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani, collavoro di secoli,  avevano aggiunto bellezza alla bellezza originaria. Valori: l’immaginario collettivo della crescita, per la persuasione di massa. Un inganno: «La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita». Già, perché il parametro che la misura, il Pil, può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità. L’economia sana, quella orientata al continuo miglioramento della qualità, si fonda sulla misura, perché «produrre più di quello che serve non avrebbe senso». L’altra economia, la nostra, si fonda invece sulla “dismisura”, e trasforma la parola “più” in sinonimo di “meglio”. Il Petrolchimico di GelaErrore: «La bilancia mi dice solo quanto pesa una cosa, ma non se è buona o cattiva».
Oggi, aggiunge Pallante, non è possibile fermare la devastazione dei paesaggi senza una rivoluzione culturale che smonti, nell’immaginario collettivo, il falso valore della crescita. «Tutti i piani regolatori hanno sempre previsto, “per definizione”, consistenti aumenti delle superfici edificabili, indipendentemente dal colore politico delle giunte». Più in generale, «l’edilizia ha svolto una funzione di traino per la crescita economica in tutti i paesi industrializzati». Se il mattone “tira”, produce una crescita che viene spacciata per vero benessere. E se – per citare Barilli – si è convinti che l’urbanesimo costituisca ancora un progresso rispetto alle “miserie della civiltà contadina”, non è possibile ridurre le devastazioni. E’ stata proprio la sapienza contadina, che va assolutamente rivalutata, a costruire paesaggi bellissimi e anche sicuri, sotto l’aspetto idrogeologico. L’edilizia di qualità può aggiungere ulteriore bellezza, ma solo se sposa il paradigma culturale del terzo millennio, ripudiando quello della mera quantità. La decrescita non è privazione, insiste Pallante: c’è differenza, tra chi muore di fame e chi invece sceglie di dimagrire un po’, per guadagnarci in salute. La fame è crisi, recessione, malattia; la decrescita è il contrario: è guarigione.
Il discrimine è semplice: bisogna scegliere, tra beni e merci. L’energia che si disperde in una casa mal costruita non è un bene, ma solo una merce, buona al massimo per incrementare il Pil a nostro danno. Sono un bene, invece, alcune merci utili, accessibili solo mediante il mercato monetario: dal computer fino al macchinario ospedaliero della Tac. Ma, al tempo stesso, se volessimo, potremmo accedere a beni non mercantili, che potremmo auto-produrre, dalle verdure dell’orto fino alle piccole riparazioni domestiche. Beni che, oltretutto, potremmo facilmente e vantaggiosamente scambiare, senza ricorrere al denaro. In questo modo, pian piano, può cambiare ancheVal Susa: No-Tav e repressionel’immaginario collettivo: va bene solo quello che è veramente utile. Nuove case? Prima, avverte il Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, sarà meglio censire l’enorme quantità di edifici vuoti.
Dal dopoguerra ad oggi, continua Pallante, non si è costruito solo troppo, ma anche male: dal punto di vista estetico, ingegneristico, ambientale ed energetico. Per il riscaldamento invernale, i nostri edifici consumano in media 200 chilowattora al metro quadrato all’anno, mentre in Germania la legislazione non consente che si superi un consumo di 70 chilowattora e gli edifici più efficienti ne consumano 15. Serve una nuova politica: come quella che sta attuando Detroit, per decostruzione l’area urbana e ri-naturalizzarla. Una politica urbanistica fondata sulla riqualificazione, a partire da quella energetica, consentirebbe oltretutto di superare la crisi che attanaglia il settore dell’edilizia, dove – più che le politiche fiscali – hanno inciso la saturazione del mercato e il progressivo aumento degli edifici invenduti. «Le possibilità che questa svolta possa avvenire sono maggiori di quanto si creda – conclude Pallante – perché da alcuni decenni non sono più soltanto alcuni architetti e urbanisti illuminati a formulare proposte di questo genere, ma anche settori sempre più vasti dell’opinione pubblica e della società civile, a partire dalla tanto vituperata sindrome Nimby che, seppure non immune da connotazioni egoistiche, ha segnato la rottura dell’egemonia culturale della Pallantecrescita, rimettendo in discussione la sua identificazione col concetto di progresso».
Fine dell’era della “dismisura”? «Oggi un’accoglienza festante come quella ricevuta da Mattei nella piazza di Gagliano Castelferrato non è più immaginabile». Nello scenario attuale, le grandi opere e i grandi impianti industriali che distruggono i paesaggi e la vita degli esseri umani che li abitano – come nel caso emblematico della valle di Susa che resiste al progetto-mostro dellaTorino-Lione – devono essere «imposti con la forza, l’occupazione militare del territorio, la demonizzazione mediatica di chi li rifiuta». Secondo Pallante, oggi più che mai può essere decisiva una saldatura tra questi movimenti e gli intellettuali impegnati a costruire un paradigma culturale diverso, dove il “fare” torni ad essere un “fare bene”, e l’obiettivo del “fare bene” sia la possibilità di contemplare ciò che si è fatto, proprio come facevano gli antichi e, dopo di loro, i contadini. Cultura onesta, per un’economia diversa concepita per noi, non contro di noi. Essenziale, «per imprimere una direzione positiva alla svolta della storia che stiamo vivendo».

martedì 26 giugno 2012

Cartelloni d'Italia


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Doiron: spiazziamo il potere, mettiamoci a coltivare l’orto


Il mio nome è Roger Doiron e coltivo un piano sovversivo. È così sovversivo infatti che ha il potenziale per modificare radicalmente l’equilibrio di potere non solo nel nostro paese ma in tutto il mondo. Non c’è niente di particolarmente radicale o rivoluzionario in un prato. Ma comincia a diventare interessante quando lo trasformiamo in un orto. Suggerirei a tutti voi che l’orticoltura è un’attività sovversiva. Pensate al cibo come a una forma di energia. È ciò che ci alimenta e allo stesso tempo una forma di potere. E quando incoraggiamo la gente a coltivare parte del proprio cibo la stiamo incoraggiando a prendere il potere nelle proprie mani. Potere sulla propria dieta, potere sulla propria salute e un po’ dipotere sul proprio portafogli. Penso che questo sia veramente sovversivo perché stiamo anche, necessariamente, dicendo di sottrarre quel potere a qualcun altro, ad altri soggetti sociali che attualmente hanno potere su cibo e salute.
Pensate a quali possano essere questi soggetti. E guardate anche all’orticoltura come a una sorta di salutare droga di passaggio, potremmo Roger Doiron dire, ad altre forme di libertà alimentare. Poco dopo aver iniziato a coltivare gli ortaggi, dici: “Hey, ora ho bisogno di imparare come cucinarli… poi potrei voler imparare a conservare gli alimenti o a cercare il mercato contadino locale nella mia città”. La realtà è che ci troviamo nel bel mezzo di un’epidemia di obesità che non è limitata al nostro paese, ma si sta diffondendo in tutto il mondo proprio ora. E, in una specie di universo parallelo, vediamo che anche la fame è in aumento e che ne soffrono oltre 900 milioni di persone. È tre volte la popolazione degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i prezzi del cibo nel mondo stanno aumentando mentre la popolazione mondiale sta crescendo e si avvia a raggiungere i 10 miliardi di persone.
Dal 2007 è avvenuto un passaggio fondamentale: da un mondo principalmente rurale a uno principalmente urbano e questo ha implicazioni sul modo in cui sfameremo queste persone, sugli approvvigionamenti di cibo nelle città. Ed è la statistica che dice che per permettere la crescita della popolazione dovremo coltivare più cibo nel corso dei prossimi 50 anni, di quello che abbiamo coltivato nel corso dei 10.000 anni passati. Ora, ciò che rende questo ancora più impegnativo, è che avremo bisogno di coltivare tutto questo cibo con meno. E quando dico meno, intendo un certo numero di cose, meno petrolio, per esempio. I geologi più rispettati credono che abbiamo già raggiunto il picco della produzione di petrolio mondiale. Ora potreste pensare che non ci sia un collegamento fra petrolio e cibo, invece di fatto ce n’è uno molto forte. Ci vogliono 10 calorie di energia da combustibili orto urbanofossili, nel nostro sistema alimentare altamente industrializzato, per produrre una caloria di energia alimentare.
Abbiamo anche bisogno di coltivare più cibo con meno terra coltivabile. Dobbiamo anche coltivare più cibo con minore stabilità climatica e minore diversità genetica. Abbiamo bisogno delle nostre varietà genetiche perché sono una specie di polizza di assicurazione contro il cambiamento climatico. Avremo bisogno anche di coltivare più cibo in meno tempo. Non sto semplicemente parlando della bomba ad orologeria costituita dalla crescitademografica, mi riferisco alla quantità di tempo che noi tutti abbiamo per portare un pasto decente a tavola, 31 minuti. Penso che sia necessario farlo, ma questo significherà che da qualche parte, lungo la strada, dovremo rinunciare a qualcosa. E’ tempo di lasciare la città o addirittura forse di lasciare il pianeta. Ma dove andiamo? Dove andiamo se abbiamo un solo pianeta? E dove andremo quando viaggiare sarà difficile?
Bene, se avete ascoltato i nostri leader politici nel corso degli anni, dovremmo semplicemente andare a fare shopping, giusto? Perché abbiamo questa convinzione incrollabile che possiamo comprare la nostra via d’uscita da qualsiasi problema. Ma la realtà è qualcosa di diverso. Non risolveremo i nostri problemi di cibo e di salute semplicemente passando dalla Coca-Cola tradizionale a qualche futura imitazione “verde”. All’industria alimentare piace farci credere che possiamo dare ai nostri figli tutte le vitamine, i minerali e tutte le sostanze utili a costruire il sistema L'orto della famiglia Obama alla Casa Biancaimmunitario di cui hanno bisogno solo continuando a mangiare le merendine ai cereali. La realtà è molto diversa.
Stiamo perdendo fiducia nel nostro sistema alimentare. Abbiamo tanti alimenti diversi, nei grandi negozi di generi alimentari, ma ci fidiamo sempre meno di questi prodotti. Ed abbiamo meno fiducia nei soggetti che mettono quei prodotti sugli scaffali. Credo che abbiamo la necessità di ridefinire ciò che è il buon cibo. A Berlino, in Germania, qualcuno coltiva ortaggi nei carrelli della spesa, abbandonandoli in giro. Sono patate. Ma oltre a ridefinire cosa sia il buon cibo, abbiamo la necessità di ridefinire i nostri spazi vitali. Al posto di vedere questo come un cortile, ripensiamolo come un servizio di fruttivendolo fai-da-te. Ecco in cosa abbiamo trasformato il nostro cortile. E penso che il messaggio chiave sia questo: gli orti producono buon cibo! Intendo cibo sicuro, salutare.
Un altro messaggio importante è questo: gli orti crescono bambini e famiglie sane. Nell’economia attuale la chiave per far passare questo messaggio è, gli orti aiutano le famiglie a risparmiare. Rispetto a ciò, fidatevi tranquillamente delle mie parole, perché, un paio di anni fa, oltre a tritare gli ortaggi con mia moglie abbiamo tritato numeri. Ed abbiamo scoperto che alla fine, abbiamo risparmiato oltre 2000 dollari coltivando il nostro cibo. Come possiamo ottenere il 26% di tutti i prodotti dagli orti di casa? Potrebbe sembrare tanto, perché probabilmente ora siamo al massimo al 2%. Ma Un orto urbano in Italiaconsiderate che all’apice del movimento degli orti vittoriani, nel secolo scorso, il 40% di tutti i prodotti venivano dagli orti. Possiamo tornare a farlo!
Stiamo usando tutti il codice fiscale per incoraggiare il trasporto e le case verdi, perchè non usarlo per il cibo “verde”? Stiamo parlando di un nuovo pacchetto di incentivi, perché non estenderlo agli orti? Perché no? Che cosa c’è ancora da fare?, abbiamo bisogno di agire localmente ed abbiamo bisogno di accertare che gli orti siano legali. Nel Michigan all’inizio dell’anno una donna, madre di 4 figli, per poco non ha dovuto scontare una sentenza a 93 giorni di carcere per aver coltivato un orto di fronte a casa. Ok? Abbiamo ancora leggi del 20° secolo, dobbiamo aggiornare il nostro codice alle realtà che abbiamo di fronte adesso. All’inizio dell’anno, in alcune grandi città sono passate leggi sulla sovranità alimentare. Ciò permette ai loro residenti non solo di coltivare cibo dove vogliono, ma anche di venderlo come vogliono e a chi vogliono. Penso che questo sia un incentivo Ci sono tantissimi orticoltori là fuori che potrebbero essere interessati ad aumentare la produzione, se potessero, se avessero un incentivo finanziario.
Ma oltre a questo, penso che abbiamo bisogno di riesaminare le infrastrutture che abbiamo in opera per gli orti. Penso che abbiamo bisogno di creare nuove infrastrutture e questa è una delle cose sulle quali sta lavorando la mia organizzazione. Un’infrastruttura di comunicazione, con base locale che consenta agli abitanti della stessa zona di connettersi l’un l’altro e di aiutarsi a vicenda. Penso che questo ci manchi al momento ma lo possiamo fare, di sicuro la tecnologia c’è. Penso che c’è bisogno che la gente si frequenti anche a livello locale. Abbiamo bisogno di una rete di fattorie suburbane. Ancora una cosa di cui abbiamo bisogno è di non perdere il lato conviviale del cibo: il cibo è al meglio quando è delizioso, e gli orti possono contribuire a riportare un po’ di quella vibrazione di una comunità. Incrementare l’accesso al cibo è la più grande sfida che abbiamo di fronte. Gli orti di casa saranno una parte chiave della soluzione e rappresentano un investimento sicuro. Ognuno di noi ha un ruolo da svolgere. Coltiva il tuo orto sovversivo adesso!
(Roger Doiron, estratti da “Orti sovversivi”, intervento ripreso integralmente dal blog di Beppe GrilloDoiron è fondatore di “Kitchen Gardeners International”, rete non profit composta da 20.000 persone in 100 paesi).

Petrini: tutti agricoltori, per salvare il mondo dai banchieri


Dopo la battaglia per l’acqua vinta esattamente un anno fa con i referendum, è giunto il momento di far partire quella per il suolo: dobbiamo trasformarci da consumatori in co-produttori, perché il nostro modo di mangiare è il primo atto agricolo ed è in grado di cambiare un modello di produzione che ci sta portando sull’orlo del baratro. Dobbiamo scegliere i gruppi di acquisto solidale, i mercati dei produttori locali e soprattutto essere coscienti e informati per sostenere una nuova forma di resistenza. I nostri nonni stenterebbero a crederlo, siamo una società che spende più per dimagrire che per mangiare. Non ho nostalgia per il mondo antico, ma dobbiamo far tornare i giovani alla terra e al mestiere di contadino, perché c’è più saggezza e conoscenza in un contadino che in un banchiere.
Sono loro, i contadini, che difendono il suolo dai dissesti idrogeologici, che razionalizzano l’uso delle risorse idriche, che conservano la memoria. Carlo PetriniOccorre quindi mettere in campo gli strumenti economici e culturali necessari a far tornare ai giovani la voglia e l’orgoglio di coltivare la terra. Ma finché gli agricoltori sono costretti a vendere un litro di latte a 30 centesimi al litro e un quintale di grano a 14 euro, questo non sarà possibile. Riformare il modo di provvedere al nutrimento di un pianeta in continua crescita demografica è il primo tassello per uno svilupposostenibile. Ma il cambio di paradigma non arriverà da improbabili accordi internazionali siglati all’imminente conferenza di Rio+20.
Il summit non porterà a nulla, perché si potrà solo prendere atto che questa governance è fallita. Ma Rio sarà una tappa nel cammino di quelle che Edgar Morin chiama “le comunità di destino”. Ce ne sono migliaia in tutto il mondo e rappresentano una realtà vera e crescente, fatta di gente che sente il peso della responsabilità, anche se non ha rappresentanza perché la politica dorme e non se n’è accorta, mentre è lì che dovrebbe stare, soprattutto la mia amatasinistra. Eppure, la “primavera” sta arrivando.
(Carlo Petrini, estratti dell’intervento del 20 giugno 2012 a “La Repubblica delle idee”, ripreso dal sito del Movimento per la Decrescita Felice).

lunedì 25 giugno 2012


iKube: il generatore di energia elettrica fotovoltaico portatile

iKube è un generatore fotovoltaico mobile pronto all'uso in grado di garantire fino a 3 kW di potenza.
Ideato allo scopo di fornire energia elettrica in tutte quelle zone del globo non coperte da una rete elettrica e per tutti gli utilizzi che richiedono di poter spostare la propria fonte di energia.
  iKube può funzionare anche in assenza di sole offrendo il vantaggio della compattezza, silenziosità, assenza di fumi e costi di
carburante. Le batterie contenute nella base di solo 1 m3 vengono ricaricate dal generatore fotovoltaico che, con la sua vela di 9 m2 , sviluppa una potenza di 1,5 kW.
Liberati dal costo dei consumi, Porta con te l'energia, Aiuta l'ambiente a tornare pulito: con iKube    ENERGIA … dove TU la vuoi !

Fornendo una potenza di 3KWh (che nel mese di Luglio diventa 7 KWh!) è possibile usarlo per uso domestico ovvero per fornire energia elettrica alla tua abitazione. Il prezzo non è esposto sul sito dell'azienda ma sono presenti i recapiti per contattarli.
Per approfondire l'aspetto tecnico puoi leggere questa Relazione Tecnica.
L’idea di un generatore fotovoltaico compatto e portatile nasce dalla convinzione che l’accesso all’energia rinnovabile sia un diritto di tutti e non un’esclusiva di pochi. Infatti, le problematiche legate all’installazione di un impianto di pannelli solari sono molteplici e vanno dallo studio di fattibilità al sopralluogo, dalla realizzazione delle strutture per le batterie alla messa in funzione e collaudo. Non tutti, quindi, sono nelle condizioni di poter costruire un impianto fotovoltaico “stand alone” in piena regola.
iKube, invece, è un generatore pronto all’uso in grado di garantire fino a 3 kW di potenza e le 8 batterie Piombo-acido AGM classe C20 da 245 Ah, contenute alla base della struttura, vengono ricaricate dall’impianto stesso, assicurando oltre 11 kWh di energia accumulata.
La produzione, la promozione e la commercializzazione del primo iKube al mondo è iniziata con la fine del 2010 e Pro 3D intende imporsi sul mercato internazionale degli impianti fotovoltaici e solari termici chiavi in mano.

Eolico domestico: come realizzare in casa una turbina fai-da-te


Negli ultimi anni, l'energia eolica si è affermata sempre più come una delle energie rinnovabili per eccellenza, e non sono pochi gli esempi di impianti domestici realizzati dalle aziende di settore, comprese quelle italiane. Stessa cosa, tuttavia, non si può dire per gli impianti domestici realizzati da privati, ovvero, per usare una formula più accattivante, le mini-centrali fai-da-te. I tentativi ci sono stati, non c'è dubbio, ma quello che vi presentiamo oggi è di certo l'esperimento più riuscito e – soprattutto – semplice da replicare!

Innanzitutto un po' di storia. Il primo esemplare di Zoetrope – questo il nome della turbina fai-da-te – è stato commissionato da Mike Marohn, cittadino di Washington con il pallino dell'energia pulita. Volendo soddisfare parte del fabbisogno energetico impiegato per il riscaldamento dell'acqua, Mike si è rivolto alla Applied Sciences, un non meglio precisato gruppo di ricercatori/scienziati che conducono progetti in vari campi delle scienze (un'occhiata al loro sito web vi schiarirà le idee). Armato di oggetti raccattati un po' nei negozi di elettronica un po' on-line un po' “anywhere”, il gruppo A.S. ha quindi sfornato uno strano cilindro, che tutto sembra... tranne una turbina eolica!
Eppure, Zoetrope è proprio questo: un mini-impianto che, grazie a una serie di assi concave disposte a raggiera in posizione verticale, è in grado di produrre fino a 150-200 watts di energia elettrica. Non molto, è vero, ma bisogna considerare che un simile risultato lo si ottiene con una velocità del vento di 30 km/h circa, condizione comune in molte zone d'Europa e d'Italia.
Inoltre, alcune parti della turbina possono sopportare raffiche fino a 100 km/h... altre no. Insomma, qualche miglioramento lo si può fare.E infatti, messo a punto il prototipo, alla Applied Sciences hanno pensato bene di pubblicare le relative istruzioni, conferendo al tutto una dimensione “open source”. Chiunque vorrà contribuire al miglioramento di Zoetrope è quindi pregato di farsi avanti!
A questo link troverete le istruzioni – in lingua inglese (file pdf) – per costruire la vostra turbina eolica.

venerdì 22 giugno 2012

LA DEUTSCHE BANK E IL PIANO DI DISMISSIONI PER I GOVERNI UE


DI
SALVATORE CANNAVO’ 
ilfattoquotidiano.it 
 Un piano di dismissione gigantesco, proporzionale a quello che coinvolse la ex Germania dell’Est dopo la riunificazione del 1990. E’ questa la richiesta che la Deutsche Bank ha fatto all’Europa, e in particolare al governo tedesco, in suo rapporto di qualche mese fa e che ora abbiamo potuto leggere. Il documento è del 20 ottobre 2011 e si intitola “Guadagni, concorrenza, crescita” ed è firmato da Dieter Bräuninger, economista della banca tedesca dal 1987 e attualmente Senior Economist al dipartimento Deutsche Bank Researc. 
Un testo importante perché aiuta a capire meglio cosa sono “i mercati finanziari”, chi è che ogni giorno boccia o promuove determinate politiche di questo o quel governo. La richiesta che è rivolta direttamente alla cosiddetta Troika, Commissione europea, Bce e Fmi è quella dellaprivatizzazione massiccia e profonda del sistema di welfare sociale e di servizi pubblici per un valore di centinaia di miliardi di euro per i seguenti paesi: Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Il rapporto stretto con gli “attacchi” dei mercati internazionali si vede a occhio nudo
Gli autori del rapporto hanno come modello di riferimento per questo piano di privatizzazione il vecchio Treuhandanstalt tedesco (l’Istituto di Gestione fiduciaria che, tra il 1990 e il 1994 garanti la dismissione di cira 8000 aziende dell’ex Ddr soprattutto a vantaggio delle imprese dell’Ovest). Stiamo parlando di un valore patrimoniale di 600 miliardi di marchi tedeschi del 1990 secondo le stime ufficiali, circa 307 miliardi di euro attuali. Nonostante quell’agenzia abbia terminato il suo lavoro con una perdita di 256 miliardi di marchi, lo schema viene riproposto nel documento Deutsche Bank – e a giudicare dalle intenzioni, anche dai progetti governativi: “La situazione difficile sui mercati finanziari non è un ostacolo – scrive il rapporto. Una modalità consisterebbe nel trasferire gli attivi a un’agenzia incaricata esplicitamente di privatizzazione. Questa potrebbe in seguito, a seconda della congiuntura dei mercati, scaglionare la vendita nel tempo”. Si mette tutto in un fondo comune, dunque, senza fare di questa o quella privatizzazione l’emblema del progetto, in modo da non sapere più cosa e quando viene venduto, aggirando eventuali opposizioni.
Il capitolo che riguarda l’Italia è molto dettagliato, al pari di quelli degli altri stati. Dopo aver fatto una breve disamina della situazione pregressa – dall’Iri alle privatizzazioni di Telecom e delle altre grandi aziende – il documento ammette che “lo stato nel suo complesso nel corso dell’ultimo decennio si è ritirato in modo significativo” da diversi settori. Però esistono ancora “potenziali entrate derivanti dalla vendita di partecipazioni in grandi aziende”. Almeno 70-80 miliardi. Ma“particolare attenzione meritano gli edifici pubblici, terreni e fabbricati. Il loro valore è stimato dalla Cassa Depositi e Prestiti per un totale di 421 miliardi”. E, si aggiunge, “la loro vendita potrebbe essere effettuata relativamente con poco sforzo”.
Secondo i dati ufficiali, è di proprietà dello Stato (comprese le regioni, i comuni) un patrimonio complessivo di 571 miliardi, ossia quasi il 37% del Pil”. Quindi, non si tratta di vendere solo qualche quota di Eni o Enel ma interi pezzi del patrimonio pubblico “in particolare l’approvvigionamento di acqua”, misura che appare “utile” soprattutto per via delle “enormi perdite, fino al 30%, dell’acqua distribuita”.
In effetti il testo dedica molto spazio ai servizi pubblici, non solo l’acqua pubblica: “A differenza delle telecomunicazioni, certe parti del settore energetico e dei trasporti (innanzitutto ferroviari) sono ancora suscettibili di privatizzazioni radicali e di una deregolamentazione, da condurre nell’insieme dell’Europa”. E nel testo non c’è alcun imbarazzo a scrivere che “in principio, la privatizzazione di servizi pubblici di interesse generale presenta dei vantaggi, come ad esempio l’approvvigionamento d’acqua, la gestione delle fognature, l’assistenza sanitaria e le attività non statali dell’amministrazione pubblica”.
Oltre all’Italia, come detto, il rapporto si occupa di altri paesi. La Francia, ad esempio dovrebbe avere circa 88 miliardi di euro di beni capitalizzabili sul mercato, il 4,6% del Pil ma, spiega la Deutsche Bank, “l’intervento statale nell’economia va oltre queste cifre”. Ci sono le infrastrutture, le centrali idroelettriche a partire dall’Edf che è di proprietà statale e ampi spazi del settore bancario. Per quanto riguarda la Spagna, l’accento è posto sulla vendita di aeroporti, sui servizi di navigazione, i cantieri navali, le Poste, le ferrovie. Infine, per quanto riguarda la Grecia, si ricorda che gli impegni presi dal paese nei confronti della Troika riguardano il 22% del Pil, circa 50 miliardi di euro di privatizzazioni. Ma, si sottolinea, “lo Stato controlla il 70% del Paese”, quindi c’è ancora molto da fare.
Salvatore Cannavò 
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it 
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/19/la-deutsche-bank-e-il-piano-di-dismissioni-per-i-governi-ue/267410/