lunedì 27 febbraio 2012

Islanda: alla sbarra azionisti e banchieri


Fonte: Rinascita.eu *
L’Islanda vuole fare chiarezza sul più grande fallimento delle banche avvenuto nel 2008.
E’ di ieri la notizia che nel corso delle indagini sul crollo della Kaupthing Bank si stanno facendo enormi passi in avanti per capire cause, collusioni e colpevoli. Furono tre le banche islandesi, tra cui la Kaupthing Bank che fallirono, all’epoca del crack finanziario, a causa dei debiti accumulati. Debiti enormi, equivalenti a più di 10 volte il Prodotto interno lordo islandese. Da parte sua il governo di Reykjavík decise di contrarre un debito multimiliardario con il Fondo monetario internazionale per fare fronte al crack. Debito che il popolo islandese si è rifiutato apertamente di ripagare seguendo l’esempio dell’Argentina.
Ma veniamo alle indagini in corso. Le accuse, frutto del lavoro compiuto dal procuratore speciale islandese Olafur Hauksson hanno puntato il dito contro l’ex Ceo della Kaupthing Bank, Hreidar Sigurdsson, e contro il presidente Sigurdur Einarsson, accusati entrambi di frode e malversazione. E per questo dovranno comparire in tribunale il prossimo 7 marzo. La decisione del procuratore speciale rappresenta il culmine di tre anni di indagini per investigare sul comportamento criminale, prima, durante e dopo gli eventi che hanno portato al collasso dell’Islanda. Il professore di Economia dell’Università islandese, Thorolfur Matthiasson Said, ha commentato i risultati delle indagini: “E’ un buon momento questo per il popolo islandese, molti dei quali sono ancora arrabbiati per i fatti del 2008”. Intanto l’agenzia britannica contro le frodi finanziarie (Serious Fraud Office – SFO) è stata costretta ad ammettere i suoi errori nel modo in cui ha gestito l’inchiesta sulla Kaupthing Bank che ha coinvolto il tycoon proprietario della stessa, Vincent Tchenguiz, residente in Gran Bretagna, e suo fratello Robert.
Da parte suo il britannico SFO è riuscito a capire il ruolo delle diverse sedi della banca islandese e a ricostruire le operazioni dell’istituto compiute nel Regno Unito, insieme al ruolo di alcuni azionisti, tra cui i fratelli Tchenguiz. Già nel 2010 è stato arrestato a Reykjavik dalle autorità islandesi Sigurdsson, e l’anno dopo la SFO ha incarcerato i fratelli Tchenguiz. Anche se poco dopo sono stati scarcerati. Ma ora siederanno di nuovo sui banchi degli imputati. Insieme a loro sono accusati anche l’ex presidente della Kaupthing Luxembourg, Magnus Gudmundsson, e il secondo maggior azionista della banca, Olafur Olafsson. Si è riusciti così a risalire ai protagonisti di uno dei tre istituti di credito coinvolti nel collasso finanziario del 2008. Il popolo islandese aveva capito bene chi erano i colpevoli e per questo aveva imposto al proprio governo la scelta di ignorare i diktat del Fondo monetario internazionale svalutando la moneta e congelando i fondi dei creditori stranieri depositati negli istituti di credito in fase di liquidazione. Scelte chiare quelle dell’Islanda, mentre nell’Eurozona si preferisce invece varare manovre finanziarie lacrime e sangue che impongono enormi sacrifici ai cittadini senza risultati concreti se non quelli di gettare i popoli nel vortice della recessione e della povertà. L’Islanda e la sua gente rappresentano perciò l’eccezione e il coraggio. Un coraggio che ha garantito a Reykjavík di ridurre l’inflazione al 5% e che sta riuscendo ad incrementare il Prodotto interno lordo del 2,8%. Successi questi raggiunti dopo aver rifiutato le direttive del Fondo monetario internazionale che avrebbero strozzato l’economia islandese.           

Ungheria nel mirino


Ungheria nel mirino di Umberto Mazzei* - Fonte Página 12 - Visto su http://www.comedonchisciotte.org
Le banche centrali si definiscono indipendenti se obbediscono ai dettami della banca internazionale. Il caso dell’Ungheria è rivelatore. Nel nuovo parlamento, hanno approvato modifiche alla costituzione ungherese con una maggioranza qualificata. Il cambiamento rilevante è la composizione della Banca Centrale dell’Ungheria, che migliora la supervisione del governo sulla propria moneta, il fiorino.
È scoppiato il pandemonio nell’Unione Europea. Il Primo Ministro, Victor Orban, è stato chiamato despota nazionalista e antidemocratico, tra altri epiteti peggiori. Washington ha parlato di “inquietudine” per la riforma. Parigi, del “problema con l’Ungheria” per la “deriva nazionalista e autoritaria” del governo. I media, del “grande debito pubblico dell’Ungheria” (Le Figaro), che è dell’80 per cento del PIL, come in Germania. Il FMI, la Banca Mondiale e l’UE hanno congelato i prestiti all’Ungheria. Il fiorino è crollato.
Tutta la sera del 18 gennaio l’Ungheria è stata sul banco degli imputati davanti al Parlamento Europeo. È criticata perché menziona Dio nella sua costituzione, come se altri paesi europei, come la Gran Bretagna (Dieu et mon droit, Dio è il mio diritto, ndt) o extraeuropei come gli Stati Uniti (In God we Trust, Crediamo in Dio, ndt) o musulmani (in nome di Allah) non lo menzionassero. È per pura ipocrisia. Quello che dà fastidio è che sia l’Ungheria a controllare la sua Banca Centrale.
In sintesi, si esige che il popolo ungherese, pur non utilizzando l’euro, rinunci a esercitare controlli, attraverso le autorità che ha eletto, sulla sua banca centrale. È stata commovente l’unanimità dei parlamentari della sinistra europea per difendere l’indipendenza delle banche centrali, per dare libertà ai “tecnocrati” imposti dal settore finanziario privato. Nel suo discorso, Daniel Cohn Bendit, è arrivato ad avvertire di possibili derive autoritarie stile Chàvez.
Si è anche sentito l’antico maoista, riciclatosi in liberista atlantista e attuale presidente dell’Unione Europea, Manuel Barroso, spiegando cosa significa rispettare la democrazia, punire con sanzioni finanziarie e altre ancora uno Stato membro dell’UE per una Costituzione votata nel suo Parlamento.
La Commissione Europea ha dato all’Ungheria un mese di tempo per emendare la sua Costituzione. I burocrati di Bruxelles – che nessuno ha eletto – vogliono annullare le riforme approvate da una maggioranza travolgente in un Parlamento eletto con un voto popolare. Il partito Jobbik già prepara un referendum popolare per uscire dall’UE.
In America latina ci sono stati episodi recenti che hanno a che fare con l’indipendenza delle banche centrali. Due anni fa l’Argentina voleva usare le sue riserve per pagare il debito, ma il presidente della Banca Centrale, Martin Redrado, preferì pagare gli interessi alle banche creditrici. Alla fine, nonostante l’appoggio internazionale, dovette rinunciare.
Questi fatti obbligano a ricordare la storia delle banche centrali e della loro funzione. L’emissione del denaro è una prerogativa dello Stato, che si fa secondo le necessità del paese. Parallelamente c’è stata l’attività dei cambiavalute, dai mercanti di shekel per il culto a Gerusalemme (moneta utilizzata dagli ebrei per pagare i sacrifici pubblici, ndt) fino ai banchieri italiani del Medioevo. Questi ultimi diedero alla banca privata la sua prima forma: custodire il denaro altrui ed emettere certificati di un valore riconosciuto, che circolavano a livello internazionale dietro la riscossione di una commissione.
Nel 1694 i due ruoli si fusero con la creazione della Banca d’Inghilterra. Fu una società privata, con azionisti segreti, che utilizzò in grande scala la riserva frazionaria, ossia emettere certificati di credito su un denaro che non si ha e incassare interessi su questi prestiti. È il modello della Federal Reserve degli Stati Uniti, un gruppo di banche private finanzia il governo statunitense con denaro inventato in cambio di Buoni del Tesoro che pagano interessi.
Guadagnare denaro con l’emissione non ha senso: si crea molto denaro per fare bolle e si vende; si ritira denaro perché si abbassino i prezzi e si compra. È il meccanismo attuale della finanza internazionale. I banchieri lucrano con il debito pubblico e la speculazione, a spese della gente.
Il debito pubblico dell’Eurozona, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (al 2011) vale già 32 trilioni, la metà del Prodotto Mondiale (65 trilioni) e la causa è un aumento repentino provocato dal salvataggio delle banche private, rovinate nelle loro speculazioni, con denaro pubblico.
La causa non è la spesa sociale o il welfare europeo, come sostengono alcuni interessati a demolirlo per precarizzare ancora di più il lavoro e aumentare i profitti con salari bassi. La frode finanziaria continua con l’inflazione di attivi in bolle speculative per migliorare i bilanci. Il traffico con i famosi derivati non diminuisce anzi aumenta: da 601 miliardi nel 2010 a 707 miliardi nel 2011, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. È facile pronosticare che il 2012 vedrà crescere l’indignazione insieme agli indegni.
 
* Umberto Mazzei è Professore di Scienze Politiche dell’Università di Firenze e direttore dell’Istituto di Relazioni Economiche Internazionali a Ginevra.

venerdì 24 febbraio 2012

AD UN ANNO DAL COLPO DI STATO IN LIBIA


 AD UN ANNO DAL COLPO DI STATO IN LIBIA
Postato il Mercoledì, 22 febbraio @ 04:50:04 CST di carlo
 
 
 GeopoliticaPENNA BIRO intervista PAOLO SENSINI
PennaBiro.it

Il 17 febbraio dell'anno scorso gruppi armati a Bengasi attaccavano i posti di polizia e le sedi governative. Mentre in Tunisia e in Egitto vi erano state grandi manifestazioni popolari contro i rispettivi governi, in Libia stava accadendo qualcosa del tutto diversa. Una azione armata fin dall'inizio e, si scoprirà dopo, organizzata prima a Parigi e appoggiata sul terreno con commandos francesi e inglesi prima dei bombardamenti americani. "Libia 2011", scritto da Paolo Sensini e uscito nell'ottobre scorso, è un libro allo stesso tempo coraggioso e obiettivo che traccia una breve storia dei rapporti tra Italia e Libia a partire dalla guerra coloniale del 1911 e che descrive gli avvenimenti dell'anno scorso e in cui si può già intravedere l'epilogo, con il bombardamento finale su Tripoli e la barbara uccisione di Gheddafi.

Abbiamo posto all'autore alcune domande.


Nel tuo libro hai denunciato la mistificazione dei fatti successi in Libia. La propaganda dei mezzi di informazione, a partire da Al Jazeera – televisione controllata dall'emiro del Qatar – riuscì a capovolgere la verità, presentando la reazione del governo legittimo di Gheddafi contro gli attacchi armati dei gruppi di Bengasi come una aggressione al popolo libico e inventando di sana pianta "fosse comuni con 10.000 morti" rivelatesi poi completamente false. Per uno scrittore come te, ma anche per la gente normale che guarda la tv ma che ama la verità, che insegnamenti possiamo trarre da questa vicenda?

L'insegnamento è che a livello mediatico si può costruire qualsiasi tipo di percezione della realtà, in particolare la "costruzione" delle vicende belliche. Nel caso libico come in tante altre occasioni precedenti e anche presenti – ad esempio la Siria – si può capovolgere la realtà dei fatti e costruirne una per gli interessi geostrategici, politici, economici della grande potenza USA e dei suoi vassalli, quelli europei come quelli del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Emirati arabi uniti, Oman). Ciò è avvenuto prima contro la Libia, oggi contro la Siria e un'operazione analoga è in vista contro l'Iran.
Si tratta di spaccare la Siria come la Libia sulla base di linee etnico-religiose. In altre parole, si cerca di disarticolare un grande stato unitario per creare frammenti in guerra gli uni contro gli altri.
Quella in Siria è una operazione molto simile a quella fatta contro la Libia. Ci sono sul campo molti uomini che hanno installato l'attuale potere in Libia, come Abdel Akim Belhadi, comandante militare di Tripoli, con alcune migliaia di miliziani libici attualmente operanti tra il nord della Turchia e la Siria che lanciano attacchi contro l'esercito siriano. Ma di ciò, purtroppo, l'opinione pubblica è tenuta completamente all'oscuro.

Lo scenario apocalittico viene inscenato ora per la Siria dalle stesse TV, Al Jazeera e Al Arabiya in prima linea, poi dalla CNN e via via da tutti i mezzi d'informazione occidentali. Insomma, tutti i grandi media ripetono più o meno la stessa filastrocca sui ribelli che vogliono la democrazia e il regime cattivo che bombarda tutti….

Qualche giornalista si dissociò dall'operazione di mistificazione intuendo che questa era funzionale all'aggressione alla Libia. Cosa è rimasto di questo dissenso? Sono state prese misure nei confronti dei mezzi di informazione che divulgarono notizie false, o tutto è andato nel dimenticatoio? Qualcuno, nel mondo dell'informazione e tra le forze democratiche che pure esistono nel cosiddetto Occidente, ha pensato a un qualche strumento che ci permetta in futuro di non trovarci disarmati di fronte a nuove campagne di falsificazione che poi favoriscano nuove guerre?

Purtroppo si è fatto molto poco in questo senso. Nei media ufficiali, che informano la maggioranza della popolazione, la linea è sempre la stessa, non c'è nessuna inversione di tendenza.

Le uniche informazioni che, al momento, garantiscono un maggiore livello di affidabilità, si trovano soprattutto in rete. Esistono una serie di siti e blog, in inglese ma anche in italiano, dove circolano informazioni ben documentate, serie e affidabili, ma i grandi media continuano sulla stessa linea – ed è molto poco probabile che nell'immediato futuro si comportino diversamente – perché sanno che il cittadino medio tende a prendere per buone le notizie che gli vengono continuamente scodellate lungo tutto l'arco della giornata.

L'Italia, che è un paese a sovranità molto limitata e alla mercé delle grandi potenze – soprattutto gli USA, ma anche di Francia e Gran Bretagna –, è una foglia al vento che non riesce più a tutelare minimamente i propri interessi strategici. In Libia, a causa della guerra, è venuto a mancare un rapporto molto importante per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico, ma nonostante questo il ministro degli esteri Giulio Terzi ha varato in questi giorni un embargo contro l'Iran, voluto in primo luogo da USA e Israele, che riduce ulteriormente le risorse del nostro fabbisogno petrolifero. Tutto questo dopo che la quota di partecipazione dell'ENI nella costruzione del gasdotto Southstream – insieme a Gazprom – è scesa dal 50 al 20% e il progetto rallenta. E' una situazione che pone problemi molto seri che attiene la fornitura energetica del paese e che in ultima istanza incide e inciderà in misura sempre crescente su tutto il sistema della produzione nazionale.

Un fatto che lasciò sconcertati fu che paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza all'ONU, Russia e Cina – gli altri tre, USA Francia e Gran Bretagna, sostenevano l'intervento militare – non usarono questo diritto in modo da inviare sul campo una commissione che verificasse i fatti. In particolare il governo di Putin, che aveva avviato vari piani di collaborazione anche in campo petrolifero con la Libia, non fece quanto avrebbe potuto per impedire l'aggressione. Come te lo spieghi?

E' difficile darsi una spiegazione precisa : forse non prevedevano quanto in seguito sarebbe avvenuto. La lettera della risoluzione del Consiglio di Sicurezza riguardava una "no-fly zone"; da lì a bombardare il paese e cambiarne il regime ce ne passa. Probabilmente non si aspettavano che lo scenario precipitasse così rapidamente o magari auspicavano un esito diverso (forse addirittura una maggiore resistenza). Un intervento così diretto, massiccio, immediato e brutale forse non era prevedibile da parte di chi si riempie continuamente la bocca di legalità internazionale.

La Russia ne esce comunque molto danneggiata, dato che stava sfruttando grossi giacimenti assieme all'ENI nel Fezzan. La Cina,a sua volta, aveva 20 mila lavoratori in Libia che sono stati tutti evacuati appena è scoppiata la guerra ; non solo, l'Africom – il comando USA per l'Africa che sinora era basato in Germania – cercherà di espellere o almeno arginare la penetrazione cinese in un continente strategico per materie prime e risorse in generale, così come cercherà di creare una propria sfera d'influenza in Africa in cui la NATO non era finora riuscita a penetrare.

Nel tuo libro citi il punto di vista di un ex Capo di stato maggiore dell'Aeronautica italiana secondo il quale "le operazioni militari italiane, come dimostra la crisi libica, sono sempre accompagnate da ambiguità e ipocrisia". Berlusconi aveva costruito la sua politica estera sull'asse con l'est, cioè la Russia, e il sud, la Libia, con un ruolo centrale dell'ENI, nonché con la benevolenza degli USA in cambio di un sostegno italiano in Afghanistan. A un certo punto, per l'esattezza dopo il 14 dicembre 2010, dopo il voto di sfiducia in cui Fini fu sconfitto, ha completamente subìto l'azione della Francia, lo scaricamento da parte di Obama, le decisioni del nostro Capo dello Stato e ha permesso l'attacco a un paese amico cui ci legava un trattato di amicizia. Perché a tuo avviso non fu almeno tentata la strada proposta dalla Germania cioè di non entrare nel conflitto?

Come forse ricordate, la prima posizione di Berlusconi fu di non partecipare militarmente all'operazione. Il 22 aprile, venerdì di Pasqua, venne in Italia John Kerry, presidente della Commissione Esteri del Senato USA,a Pasqua ci fu la telefonata con Obama e da lunedì l'Italia partecipava ufficialmente alle operazioni belliche. Il nostro paese, come dicevo,dispone di una scarsissima autonomia nello scenario internazionale, potendo disporre solo di qualche ristretto margine di manovra. Un altro punto importante è che senza l'Italia e le sue basi (Aviano, Grosseto, Sigonella, Trapani Birgi, Amendola,Pantelleria, Gioia del Colle, Decimomannu) questa operazione non poteva essere realizzata. Da marzo a novembre sono state compiute migliaia di missioni di attacco, quindi l'Italia doveva per forza di cose entrare nel conflitto anche se l'azione era di fatto tutta contro gli interessi strategici del nostro paese.

Le notizie provenienti dalla Libia, dopo l'eliminazione di Gheddafi, sono piuttosto scarse. Recentemente alcuni quotidiani hanno riferito di scontri fra le milizie del governo attuale e sostenitori di Gheddafi a Bani Walid, sede dei Warfalla, la principale tribù arabo-berbera della Tripolitania. Nel libro ipotizzi – oltre che un governo retto dagli esponenti della confraternita islamica dei Senussiti, con base in Cirenaica e da sempre ostili al regime laico instaurato da Gheddafi – un paese in cui si ritorna alle divisioni tribali, e quindi più facile preda delle grandi compagnie petrolifere e bancarie dell'Occidente. Come pensi si stia evolvendo la situazione? E del vescovo Martinelli – che nelle sue dichiarazioni durante la guerra e anche nell'introduzione al tuo libro lascia intendere che le cose andarono ben diversamente da come fu detto dai mezzi di informazione da te definiti "embedded", schierati – cosa ne è? Si è mantenuta la pace religiosa che c'era durante il governo di Gheddafi?

A Tripoli la situazione si è abbastanza normalizzata; ci sono attacchi di tanto in tanto, qualche fronteggiamento armato, ma la vita continua. La gente ha bisogno di una certa normalità dopo tanta distruzione. Nelle altre parti della Libia, invece, continua il fronteggia mento tra le varie fazioni. Con l'uccisione di Gheddafi e il crollo del vecchio quadro politico ci si spara l'uno contro l'altro per garantirsi e possibilmente aumentare una propria sfera di influenza.

Anche nel Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) ci sono forti conflitti interni e scontri fra gruppi. Abdel-Hafiz Ghoga, vicepresidente del CNT, si è dovuto dimettere qualche settimana fa' a furor di popolo ; prima della guerra era uno dei più stretti collaboratori di Gheddafi, come del resto al-Jalil, Jibril, Younis e diversi altri. Tutti i massimi dirigenti del regime di Gheddafi hanno costituito il CNT, e questo, tradotto dal linguaggio paludato dei media, significa una sola cosa: un colpo di Stato.

Fra le tribù è saltata la pax gheddafiana perchè il leader rappresentava in qualche modo una sorta di primus inter pares; è venuto così a mancare l'equilibrio e tutti cercano ora una sfera di importanza per la propria tribù, cosa che evidentemente rende molto difficile ricomporre una parvenza di unità del paese. Ma questo in fondo, è proprio ciò che si voleva: una guerra – ad alta o bassa intensità – tra le varie componenti della società, in Libia come già in Iraq, Afghanistan, Somalia: è la politica del caos che si cerca di fomentare un po' dovunque come ora si tenta di rifare in Siria.

Di recente si è avuta una colluttazione assai forte fra le milizie di Misurata e i Zintan (tribù a ovest di Tripoli), che tra l'altro sono quelli che avevano catturato Saif al-Islam.

Martinelli, in qualità di vescovo di Tripoli, al momento cerca di preservare il più possibile la componente cattolica. Per ora non ci sono state ritorsioni ma non è detto che degenerando la situazione non possano avere luogo ; con Gheddafi c'era la convivenza pacifica di ogni culto, ma ora incombono molte incognite. E' probabile che la situazione cambi quando la Shari'a (la legge islamica n.d.r.), che è stata proclamata dopo la presa del potere da parte dei " ribelli " di Bengasi, entrerà a regime impattando con il tessuto sociopolitico preesistente.

La Libia prima era un paese laico, una repubblica, come del resto lo è anche la Siria; è paradossale che queste repubbliche laiche vengano combattute e monarchie veramente feudali come quelle del Golfo siano alleate dell'Occidente e "paladini della democrazia".

La politica di Gheddafi, che a nostro avviso non teneva in debito conto la pericolosità della situazione internazionale, conteneva alcuni progetti importanti, tra cui quello di una moneta unica africana che, utilizzando i proventi derivanti dal petrolio, avevano l'obiettivo di uno sviluppo dell'Africa sganciato dal controllo dei paesi occidentali. La guerra in Libia ha stroncato per il momento questa ipotesi che però è quella più vicina non solo agli interessi dei popoli arabi e africani ma anche a quelli dei popoli europei. Una Europa autonoma, in grado di condurre una politica pacifica di cooperazione con il Continente nero, significherebbe benessere reciproco per i secoli a venire. Assistiamo invece a quella che sembra una nuova guerra per l'Africa oltre che per il controllo del petrolio in Medio Oriente. Il fatto grave è che i popoli europei, e quello italiano in primo luogo dati i rapporti storici tra Italia e Libia, pur essendo contrari a questa guerra hanno dovuto subirla, non solo per le decisioni del governo ma anche perché i partiti di sinistra l'hanno sostenuta e nello stesso tempo il movimento pacifista è stato del tutto assente. Le guerre coloniali del secolo scorso, oltre alle atrocità commesse verso quei popoli, non produssero alcun beneficio ai popoli europei, è bene ricordarlo.

A tuo avviso, esistono in Europa forze contrarie a una politica neocoloniale con cui aprire un discorso, un dibattito che contrasti questa tendenza?


Con tutta la buona volontà è difficile al momento vederle. Negli ultimi casi di guerra non si sono manifestate, mentre si erano viste per l'Iraq e l'ex Jugoslavia (quando presidente del consiglio era D'Alema). Da un po' dobbiamo registrare la trasformazione delle sinistre e dei pacifisti nei maggiori sponsor della guerra e della "esportazione della democrazia".Anzi, proprio costoro più di tutti hanno spinto per l'intervento bellico, tra cui il presidente Napolitano, uomo di punta del vecchio PCI da sempre molto apprezzato a Washington, così come si è registrato un coro unanime per l'intervento dal PD alle frange più estreme della sinistra extraparlamentare.

La popolazione è frastornata e bombardata da notizie contraddittorie; d'altra parte la crisi morde, spostando l'attenzione sulle questioni pratiche della sussistenza quotidiana e le notizie estere vengono raccontate come un misto di " rivoluzioni "e avvicinamento alla democrazia. La ribellione viene presentata da quasi tutti i media come spinta verso la democrazia, ma in quasi tutti i contesti dove ha avuto luogo la " Primavera Araba " si sono registrate addirittura delle involuzioni violente e reazionarie.

I media in generale, con giornali di "sinistra" con "La repubblica" in testa, spingono ora per l'intervento militare nello scenario siriano, forse ancora più nevralgico di quello libico. Ma in questo modo rischia di saltare tutto il Medio Oriente, con la possibilità che s'inneschi una guerra mondiale e non solo regionale.

Sulla Siria c'è un vincolo internazionale che si è manifestato con il voto di Cina e Russia contro l'intervento nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU ; la Russia ha una base navale a Tartus, unico sbocco strategico per quanto riguarda l'accesso dei russi al Mediterraneo. Anche Brasile, India, Iran, Venezuela potrebbero entrare in campo a favore della Siria nel caso di un possibile intervento bellico. Se ci fosse un attacco verrebbe molto probabilmente coinvolto anche l'Iran, che è una potenza militare tutt'altro che di secondo piano.

La Russia, al momento, è sottoposta a forti pressioni internazionali per smussare questa sua posizione di difesa della Siria, ma credo che terrà duro (forse memore della lezione libica), anche perchè cedere sarebbe dare mano libera agli USA, Francia, Gran Bretagna, Qatar, Arabia Saudita e a Israele, che hanno tutto l'interesse affinchè vadano in pezzi gli scenari consolidati dei suoi antagonisti nello scacchiere mediorientale. In Siria attualmente vi è già una consistente presenza di squadre speciali franco-britanniche e qatariote per la fornitura di armi e supporto logistico e la Russia lo sa benissimo.

Certo, la guerra è un epilogo possibile che sconvolgerebbe il quadro geopolitico attuale con sviluppi imprevedibili. Ma vi sono forze in campo che, nonostante gli effetti devastanti che ciò produrrebbe, pare stiano facendo di tutto perchè si realizzi una situazione di questo genere.

PennaBiro intervista Paolo Sensini
Link: http://www.pennabiro.it/ad-un-anno-dal-colpo-di-stato-in-libia/
19.02.2012

giovedì 23 febbraio 2012

Obama e Monti = La politica fallimentare!

DI DAVIDE STASI
ilribelle.com

Tutto è iniziato a Linea Notte, la trasmissione condotta da Maurizio Mannoni su RAI 3. Una decina di giorni fa si parlava di crisi economica, ovviamente. In studio i soliti economisti ripiegati su se stessi e sui soliti principi di sistema. Poi appare una giovane, capelli biondi, viso serio. La grafica la presenta come Lidia Undiemi, “Studiosa di diritto ed economia” presso l’Università di Palermo. Ci si attende la solita tiritera convenzionale, e invece la giovane studiosa stupisce.

«La politica di Monti e di Obama è semplicemente fallimentare», esordisce, ed è già un buon inizio. Spiega, poi, apparentemente compendiando anni di analisi del Ribelle, che il fallimento è dovuto alla mera iniziativa del pompaggio di liquidità nei mercati, senza affrontare alla radice il problema principale: la speculazione finanziaria.

Stanti così le cose tutto si riduce nel buttare valanghe di denaro pubblico dentro «un secchio bucato», come la Undiemi definisce sostanzialmente la pancia insaziabile delle banche. Sarà inevitabile, con un’emorragia tale di risorse, che gli stati intraprendano iniziative di austerità. Ed è infatti in quel secchio bucato che finiranno, tramite il Fondo Salva-Stati, i 125 miliardi di euro che Monti sta spremendo dagli italiani. 

Prosegue la Undiemi, stranamente senza essere interrotta: «il Fondo Salva-Stati non sarà gestito dalle istituzioni comunitarie ma da un’organizzazione finanziaria intergovernativa. E i soggetti che gestiranno questo fondo godranno di totale immunità». Una cosa di cui sia Bruxelles che i singoli governi, Monti in testa, e anche i partiti, dovrebbero rendere conto ai cittadini, e di cui invece non si parla minimamente. Probabilmente, dice l’economista, le istituzioni comunitarie hanno paura dei propri creditori internazionali. Ma soprattutto si sta profilando quella che la Undiemi non ha paura di definire una «dittatura economica».

Non c’è alcuna istituzione pubblica, comunitaria o meno, dietro al Fondo. C’è un soggetto di cui non è chiara la natura, se non che sarà irresponsabile rispetto alle situazioni debitorie nazionali e alla necessità di risanamento in tutta l’area europea, avendo invece come unici referenti il pozzo senza fondo dei creditori internazionali. Niente più sovranità, insomma. La giovane studiosa stupisce due volte: sia perché dice le cose come stanno, sia perché le viene consentito di dirle in TV, sebbene a un orario non certo da prime-time.

Sui diritti del lavoro, non si fa stringere all’angolo, e persevera nell’approccio sistemico: si tratta di temi irrilevanti nel momento in cui la finanziarizzazione dell’economia ha preso il sopravvento sull’economia di produzione. Uno dei motivi per cui la flessibilizzazione del lavoro, già estrema in Italia come altrove, ha sostanzialmente fallito. Le imprese non se ne sono giovate nei termini e nelle proporzioni che speravano, semplicemente perché la produzione non conta più nulla. Contano ormai solo i numeri sui monitor dei vari broker. Toccare i diritti dei lavoratori, in questo contesto, non migliora le prestazioni aziendali, peggiora solo la condizione delle persone.

E fin qui, almeno sulla teoria, tutto bene. Parlando della Grecia, poi, la Undiemi non sembra conseguente con le elaborazioni critiche esposte fino a quel momento. E iniziano i dolori: per uscire dalla crisi, dice, servono «piani di sviluppo industriale», per il rilancio della produzione e dell’impresa, imbrigliando contestualmente la finanza speculativa. Diagnosi perfetta, ma cura sbagliata. Da economista, la Undiemi non riesce a uscire dallo schema classico, e di fatto auspica la prosecuzione delle logiche improntate alla crescita fine a se stessa. Al momento propizio, insomma, non getta il cuore oltre l’ostacolo, ignora la palese insostenibilità di un modello che ha le fondamenta nella produzione e consumo illimitato di beni. Le abbiamo chiesto un’intervista, proprio per chiarire questa contraddizione, ma al momento non abbiamo avuto risposta.

Tuttavia, va detto, il suo intervento è già qualcosa. Certe analisi sistemiche così critiche non si erano mai sentite in televisione, non avevano mai raggiunto un’ampia platea. Inevitabilmente la cosa si è riflessa sul web. La Rete traboca di suoi interventi video e il suo profilo Facebook è stato preso d’assalto da estimatori, persone smaniose di fare qualcosa, e dalla ampia e variegata fauna internettiana di cospirazionisti o soggetti con la monomania del signoraggio. In ogni caso un esercito cospicuo, che di condivisione in condivisione ha dato la carica all’economista.

Grazie al passaparola e alla notorietà acquisita, la Undiemi sta facendo circolare infatti, con grande successo, una mozione che ha elaborato per chiedere al Parlamento italiano, a Monti e a Napolitano, di opporsi alla ratifica del Piano Salva-Stati, magari discutendone prima con la società civile del paese. Una vera chiamata alle armi di tutti, perché si associno alla mozione e la portino all’attenzione delle istituzioni. La mozione è stata preparata anche in inglese, per condividerla con le opinioni pubbliche degli altri paesi europei. Pur se pacata e misurata nei toni, il documento della Undieni è una dichiarazione di guerra alla servitù delle istituzioni nei confronti della finanza. Come tale, considerata in sé, la mozione è condivisibile. 

Il problema, come in molte altre iniziative di “resistenza” civica, è che, al momento, non c’è spirito programmatico. Nella mozione si dice chiaramente cosa si vuole per il presente (discutere pubblicamente se associarsi o no al Fondo Salva-Stati) e anche cosa non si vuole (istituzioni asservite alla finanza). Non è esplicitato cosa si auspichi per il futuro. Stando all’exploit della Undiemi a “Linea Notte”, si direbbe che ci si augura un ritorno a quando le aziende producevano a nastro, in tanti lavoravano, o meglio: vivevano lavorando e consumando, come se le risorse fossero infinite. Un punto dirimente, che vorremmo che la Undiemi, o chi per lei, magari all’interno dell’IDV, partito di cui fa parte, chiarisse, prima di sposare e caldeggiare la diffusione della sua mozione. Che rimane comunque un sorprendente macigno gettato in uno stagno intollerabilmente immobile.

Davide Stasi
Fonte: http://www.ilribelle.com/
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2012/2/23/lidia-undiemi-contro-il-fondo-ammazza-stati-ma-poi.html
23.02.2012

mercoledì 22 febbraio 2012

LO STATO USA GLI ELICOTTERI PER SFRATTARE I PASTORI


fonte: www.lindipendenza.com di GIANMARCO LUCCHI

I pastori sardi stanno conducendo una dura battaglia in difesa della loro sopravvivenza. Ogni tanto i media nazionali ne parlano, ma non approfondiscono mai fino in fondo. Che questa categoria di lavoratori abbia molto di cui lamentarsi lo abbiamo capito anche nelle scorse ore quando hanno partecipato alle proteste contro il presidente Napolitano. Ma per capire bene i loro problemi dobbiamo rivolgerci alla TSI, sì proprio la Televisione della Svizzera Italiana che qualche giorno fa ha mandato in onda il servizio che potete vedere qui sotto. Così apprendiamo che per sfrattare una famiglia di pastori di Terra Segata dalla loro fattoria perché non erano più in grado di pagare il mutuo una volta agevolato e ora schizzato negli interessi, lo Stato si è mosso in forze con gli elicotteri e con decine di poliziotti e carabinieri. E questo nonostante le banche che avevano concesso quei mutui agevolati poi cassati dall’Europa continuino a percepire i contributi pubblici concessi loro per erogare quei mutui, su cui adesso applicano interessi altissimi. Questa è l’Italia…

il petrolio uccide l' Italia!


Vi prego di guardare tutti questo video e diffonderlo il piu' possibile.
Al solito non ci facciamo prendere in giro dalle politiche di questo governo scellerato come di quelli precedenti, difendiamo il nostro territorio le nostre vite da inette multinazionali senza scrupoli difendiamoci difendiamoci difendiamoci!!!!!



La Dott.ssa Maria Rita D’Orsogna, ricercatrice presso la California State University di Los Angeles, illustra i problemi e le conseguenze ambientali e sociali dell’estrazione e della lavorazione del petrolio in Italia.
Si ringrazia il sito Arcoiris TV per la distribuzione gratuita del filmato




martedì 21 febbraio 2012

Debtocracy/Debitocrazia: un documentario greco sulla crisi (sub.ITA)

impostate i sottotitoli in italiano se non compaiono automaticamente....


I cosiddetti "salvataggi" dei paesi non sono destinati, come ci si potrebbe aspettare, per soddisfare le esigenze di una popolazione in difficoltà, ma perché il Paese "salvato" affronti il pagamento d'interessi su un debito contratto con istituzioni finanziarie senza scrupoli. Questi "aiuti" sono condizionati da misure di adeguamento che soffocano ancora di più la popolazione, e anche, nel caso della Grecia, a compromessi, come l'acquisizione di armi, che non fanno altro che aumentare il deficit. Il denaro dei nuovi prestiti finisce così nelle mani di chi ha causato la crisi e dei fabbricanti di armi. Non sono salvataggi, sono truffe in piena regola. Pubblichiamo qui questo eccellente documentario, realizzato con pochissime risorse, e che sta avendo una larga diffusione in Grecia.





Lev Tolstoj IL TESTO RITROVATO "I governi sono ingannatori" Di Lev Tolstoj


IL TESTO RITROVATO

"I governi sono ingannatori"
Di Lev Tolstoj
Roberto Coaloa – pubblicato da “IlSole24Ore” 22 maggio 2011

Il secolo e la sua fine non significano nel linguaggio evangelico il termine e l’inizio di un periodo di cento anni, ma la fine di una concezione della vita, di una credenza, di un mezzo di comunione tra gli uomini, e il principio di una nuova visione del vivere, di una nuova religione, di un nuovo strumento di comunione tra gli individui.
È scritto nel Vangelo che nel momento di questi cambiamenti di un’epoca, ogni tipo di calamità deve prodursi: tradimenti, sofferenze crudeli, guerre; e che tutto l’amore deve necessariamente sparire a seguito di tale disordine. Queste parole, a mio parere, non devono essere prese come un annuncio profetico per un tempo dato, ma come l’indicazione di una legge costante: tutto il cambiamento di regime, di concezione della vita, è accompagnato inevitabilmente da violente perturbazioni, di brutali pene, di inganni, di ogni tipo d’illegalità; in conseguenza di questi sconvolgimenti si giunge alla scomparsa della fratellanza tra gli uomini, senza la quale tutta la vita collettiva è impossibile.
È ciò che accade oggi non solamente in Russia, ma in generale in tutto il mondo cristiano, sebbene in esso questo fenomeno, contrariamente alla Russia ove si manifesta con più chiarezza, si trova a uno stato latente.

Ritengo che proprio ora la vita dei popoli cristiani sia giunta in prossimità del confine che separa il vecchio secolo ormai al suo termine, dal nuovo che sta per cominciare. Penso che proprio ora stia cominciando quella grande rivoluzione che si è andata preparando per duemila anni in tutto il mondo cristiano, una rivoluzione consistente nella sostituzione del cristianesimo degenerato, di quel potere di pochi e la schiavitù di tutti gli altri, in un cristianesimo vero, alla base dell’eguaglianza di tutti gli uomini e di una libertà autentica, quella propria degli esseri ragionevoli.
 
Io scorgo i segni esteriori di tutto questo nella spietata lotta di classe, nella fredda crudeltà dei ricchi, nella collera e disperazione dei poveri, nella folle e sempre più accelerata corsa agli armamenti che accomuna tutti gli Stati, pronti tutti a gettarsi l’uno contro l’altro, nella diffusione della dottrina socialista, irrealizzabile per il suo spirito dispotico, sorprendente per il suo carattere pieno di utopie, nella vanità e stupidità dei vani ragionamenti a cui si dà il nome di scienza, e che sono assurti a principale ed unica attività dello spirito; nella viziosa depravazione e nell’assenza di ogni contenuto che caratterizzano l’arte attuale in tutte le sue manifestazioni, e soprattutto, nella mancanza di ogni religione in coloro che guidano ed influenzano le masse, anzi, nel consapevole rifiuto di essa. Per cui costoro, messa da parte la religione, sostengono la legittimità dell’oppressione dei forti sui deboli, e quindi eliminano qualsivoglia principio ragionevole che possa guidare la vita sociale.

Tali sono i sintomi generali della rivoluzione che si sta svolgendo, o piuttosto della tendenza alla rivoluzione che si ravvisa tra i popoli cristiani. I sintomi storici più immediati, in altre parole, le scosse che hanno fatto la rivoluzione, sono la guerra russo-giapponese e la rivolta politica e sociale che si manifesta attualmente in una maniera inaudita nella popolazione russa.
 
Si attribuisce la disfatta russa, dell’esercito e della marina, a delle azioni sfortunate, all’incuria del governo; si conferisce la forza del movimento rivoluzionario all’inconsistenza dello stesso governo e all’azione più energica dei rivoltosi. Quanto alle conseguenze, i politici, sia quelli russi sia quelli stranieri, credono che questi eventi porteranno all’indebolimento della Russia e anche a un cambiamento del suo regime politico.

A mio avviso, questi eventi hanno una conseguenza ancora più rilevante: la disfatta dell’esercito, della marina e del governo russo segnano l’inizio della disgregazione dello Stato, e il crollo di esso significa anche quello di tutta la civiltà pseudocristiana. È la fine di un mondo e l’inizio di un altro.
I fenomeni di dissoluzione, che hanno posto i popoli cristiani nella situazione dove essi si trovano attualmente, si sono manifestati già da molto tempo, dacché la religione cristiana è stata riconosciuta come religione di Stato.
[…]
 
In epoca più recente è sorto ancora un altro inganno che ha riconfermato i popoli cristiani nella loro condizione servile. Ed esso si manifesta mediante un complesso sistema d’elezione, dove degli uomini eletti da un dato popolo, divengono delegati entro le varie istituzioni rappresentative, entro le quali eleggeranno a loro volta o senza alcun criterio dei candidati sconosciuti, o i propri rappresentanti secondo personali interessi; il popolo stesso sarà allora una delle cause del potere del governo, e pertanto, obbedendo ad esso, crederà in effetti di obbedire a sé medesimo, supponendo di vivere quindi in un regime di libertà. 
 
Chiunque avrebbe potuto accorgersi che tutto ciò non era altro che un imbroglio, sia in teoria sia in pratica, giacché anche nel più democratico dei sistemi e anche laddove vige il suffragio universale, il popolo non può comunque esprimere la propria volontà. E non può esprimerla, in primo luogo, perché una simile volontà collettiva di tutt’un popolo, di molti milioni di persone, non esiste e non può esistere; in secondo luogo, perché, anche se esistesse una tale volontà collettiva, una maggioranza di voti non potrebbe comunque esprimerla pienamente in alcun modo. Questo inganno, – anche a tacere del fatto che gli uomini eletti in tal modo, partecipando al governo del loro Paese, approvano leggi e governano il popolo non in vista di ciò che è bene per esso, ma lasciandosi guidare per lo più, unicamente, dall’intento di mantenere salda la propria posizione di privilegio e il proprio potere frammezzo alle lotte dei vari partiti, e per tacere altresì della depravazione che questo inganno diffonde tra il popolo mediante le menzogne, lo stordimento e le corruzioni che son caratteristica costante dei periodi elettorali – è particolarmente dannoso a cagione di quella schiavitù autocompiacentesi in cui esso riduce gli uomini che vi incorrono.

Gli uomini che s’imbattono in questa trappola si immaginano davvero d’obbedire a se stessi ogni volta che ascoltano il governo, e perciò non osano più disobbedire ai provvedimenti del potere degli uomini, anche quando tali provvedimenti sono contrari non soltanto ai loro gusti personali, al loro vantaggio, o ai loro desideri, ma altresì alla legge suprema e alla loro stessa coscienza.
 
E invece gli atti e i provvedimenti del governo di quei popoli che presumono di autogovernarsi non sono che il risultato delle complesse lotte tra i partiti, degli intrighi, della sete di potere e dell’interesse personale di questi e quegli individui, e dipendono tanto poco dalla volontà e dai desideri del popolo tutto, quanto gli stessi atti e i provvedimenti dei governi più dispotici. Quei popoli sono come uomini rinchiusi in carcere che s’immaginano di essere liberi perché viene concesso loro il diritto di votare per l’elezione dei carcerieri delegati all’amministrazione interna dello stesso carcere.

Cosicché gli uomini degli stati costituzionali, immaginandosi di essere liberi, proprio in seguito a tale loro sforzo di immaginazione, finiscono per non saper nemmeno più in cosa consista l’autentica libertà. Questi individui, mentre credono di liberare se stessi, si condannano in realtà a divenire sempre più profondamente schiavi dei loro governi.
[…]
 
Ora, coloro che si sono dati come fine la trasformazione del regime politico russo, seguendo il modello dei rivoluzionari europei, non hanno nessun nuovo ideale, nessun nuovo principio. Essi cercano semplicemente di sostituire alle antiche forme di violenza un’altra organizzazione, avendo per base la stessa violenza, che apporterà a loro i medesimi mali di cui essi soffrono oggi.
 
L’esempio dell’Europa e dell’America, dove regna lo stesso militarismo, lo stesso tipo di imposte e la stessa monopolizzazione del territorio, è sotto questo aspetto sufficientemente edificante.
Il fatto che la maggioranza dei rivoltosi ha come ideale il sistema socialista, che non può essere realizzato se non con la tirannia la più assoluta, mostra semplicemente che tra di essi è assente qualsiasi nuovo ideale; poiché se un giorno si realizzeranno i loro desiderata, gli uomini perderanno anche le ultime vestigia della libertà.
In realtà, l’ideale del nostro tempo non dovrebbe essere solo la semplice modificazione delle forme di violenza, ma la loro completa sparizione, che arriverà con l’insubordinazione al potere pubblico.
 
Gli operai per liberarsi da tutti i mali che soffrono devono cessare di obbedire alle autorità, ma non ricorrendo ai mezzi violenti. Ed è precisamente la rassegnazione davanti alla forza brutale, l’insubordinazione passiva al potere.
Un cristiano vero non saprebbe obbedire ai capi di turno; altrimenti, egli si renderebbe necessariamente complice dell’attività del governo che consiste, ed è assicurata, nell’esercitare la violenza: servizio militare, guerre, prigioni, esecuzioni, conquiste di terre. Ne consiste che il bene materiale altrettanto che quello spirituale possono arrivare da un solo mezzo: supportare ogni costrizione senza lottare, ma anche senza partecipare alla violenza, in altre parole non bisogna sommettersi al potere.

Oggi, se gli uomini delle città vogliono realmente aiutare la grande rivoluzione devono innanzitutto abbandonare i mezzi d’azione rivoluzionaria, così crudeli e così innaturali. Essi dovrebbero impegnarsi a vivere in campagna per condividere il lavoro del popolo, apprendendo la sua pazienza, la sua impassibilità, il suo disprezzo del potere e soprattutto il suo amore per il lavoro. Essi non dovrebbero incitare gli uomini alla violenza, ma al contrario impedire a loro di partecipare a qualsiasi atto brutale, di obbedire a ogni governo tirannico.

lunedì 20 febbraio 2012

La devastazione del Delta del Niger


Fonte: Sancara *
Il Delta del Niger è l'area fluviale più vasta dell'Africa, è il terzo delta al mondo. Ha una superficie complessiva di circa 70.000 kilometri quadrati (per avere un metro di paragone, per noi italiani, il nostro maggior delta, quello del fiume Po, si estende su di una supercie di 786 chilometri quadrati). Era un paradiso ecologico, un ecosistema dove foresta pluviale, paludi alluvionali e anse del fiume si amalgamavano in un perfetto equilibrio tale da far vedere, in modo netto ed inequivocabile, la straordinaria bellezza della natura e da far vivere, attraverso la pesca, la caccia e l'agricoltura oltre 20 milioni di persone.
Oggi non è più così.  
Alle fine degli anni '50 (esattamente tra il 1956 e il 1957) fu scoperto ilpetrolioLe concessioni furono acquistate in particolare dall'anglo-olandese Royal Dutch ShellLe compagnie - e in particolare la Shell - hanno per decenni occupato l'area, estratto ed inquinato, corrotto i governi (gli introiti da petrolio rappresentano tra il 40 e il 60% del PIL nazionale), infiltrato persone nel governo per condizionarne le scelte e scacciato le popolazioni locali dal loro habitat tradizionale. Non dimentichiamo che anche l'italiana ENI estrae petrolio in Nigeria.
Nello stato del Rivers (la cui capitale è Port Harcourt, oggi "città del petrolio" con le più grandi raffinerie della Nigeria) fu colpita una popolazione, gli Ogoni (oggi un gruppo di 500 mila persone) che a partire dagli anni '90 iniziarono una dura lotta prima contro il governo nigeriano e successivamente direttamente contro le multinazionali del petrolio. Nel 1990 nacque infatti ilMOSOP (Movement for the Survival of Ogoni People) guidato dallo scrittore e poeta Ken Saro-Wiwa. Il movimento riuscì a portare all'attenzione internazionale il problema del Delta del Niger (tra le richieste vi era quella di utilizzare gli enormi dividenti del petrolio per le popolazioni locali, che per oltre il 70% vivono sotto la soglia di povertà). Ken Saro-Wiwa fu arrestato più volte, condannato e infine impiccato - assieme ad altri 8 attivisti del MOSP - il 10 novembre 1995. Naturalmente l'assassinio del leader ogoni -avvenuto durante la sanguinosa dittatura di Sani Abacha -  ebbe un grande eco internazionale (la Shell patteggiò, con un risarcimento di 11 milioni di euro, pur di non far svolgere il processo sulle sue responsabilità).
Dall'inizio degli anni 2000 è attivo anche un gruppo armato, denominato MEND (Movement for the Emancipation of the Delta Niger) che attacca direttamente le compagnie petrolifere ed i suoi dipendenti. Sin dall'inizio il MEND ha chiesto agli "stranieri" di lasciare le loro terre, pena la morte. Ecco il resoconto dell'ultima azione del MEND.



Gli oleodotti nel Delta del Niger
Un rapporto, pubblicato nell'agosto 2011(Enviromental Assessment of Ogoniland) dell'UNEP(United Nations Environment Programme) ha stabilito che ci vorranno almeno 30 anni di interventi, alcuni dei quali urgenti, e svariati miliardi di dollari per ripristinare l'ambiente naturale. I danni dovrebbero essere pagati dalla Shell. Intanto, come denuncia il giornalista Osasu Obayiuwana su New African (nel mese di gennaio in mensile New African ha dedicato uno speciale al Delta del Niger, con il titolo "The Rape of Paradise", che poi è il titolo di un libro di George Osodi), nulla è stato fatto.

Il Rapporto dell'UNEP ha impegnato per 14 mesi un folto team che ha esaminato oltre 200 località, sorvegliato 122 chilometri di oleodotto, compilato oltre 5000 cartelle cliniche, incontrato 23 mila persone, analizzato oltre 4000 campioni di terreno.
Il rapporto evidenzia lo stato di gravissimo inquinamento. Le popolazioni locali bevono acqua contaminate da idrocarburi. Il 60% dei campioni prelevati supera i livelli consentiti.


Quello del Delta del Niger è uno scempio verso la natura e l'uomo. L'avidità delle multinazionali (che poi a ben guardare è l'avidità nostra che usiamo i derivati dal petrolio) e una classe politica corrotta ha consentito decenni di distruzione. E' stato l'ennesimo atto di violenza contro l'Africa (che sia chiaro, attuato con la piena complicità di africani) e contro il suo popolo. Si sono fatte cose (e si continuano a fare) che nel nostro mondo non sarebbero mai state possibili. Nessuna legge, nessuna tutela per le popolazioni, nessuna distribuzione degli ingenti introiti dalla concessioni petrolifere, ma solo tanto denaro per pochi. 
La Nigeria è l'ottavo esportatore al mondo di petrolio e contemporaneamente uno dei paesi più poveri del mondo. Si stima che siano stati riversati - solo da perdite degli oleodotti - oltre 500 milioni di galloni di petrolio nel Delta del Niger (un gallone è circa 5 litri). Gli oleodotti sono stati posizionati tagliando a metà villaggi, lungo i fiumi che fornivano acqua da bere alla popolazione, spesso con materiali scadenti e senza nessuna manutenzione.


Non vi sono ragioni al mondo per non affermare che chi ha prodotto questo disastro debba pagare fino all'ultimo centesimo il ripristino (se mai sarà possibile, comunque quanto più possibile)dell'ambiente naturale. Non è un problema che riguarda solo gli Ogoni (o i nigeriani). E' un tema che riguarda tutti noi, il mondo intero. 


Dal sito del The Epoch Times
Guerriglieri del MEND

Vi segnalo il sito della rivista The Atlantic dove si possono vedere delle straordinarie (e purtroppo tristi) immagini del Delta del Niger.

sabato 18 febbraio 2012

Sistema monetario: quali alternative?

JAK dalla Svezia la banca senza interessi ?
Avviata anche in Italia  la procedura per ottenere le autorizzazioni all’esercizio dell’attività bancaria.


JAK Members Bank -Our Bank (Italian) from JAK Medlemsbank on Vimeo.

http://www.jakitalia.it/

venerdì 17 febbraio 2012

Il cellulare altera il nostro cervello dopo 33 minuti

Fonte: Spaziomente *
Cari amici, recentissimamente alcuni ricercatori Finlandesi* ci confermano con una pubblicazione sul Journal of Cerebral Blood Flow & Metabolism(14 settembre, 2011; doi: 10.1038/jcbfm.2011.128) che l’utilizzo del telefono cellulare nuoce alla salute del nostro cervello. Dopo soli 33 minuti di conversazione telefonica, iniziamo a subire delle alterazioni nel suo funzionamento, ad esempio sulla concentrazione e sulla memoria. Tali alterazioni sono state osservate grazie alla tomografia ad emissione di positroni, o PET, che permette di ottenere informazioni di tipo fisiologico dell’area in esame. Ciò che è stato riscontrato è molto semplice: i campi elettromagnetici, sopprimendo il metabolismo del glucosio, lasciano le nostre cellule sfornite degli zuccheri di cui hanno bisogno per garantirci prestazioni cognitive normali, come il ricordo, l’apprendimento e il ragionamento. Molto prudentemente, i ricercatori non affermano altro, come ad esempio la corresponsabilità di tale esposizione verso disturbi di varia natura e gravità. Certo è che l’utilizzo compulsivo dei telefoni cellulari tanto bene non fa, basti pensare a quanto è stato scritto in merito al danno di tali dispositivi sui cervelli in crescita di bambini e ragazzi (tanto che il Consiglio d’Europa ha proposto di vietare gli apparecchi Wi-Fi, cellulari e cordless nelle scuole) o sulla fertilità (articolo comparso su La Stampa e scaricabile qui).
Per tornare alla Finlandia, possiamo dire che, come al solito, quella sopra esposta non sia una scoperta, quanto piuttosto una conferma. Le stesse informazioni vengono divulgate da anni da enti di ricerca più o meno noti (ne avevamo parlato qui): batti e ribatti, prima o poi ci entrerà in testa (speriamo al posto delle onde elettromagnetiche).