lunedì 17 dicembre 2012

Far crescere le verdure nello spazio è la sfida degli scienziati cinesi

Il Giornale Onlinedi Marina Perotta

La conquista dei mondi passa attraverso l’agricoltura, non fosse altro perché siamo esseri che si nutrono anche di verdure e frutta. E dunque i cinesi (ma anche tutti gli altri, eh!) intenzionati a conquistare lo spazio e la Luna hanno davanti a loro una impresa che definirla titanica è poco: coltivare vegetali nello spazio. La foto in alto è chiaramente una citazione da Spazio 1999 serie Tv che forse per prima prospettò un orto idroponico sulla Luna. Dalla tv alla scienza vera: ci stanno provando da tempo lanciando nello spazio attraverso i satelliti anche dei semi mentre gli americani pensano a colture idroponiche sulla Luna trasformandosi in contadini nello spazio. Il perché è presto detto: il ciclo di acqua, anidride carbonica e ossigeno delle piante si integra con quello umano e fornisce un ciclo chiuso perfetto in una navicella spaziale o in una stazione spaziale. Ha riferito Deng Yibing, vice direttore del e Chinese Astronaut Research and Training Center di Pechino all’agenzia di stampa Xinhua che ha da poco concluso un esperimento focalizzato sul:

meccanismo dinamico di equilibrio tra ossigeno, anidride carbonica, acqua e gli esseri umani in un sistema chiuso.

Deng ha spiegato l’esperimento: in una cabina di 300 mtcubi sono state coltivate piante, 4 specie diverse non rese note però, per fornire aria, acqua e cibo a due astronauti. Non solo le verdure forniscono un apporto di ossigeno alle persone che hanno vissuto nella cabina, ma si potevano raccogliere e usare come cibo. Questa cabina è dotata di un sistema di controllo e gestione denominato CELLS - controlled ecological life support system costruita nel 2011 e che ha visto la partecipazione di scienziati tedeschi.Il CELLS è un po’ il cervello di tutto il sistema di colonizzazione umana dello spazio e potrebbe essere usato in basi extraterrestri come sulla Luna o su Marte tanto da poter poi gestire l’allevamento di animali e l’uso di microganismi per il riciclo dei rifiuti. 

I cinesi contano di essere una spanna avanti in questo settore rispetto a Stati Uniti e Russia e sebbene più indietro dal punto di vista della pura tecnologia spaziale. Dunque il programma spaziale cinese prosegue a gran ritmo e la corsa sarà a chi prima colonizzerà satelliti e pianeti con verdure e ortaggi. Ci avreste mai creduto?

Fonte:  

mercoledì 12 dicembre 2012

Gli incantesimi di Hollywood


Il Giornale Onlinedi Piero Cammerinesi (da liberopensare.com)

Houston, 11 dicembre 2012 - Anche il nostro Gabriele Muccino si è finalmente risvegliato dal suo incantesimo americano e si è accorto di “che lacrime grondi e di che sangue” lo show business! Nel corso di una recente intervista a New York con Curzio Maltese il nostro ha, infatti, dichiarato candidamente: “…ho capito che cos'è davvero Hollywood, un'industria spietata dove la gente racconta balle dalla mattina alla sera. Contano solo i grafici, i test, il marketing, il profitto”.

Beh, meglio tardi che mai!

Anche se la sua reazione prende le mosse dalla stroncatura che il suo ultimo film, Playing for Keeps - si chiamerà Quello che so sull'amore in Italia - ha ricevuto negli USA, dobbiamo dare atto al nostro Muccino di aver - una volta tanto - parlato in modo forte e chiaro! Perché saperlo, dai, lo sanno bene tutti quelli che lavorano nel cosiddetto star-system, ma dirlo apertamente è un’altra cosa…

Una cosa che fa bene alla verità ma che può anche essere molto, molto pericolosa.

Chi, infatti, ha avuto modo di conoscere chi c’è dietro allo show business, i gruppi cui si rivolgono registi e produttori per sapere in anticipo se un film ‘farà cassetta’ o meno e a quale prezzo non può accarezzare neppure per un attimo l’idea che vi sia molta libertà ad Hollywood. A meno di chiamarsi Michael Moore o Oliver Stone, Francis Ford Coppola o Robert Redford o mostri sacri del genere che possono – entro certi limiti - permettersi anche di perdere soldi pur di dar vita alle proprie creature. Il bravo regista italiano – oggi appesantito da una trentina di chili di troppo regalatigli dallo stress hollywoodiano – in realtà era partito nel film con un cast d’eccezione e uno script niente male ma ha dovuto subire imposizioni tali da snaturarne il risultato. “L'errore – continua Muccino - è stato forse illudersi di portare le sfumature agrodolci e artigianali della commedia all'italiana nella fabbrica mondiale dei generi cinematografici. Sì, qui i generi sono ferrei, si applicano protocolli. Il nostro modo di concepire la commedia è oltre le colonne d'Ercole, è come pretendere d'imporre il divieto delle armi in Louisiana. Se ti impacchettano il film 'commedia sentimentale' si aspettano che accadono certe cose, sempre le stesse".

E il talento? – chiede l’intervistatore al buon Muccino - in fondo l'America riconosce il talento…. "Lo riconosce e lo insegue, vero, ma come il leone insegue la gazzella, per sbranarla. Non c'è rispetto per l'intelligenza del pubblico. Se devo fare un bilancio dopo sette anni e tre film, devo dire che ho imparato una marea di cose, come regista e uomo. Ma forse ero più sereno quando avevo di meno".

Che dire? Un brusco risveglio davvero…

Il nostro però non poteva certo ignorare il fatto che Hollywood sia da sempre manovrato dalla sete di profitto – follow the money - piuttosto che da criteri artistici. È storia vecchia; basti considerare anche la filiera del product placement, vale a dire dei prodotti - abiti, gioielli, automobili, sigarette, ma anche armi - che vediamo all’interno dei film e che fruttano alle major milioni di dollari. Meno evidenti sono invece i modi in cui gli interessi delle corporation che possiedono gli studios influenzano il prodotto finale.

I famigerati studios di Hollywood - le major - infatti oggi fanno parte di società molto più vaste, di cui costituiscono solo una tra le fonti di entrate.

Le major - Twentieth Century Fox (News Corp), Paramount Pictures (Viacom), Universal (General Electric / Vivendi), Disney (Walt Disney Company), Columbia TriStar (Sony), e Warner Brothers (Time Warner) - sono tra le corporation più grandi e potenti del mondo, gestite da avvocati e banche d'investimento. I loro interessi economici sono di fatto legati a lobby come l'industria degli armamenti, le banche o il petrolio, e sono – come ben descritto da Michael Moore - in grado di influenzare le decisioni persino del governo americano. Naturalmente, il contenuto di un film di uno studio non necessariamente è sempre totalmente condizionato dagli interessi politici ed economici della sua società-madre. Ma anche se i vertici degli studios hanno margini di manovra per realizzare le pellicole che vogliono, tuttavia il contenuto che gli studios di Hollywood intendono dare ai film non può non riflettere gli interessi delle corporation che li possiedono.

E non è tutto.

Oltre alle corporation c’è la CIA, che, dal 1996, ha istituito il Media Liaison Office proprio per interfacciarsi con lo show business. D’altra parte negli USA le agenzie di sicurezza nazionale hanno una lunga storia d’interferenza nel settore cinematografico. Basti pensare all’agente segreto Luigi G.Luraschi che, sotto copertura di dirigente Paramount, lavorava per il Psychological Strategy Board della CIA, manovrando le produzioni.

Ma non è ancora tutto.

La CIA non è, infatti, l’unico ente impegnato a ‘ispirare’ Hollywood, i cui vertici sono da sempre bersaglio delle manipolazioni da parte di varie agenzie statali. Nel 2000 è emerso, infatti, che funzionari della guerra antidroga della Casa Bianca avevano speso decine di milioni di dollari per ‘suggerire’ trame antidroga per le serie televisive in prima serata. L'anno successivo – l’11 novembre 2001 - poi, vi fu un incontro a Hollywood tra il presidente Bush e l’allora capo di stato maggiore, Karl Rove, con rappresentanti di ciascuno dei maggiori studios di Hollywood per discutere su come il settore cinematografico avrebbe dovuto contribuire alla ‘war on terror'. L'incontro fu, in realtà, solo uno di dei tanti tra Hollywood e la Casa Bianca tra l’ottobre e il dicembre 2001. Il 17 ottobre, per reazione al 9/11, la Casa Bianca aveva annunciato la creazione della Arts and Entertainment Task Force; con la richiesta da parte del Congresso di influire su Hollywood per escogitare un messaggio efficace per l’ennesima guerra in cui si era imbarcata l'America. Nel novembre 2001, Giovanni Romano, scrittore e produttore di un programma molto popolare, aveva confermato come le produzioni di Hollywood fossero state fondamentali per plasmare la percezione degli Stati Uniti all'estero.

Ma lo stretto collegamento tra Hollywood e gli apparati nazionali di sicurezza non si è mai allentato; l’ex-agente della CIA Bob Baer ha affermato recentemente: "C'è una simbiosi tra la CIA e Hollywood". Ne parlava mentre raccontava come, proprio in quelle ore, l'ex direttore della CIA George Tenet fosse impegnato in delicati incontri negli studios di Hollywood. E questo senza neppure entrare nel merito della consapevole inversione di valori spirituali e di palesi tentativi di controllo di massa ravvisabili in molti film hollywoodiani, in particolare negli ultimi anni. In fondo lo stesso nome Hollywood – nomen omen - proviene da Holy Wood, ‘bosco sacro’, ma anche ‘legno sacro’ o ‘bastone di agrifoglio’ che poi era lo strumento con il quale il mago dell’occultismo realizzava gli incantesimi intesi a trasformare la realtà.

Forse chi ha dato questo nome a Hollywood sapeva bene il fatto suo, aspettandosi esattamente quello che poi si sarebbe realizzato: la nascita di un centro di potere quasi assoluto dei padroni attuali del nostro mondo - denaro, potere e menzogna – inteso a manipolare la realtà attraverso lo svago e la sottile e costante penetrazione delle immagini nelle nostre vite.

Piero Cammerinesi - (corrispondente di Coscienzeinrete Magazine dagli USA)
Fonte: 

martedì 11 dicembre 2012

L’ISLANDA E IL RIFIUTO DELL’ AUSTERITA’










Di fronte alla crisi economica, mentre l’Unione europea ha scelto la strada dell’ austerità e ha deciso di salvare le banche, l’Islanda ha invece provveduto a nazionalizzare le istituzioni finanziarie e respinto le politiche di rigore fiscale. Con un tasso di crescita del 2,7% nel 2012, anche il Fondo monetario internazionale (FMI) ha lodato la ripresa economica del paese. 

Quando, nel settembre 2008, la crisi economica e finanziaria colpì l’Islanda, un piccolo arcipelago nel nord Europa abitato da 320.000 persone, l’impatto fu disastroso, come nel resto del continente. La speculazione finanziaria portò le tre maggiori banche al fallimento, le cui attività rappresentavano una somma dieci volte superiore al PIL della nazione, con una perdita netta di $ 85 miliardi di dollari. Il tasso di disoccupazione si moltiplicò per 9 tra il 2008 e il 2010, mentre il paese un tempo godeva della piena occupazione. Il debito dell’Islanda rappresentava il 900% del PIL e la moneta nazionale venne svalutata del 80% nei confronti dell’euro. Il paese fu immerso in una profonda recessione, con un calo del PIL del 11% in due anni [1]. 

Di fronte alla crisi 

Nel 2009, quando il governo volle attuare le misure di austerità richieste dal FMI in cambio di aiuti finanziari pari a 2,1 miliardi di euro, una forte mobilitazione popolare lo costrinse a dimettersi. Durante le elezioni, anticipate la sinistra conquistò la maggioranza assoluta in Parlamento. 
Il nuovo governo tuttavia adottò la legge "Icesave" – dal nome della banca privata on-line andata in bancarotta di cui gli investitori privati erano in gran parte olandesi e britannici – per rimborsare i clienti stranieri. Questa legislazione costringeva tutti gli islandesi a ripagare un debito di 3,5 miliardi di euro (40% del PIL) – 9000 euro pro capite – nell’arco di quindici anni ad un tasso del 5%. Di fronte a nuove proteste popolari, il Presidente rifiutò di ratificare il testo parlamentare e indisse un referendum. Nel marzo 2010, il 93% degli islandesi respinse la legge sul rimborso dei danni causati da "Icesave". Ripresentata a un referendum nell’aprile 2011 la legge, venne nuovamente respinta in modo schiacciante 63% [3]. 
Una nuova costituzione, redatta dall’Assemblea Costituente di 25 persone elette a suffragio universale tra 522 candidati, composta da 9 capitoli e 114 articoli, venne adottata nel 2011. Prevede un diritto di informazione, l’accesso del pubblico ai documenti ufficiali (articolo 15), la creazione di un Organismo di Vigilanza sulle responsabilità del governo (articolo 63), il diritto di consultazione diretta (articolo 65) – il 10% degli elettori può richiedere un referendum sulle leggi approvate dal Parlamento -. e la nomina del presidente del Consiglio da parte del Parlamento [4] 
Così, a differenza delle altre nazioni dell’UE nella stessa situazione, che hanno applicato alla lettera le richieste del Fondo monetario internazionale, che esigeva l’attuazione di severe misure di austerità, come in Grecia, Irlanda, Italia o Spagna, l’Islanda scelse una via alternativa. Quando nel 2008, le tre banche principali, Glitnir, Kaupthing e Landsbankinn fallirono, lo stato islandese rifiutò di iniettare fondi pubblici, come nel resto d’Europa. Invece, procedette alla loro nazionalizzazione. [5] 


Allo stesso modo, le banche private sono state costrette a cancellare tutti i debiti a tassi variabili superiori al 110% del valore della proprietà, evitando così crisi dei subprime come negli Stati Uniti. Inoltre, la Corte Suprema dichiarò illegali tutti i prestiti indicizzati a valute estere concessi a persone fisiche, costringendo le banche a rinunciare ai propri crediti, per il beneficio della popolazione [6]. 

I responsabili del disastro – i banchieri speculatori che causarono il crollo del sistema finanziario islandese – non hanno beneficiato della clemenza popolare come invece nel resto d’Europa, dove sono stati regolarmente assolti. In realtà, vennero processati e incarcerati da Olafur Thor Hauksson, Procuratore speciale nominato dal Parlamento. Anche il primo ministro Geir Haarde, accusato di negligenza nella gestione della crisi, non evitò un processo. [7] 
Un’alternativa alla austerità 
I risultati della politica islandese economica e sociale sono stati spettacolari. Mentre l’Unione europea è in una fase di recessione, l’Islanda ha avuto un tasso di crescita del 2,1% nel 2011 e si prevede un tasso del 2,7% per il 2012, e un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al 6% [8]. Il paese si è anche offerto di rimborsare anticipatamente i suoi debiti al FMI. [9] 
Il presidente islandese Olafur Grimsson ha spiegato questo miracolo economico: "La differenza è che in Islanda abbiamo lasciato fallire le banche. Erano istituzioni private. Non abbiamo iniettato denaro per tenerle a galla. Lo Stato non si è assunto questa responsabilità "[10]. 
Contro ogni previsione, il Fondo monetario internazionale ha accolto con favore la politica del governo islandese – che ha applicato misure agli antipodi di quelle che esso sostiene – il che ha permesso di preservare "il prezioso modello nordico della protezione sociale". In effetti l’Islanda ha un indice di sviluppo umano molto alto. "Il FMI dichiara che il piano di salvataggio islandese offre lezioni per i tempi di crisi." L’organizzazione ha aggiunto che "il fatto che l’Islanda sia riuscita a conservare il benessere sociale delle famiglie e ottenere un importante consolidamento fiscale è uno dei più grandi successi del programma del governo islandese." Il FMI ha omesso di dire che questi risultati sono stati possibili solo perché l’Islanda ha rifiutato la sua terapia di shock neoliberista, attuando invece un piano di recupero efficace e alternativo [11]. 
Il caso dell’Islanda dimostra che vi è un’alternativa credibile alle politiche di austerità attuate in tutta Europa. Queste, oltre ad essere economicamente inefficienti, sono politicamente costose e socialmente insostenibili. Con la scelta di mettere l’interesse pubblico al di sopra di quello del mercato, l’Islanda mostra la via al resto del continente per uscire dalla crisi.
Salim Lamrani 
Dottorato Iberista e Latino-americano Università Paris Sorbonne-Paris IV Salim Lamrani è docente all’Università di Réunion, giornalista, specialista delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. 
Il suo ultimo libro siintitola "Stato di assedio. Le sanzioni economiche degli USA contro Cuba" Paris, Éditions Estrella, 2011 (prologo de Wayne S. Smith et prefazione di Paul Estrade). 

venerdì 7 dicembre 2012

Quanto ci costa la cultura “usa e getta”

Il Giornale OnlineLa denuncia di Gaia Vince in un reportage per la BBC

di Alberto Sofia

Senza un comportamento più responsabile finiremo per prosciugare il nostro pianeta da tutte le sue risorse. A denunciarlo in un reportage è Gaia Vince, una giornalista scientifica della BBC, che da tempo si occupa di tematiche ambientali e sviluppo sostenibile. 

CONSUMISMO – Abbiamo davvero bisogno di tutto quello che consumiamo? Oppure la nostra è soltanto assuefazione, tipica di una società consumistica? Secondo la giornalista il nostro consumo di risorse, aumentato drasticamente negli ultimi 60 anni, è in gran parte dovuto ad una sorta di epidemia di shopping. Una mania di sostituire qualunque oggetto, soprattutto quando i nostri oggetti si guastano. Spiega Vince:

“Più volte durante i miei viaggi ho avuto bisogno di riparare qualcosa di rotto: da strappi nel mio zaino, ai fori sui miei vestiti, alle schede di memoria che avevano perso importanti dati. Dall’India all’Etiopia, non ho avuto mai difficoltà a trovare qualcuno che potesse risolvere i miei problemi. Nei paesi ricchi, tali articoli spesso sarebbero stati gettati via e sostituiti con quelli nuovi, senza pensarci due volte”.

Ma il mondo in via di sviluppo è ancora pieno di “impagliatori” e persone che puntano a riciclare tutto, senza sostituire subito ciò che si rompe. Al contrario della società occidentale “usa e getta”: “Ho visto una bicicletta a Nairobi realizzata con parti di auto e cinture di cuoio, così come antenne costruite con ogni sorta di strumenti. Senza pensare alle case: alcune coperte con vecchie vele delle barche, sacchi di riso e bottiglie di plastica”, spiega Vince.

MANIA DI CAMBIARE - Poi ci sono tutti quei prodotti che apparentemente non possono essere riparati. “Mi hanno detto che la mia fotocamera, martoriata dalla polvere e dalla sporcizia, doveva essere cestinata. Come tutti i mezzi elettronici, non è stata progettata per essere facilmente riparabile”, spiega. Eppure trent’anni fa, avrebbe potuto trovare manuali di manutenzione e pezzi di ricambio per tutti i modelli, oltre a un fiorente settore di riparazione. Ma le cose sono cambiate. Oggi si cambia anche quando non serve: i nuovi prodotti – si pensi ai telefoni – non sono altro che aggiornamenti di quelli precedenti. Oppure vengono cambiati “per inseguire le mode”. Ma, come spiega Vince, basterebbe risolvere tutto aggiornando i software, senza per forza gettare via i supporti tecnici che sono alla base.

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA – Non sono pochi quelli che, come Vince, criticano il nostro sistema eccessivamente consumistico. In realtà, molti credono che quelle che vediamo oggi siano soltanto le conseguenze. Tutto deriverebbe dalle stesse modalità con le quali vengono realizzati i prodotti, soprattutto quelli tecnologici, fabbricati per “rompersi presto” ed essere così sostituiti, in modo da alimentare il mercato e permettere ad aziende e corporation profitti costanti. Sono i seguaci della teoria sull’ “obsolescenza programmata”, pensata per la prima volta già nel 1932 da Bernard London in un manifesto allo spreco, intitolato “Ending the Depression Through Planned Obsolescence”.

BUY NOTHING DAY – Ci sono poi quelli che invitano a gesti simbolici, come chi organizza il “giorno del non acquisto”. Un evento lanciato da Adbusters nel 1992 che propone appunto di non comprare nulla per un’intera giornata: l’ultima edizione è stata celebrata soltanto una settimana fa, il 24 novembre.



LA LOGICA - Secondo Vince, l’idea che qualcosa che funziona bene deve essere sostituita è ormai così radicato nella nostra cultura che poche persone la mettono in dubbio. In realtà, è un concetto abbastanza recente, determinata da una rivoluzione nel settore della pubblicità e della produzione, legato allo sviluppo della globalizzazione, del commercio e a quello dei media radiotelevisivi. Tuttavia, secondo Vince, non è solo un complotto cinico sognato dalle aziende per aumentare i profitti:

“Molti politici ed economisti credono che sia una necessità sociale. L’idea è nata negli Stati Uniti durante la depressione del ’29, come un modo per rilanciare l’economia”

IL FUTURO - Al momento i produttori non sembrano intenzionati a porre rimedio. Si pensi ad aziende come Apple, Motorola o Nokia, che puntano a prodotti sempre più innovativi, per inseguire nuove fette di mercato. Secondo Vince, però, c’è qualche speranza per il futuro: “Alcune aziende si stanno muovendo in controtendenza. HP e Dell offrono manuali di servizio per riparare i computer e riaggiornarli. E altre società stanno sponsorizzando un passaggio verso un’economia circolare. Per Vince è necessario abbandonare il percorso lineare di produzione (estrazione dei materiali, fabbricazione, vendita ed eliminazione) in favore di un’economia circolare, sempre più basata sul riciclo dei prodotti. I benefici per l’economia europea sarebbero secondo molti analisti pari al valore di 630 miliardi dollari.

POCHE RISORSE – Non bisogna poi dimenticare come le nostre risorse siano in esaurimento. Ma, secondo Vince, prima che si esauriscano le miniere e le fonti energetiche non rinnovabili, “si potrebbe costringere il mercato a cambiare i suoi metodi recenti”. Muoversi in un’economia di risorse limitate ci costringerà inevitabilmente a cambiare i nostri modelli di consumo. Forse, allora, anche l’obsolescenza programmata inizierà a raggiungere la sua data di scadenza.

Fonte: 

Diamo valore alla natura!




Ricomponendo i pezzi di un puzzle ecologico complesso, il biologo Willie Smits ha trovato un modo per ripristinare zone di foresta tropicale discoboscate nel Borneo, salvando così gli orangotango locali e creando un interessante paradigma per il ripristino di ecosistemi fragili.

Tradotto in italiano da Francesco Bosso
Revisione di Elena Montrasio




Utilizziamo quotidianamente materiali presi dalla Terra senza pensarci, gratis. Ma cosa accadrebbe se dovessimo pagarli in funzione del loro vero valore: ci renderebbe più attenti a come li usiamo e ai nostri sprechi? Immaginate che Pavan Sukhdev sia il banchiere della natura -- valuta il valore dei beni della Terra. Dei grafici illuminanti vi faranno cambiare il modo in cui pensate al costo dell'aria, dell'acqua, degli alberi ..

Tradotto in italiano da Gianluca Finocchiaro
Revisione di Daniele Buratti

martedì 4 dicembre 2012

I persuasori occulti e il neuro marketing

“La pubblicità può essere descritta come la scienza di fermare l’intelligenza umana abbastanza a lungo da ricavarne denaro”, Stephen Leacock Nel 1957 il giornalista Vance Packard scrisse “I persuasori occulti”, un libro che svelava i trucchi psicologici e le tattiche usate dal marketing, per manipolare le nostre menti e convincerci a comprare. Libro inquietante per l’epoca. Oggi però, i pubblicitari sono diventati più bravi, furbi e spietati. Grazie ai nuovi strumenti tecnologici, alle scoperte nel campo del comportamento, della psicologia cognitiva e delle neuroscienze, sanno cosa ha effetto su di noi molto meglio di quanto noi stessi possiamo immaginare. Scansionano i nostri cervelli e mettono in luce le paure più nascoste, i sogni, i desideri; ripercorrono le orme che lasciamo ogni volta che usiamo una tessera fedeltà o la carta di credito al supermercato. Sanno cosa ci ispira, ci spaventa e cosa ci seduce, e alla fine, usano queste informazioni per celare la verità, manipolarci mentalmente e persuaderci a comprare. Vediamo alcune strategie messe in atto dai “persuasori”. Il Kids marketing Gran parte del budget del marketing è impiegata per impiantare i brand (marchi) nel cervello dei piccoli consumatori, perché le nostre preferenze per i prodotti attecchiscono dentro di noi ancora prima di nascere. Il linguaggio materno è udibile dall’utero, ma quello che non si sapeva è che la musica lascia nel feto un’impressione duratura in grado di plasmare i gusti che avranno da adulti. Le ultime scoperte confermano che ascoltare reclame e jingle pubblicitari nell’utero ci predispone favorevolmente nei confronti dei brand associati. Il marketing lo sa e ha iniziato ad escogitare modi per capitalizzare tale spregiudicato fenomeno… Con il kids marketing si coinvolgono i bambini nei giochi, monitorando il loro comportamento e preferenze, il tutto per aggiornare gli assortimenti dei supermercati: ridisegnare forma e colore degli scaffali, arricchire i totem posizionati di fianco alle casse, ecc. Non a caso giocattoli e merendine sono disposti a circa un metro da terra, alla portata dei più piccoli. I bambini sotto i tre anni (guardano 40.000 spot pubblicitari all’anno e conoscono più nomi di personaggi pubblicitari che animali), solo negli Usa, rappresentano un mercato da 20 miliardi di dollari! A 6 mesi i bambini sono in grado di formarsi un’immagine mentale di loghi, e infatti i biberon e passeggini vengono decorati con personaggi ad hoc. I loghi riconosciuti a 18 mesi saranno preferiti anche da adulti. Per finire, condizionando i bambini agli acquisti si condizionano anche i genitori: il 75% degli acquisti spontanei può essere ricondotto a un bambino e una madre su due compra un alimento che è stato chiesto dal figlio. Marketing della paura e nostalgia La paura è un’emozione che stimola la secrezione di adrenalina, scatenando il riflesso primordiale del combatti o fuggi. Tale riflesso produce a sua volta un altro ormone, l’epinefrina che determina un piacere estremo. Il sangue affluisce ad arti e muscoli, per cui il cervello ne sarà privato, e questo ci rende incapaci di pensare con lucidità: la paura è persuasore molto efficace (psicofarmaci, vaccini, ecc.). Le case farmaceutiche spendono decine di miliardi di dollari per inventare nuove malattie e alimentare le nostre paure. Risultato? Le vendite di farmaci da ricetta in America raggiungono i 235 miliardi di dollari all’anno. Spesso l’approccio consiste nell’evocare emozioni negative, indi presentare l’acquisto del prodotto come l’unico e veloce modo di liberarsi di quell’emozione. Pubblicità più sofisticate adoperano invece l’umorismo come rinforzo positivo: far ridere è un ottimo mezzo per far simpatizzare con il prodotto. Viceversa, struggersi nei ricordi migliora l’umore, l’autostima e rafforza le relazioni. La nostra predilezione per la nostalgia dipende dal fatto che il cervello è programmato per ricordare le esperienze passate come più piacevoli di quanto le avessimo ritenute nel momento. Tendiamo a valutare gli eventi passati in una luce più rosea. Anche la nostra età percepita è un fattore cruciale nelle decisioni di acquisto: più invecchiamo e più rimpiangiamo il passato. Il “marketing della nostalgia” è una strategia di grande efficacia, con cui i pubblicitari riportano in vita immagini, suoni e spot del passato per venderci un brand. Le dipendenze I cibi ricchi di grassi e zuccheri (cioccolate, patatine, merendine...) sono tra i prodotti che generano più dipendenza. Le aziende arricchiscono appositamente i loro prodotti con sostanze che creano assuefazione (glutammato monosodico, caffeina, sciroppo di mais, aspartame, zucchero). Uno studio pubblicato su “Nature Neuroscience”, dimostra che questi alimenti agiscono sul cervello in modo quasi identico alla cocaina e all’eroina! Lo zucchero stimola la secrezione della dopamina, il neurotrasmettitore del benessere, mentre la caffeina ne inibisce il suo riassorbimento, facendoci sentire briosi e vivaci, e dall’altra stimola l’adrenalina che ci fa sentire carichi. Anche i giochi danno una dipendenza fisiologica fortissima, il cervello infatti reagisce rilasciando più dopamina. Per questo le aziende cercano di aumentare le vendite di Playstation e Wii, anche perché hanno scoperto che quando i giochi sono progettati a dovere, non fanno sviluppare soltanto una dipendenza dal gioco stesso, ma possono riprogrammare il cervello rendendo dipendenti dall’atto di comprare, dallo shopping. Usano i videogiochi per trasformarci in drogati dello shopping: brandwashing. Vanity sizing E’ un bieco trucco con cui alcuni negozi vendono abiti più larghi per farci credere di indossare una taglia più piccola. Le taglie riportate nelle etichette di abbigliamento spesso non corrispondono a quelle reali: sono di una taglia più bassa. Il neuromarketing sa benissimo che ambo i sessi comprano più volentieri un prodotto che li fa sembrare più magri, anche se ciò non è vero. Celebrity marketing Sfruttano la fama delle celebrità (attori, sportivi, ecc.) per lavarci il cervello, perché un prodotto associato a una persona famosa esercita un ascendente subliminale potentissimo. Il “celebrity marketing” fa leva sul fatto che sogniamo di diventare famosi, belli e popolari, vogliamo essere loro o almeno essere come loro. Non a caso il numero delle persone famose si è moltiplicato negli ultimi anni, grazie a programmi creati ad arte: reality show, intrattenimento, ecc. Aumentano i testimonial per poterli usare per la pubblicità. Data mining Si tratta di un business enorme che consiste nel tracciare e analizzare il comportamento dei consumatori, per poi categorizzare ed elaborare i dati e usarli per persuaderci a comprare e, a volte, a manipolarci. Le aziende possono conoscere le nostre abitudini, l’etnia, il sesso, l’indirizzo, il telefono, il numero dei componenti della famiglia e molto altro ancora. Il nome tecnico è “Ricerca motivazionale”, e in pratica vanno alla ricerca delle motivazioni che stanno alla base dei comportamenti di acquisto dei consumatori. Analizzando i dati delle carte fedeltà e incrociandoli con quelli delle carte di credito, è possibile scoprire delle cose inquietanti su tutti noi. I “programmi fedeltà” infatti esistono solo per persuaderci a comprare di più. Ogni volta che usiamo tali carte, viene aggiunta al nostro archivio digitale l’indicazione di quello che abbiamo comprato, le quantità, l’ora, il giorno e il prezzo. Quando usiamo le carte di credito, l’azienda archivia la cifra e la tipologia merceologica: ad ogni transazione è assegnato un codice di quattro cifre che indica la tipologia di acquisto. Dove questi dati vadano a finire è facile da immaginare. Percorsi e orientamento Sapevate che si spende di più se ci muoviamo nel negozio in senso antiorario? Il braccio destro ha più margine di movimento per afferrare i prodotti; la guida delle auto, tranne alcuni paesi, è a destra e leggiamo da sinistra a destra, per cui i nostri occhi tendono a seguire questo movimento anche quando si è davanti a uno scaffale. I supermercati sono pensati per favorire la circolazione dei clienti da destra a sinistra, col risultato che le cose più acquistate sono sempre sugli scaffali a destra. Le grosse industrie, sapendo questo, posizionano i loro prodotti civetta sempre a destra. La porta d’ingresso è sempre a destra, e questo è un modo subdolo nel determinare il flusso d’acquisto antiorario. Infine i percorsi contorti all’interno servono per farci camminare lentamente, e più lentamente ci muoviamo, più prodotti vedremo…e saremo tentati di comprare. I beni di prima necessità come sale, zucchero, ecc., sono posizionati lontanissimo dall’ingresso e difficili da scovare, obbligandoci a ripercorrere più volte le corsie facendoci girare l’intero supermercato. Addirittura in molti supermercati cambiano di posto i prodotti una volta al mese, per impedirci di trovare facilmente quello che cerchiamo. L’istituto ID Magasin, specializzato in ricerche comportamentali e di mercato, ha messo a punto un dispositivo per registrare ciò che il cliente guarda da quando entra a quando esce, scoprendo che l’area più osservata negli scaffali è a circa 20 centimetri al di sotto del nostro orizzonte visivo. Un prodotto collocato a un metro e mezzo d’altezza ha la massima probabilità d’essere notato e quindi di essere acquistato. La musica è servita Quale musica è meglio: rock, metallica, samba o sinfonica? A questo ci pensano aziende come Muzak, gli “architetti audio”, che hanno progettato 74 programmi musicali in 10 categorie diverse, che spaziano dal rock, alla classica, e tutte sortiscono un effetto psicologico ben preciso e diverso. Anche la velocità e il ritmo sono importanti. Nei supermercati la musica è lenta perché dobbiamo muoverci più lentamente per comprare di più, mentre nei fast-food e ristoranti è più veloce allo scopo di accelerare il ritmo della masticazione, in questo modo ci spingono ad andarcene prima per servire più clienti. I carrelli della spesa Nel 60% dei carrelli si trovano batteri coliformi, gli stessi dei bagni pubblici. Uno studio ha trovato più batteri di tutte le altre superfici analizzate, inclusi water e poggiatesta dei treni. Il carrello è stato inventato nel 1938, con l’unico intento di stimolare gli acquisti, e nel corso degli anni le dimensioni sono aumentate permettendo di contenere più prodotti. Oggi si trovano carrelli di dimensione ridotta dedicati ai bambini, e in questa maniera da una parte vengono abituati e indottrinati fin da piccoli a usarlo, dall’altra possono riempirlo con i prodotti posizionati alla loro altezza. Esposizioni Le industrie pagano per posizionare i loro prodotti dove possono essere visti più facilmente dalle persone: un metro e mezzo da terra, a destra e a fine corsia. Posizionano a fine corsia, dove c’è anche più spazio, prodotti ad alto profitto, come le cioccolate e che ispirano acquisti compulsivi. Le persone comprano il 30% in più di prodotti che sono posizionati nelle esposizioni di fine corsia, rispetto quelli a metà corridoio, perché si pensa che “il vero affare è alla fine”. Attenzione agli amici Paradossalmente il persuasore occulto più potente sono proprio gli amici. Il marketing e le aziende non possono nulla in confronto all’influenza esercitata da un consumatore sull’altro. Nulla è più persuasivo quanto osservare una persona che conosciamo e rispettiamo intenta a usare un prodotto. Quando un brand ci è raccomandato da un’altra persona, nel nostro cervello le aree razionali e procedurali si disattivano. Tali meccanismi spiegano come mai la pubblicità basata sul passaparola ci resta in testa per settimane, mentre non ricordiamo gli spot televisivi visti alla mattina. Conclusione Aveva ragione Edward L. Bernay, padre della Propaganda, quando scrisse nel 1928 che “gli uomini raramente sono consapevoli delle vere ragioni che stanno alla base delle loro azioni”. Questo articolo è incompleto perché il materiale su tali argomenti è faraonico, ma dopo questa lettura forse saremo un po’ più consapevoli del piano diabolico del neuromarketing. La consapevolezza, assieme a un percorso di crescita evolutivo-spirituale, rimangono gli strumenti più potenti per difendersi dalla persuasione….e non solo. Partendo da hic et nunc, qui e ora, è molto importante essere presenti il più possibile nella nostra vita. La tv, in quanto strumento prìncipe della manipolazione, meno la guardiamo e meglio è per tutti, soprattutto per i bambini. Infine, evitare di fare la spesa durante gli orari di pranzo e cena, perché lo stimolo della fame incentiva acquisti compulsivi, non usare il carrello e portarsi sempre la lista della spesa. Questi consigli sono banalità o possono far tremare i polsi alle multinazionali? Lo sapremo solo se li metteremo in pratica…

domenica 2 dicembre 2012

ELSA FORNERO AMMETTE IL GOLPE FINANZIARIO. ORA SI APRA UN FASCICOLO D’INCHIESTA

paolobarnard.info

 





Voi milioni di italiani pestati a mazzate dalla riforma delle pensioni di Elsa Fornero, voi esodati, voi che avete subito, che sempre subite, voi senza voce, e voi giovani che non avete lavoro perché gli anziani sono oggi incatenati a lavorare dalle decisioni di questa lugubre sicaria dell’Economicidio italiano, voi…
Perché vi hanno fatto tutto questo? Cosa vi hanno detto? Vi hanno detto che era nell’interesse del Paese, che risparmiare attraverso i vostri sacrifici era la via dura, ma virtuosa, per ridare speranza all’Italia, che per voi ultra sessantenni significa i vostri figli, vero? Vi hanno detto questo, e voi, che a 17 anni vi riboccaste le maniche per tirarla su quest’Italia che viaggiava in 600 e aveva una sola tv in bianco e nero per condomino, anche questa volta lo farete, stringerete i denti, perché “è per i nostri figli”. Anziani, vi dicono che meno pensione è necessario per lo Stato, per tutti i cittadini, che è necessario…
Pomeriggio del 15 novembre 2012, WorldPensionSummit ad Amsterdam, la conferenza che riunisce i colossi mondiali delle pensioni private, gente con interessi finanziari per 1.925 miliardi di dollari, millenovecentoventicinque miliardi. Cioè: solo in quella sala erano presenti una decina di gruppi privati con interessi quasi pari all’intero Prodotto Interno Lordo italiano. Sono quelli che aspettano a bocca spalancata come lo squalo bianco sotto la barca, che la barca affondi, l’Inps. Sulla barca ci siete voi, vogliono i vostri soldi, la vostra pensione, i contributi di chi lavora. E voi, torturati dalla Fornero e da quelli che a lei seguiranno, glieli darete, farete le pensioni integrative costretti a mazzate, e loro ci speculeranno sopra cifre inimmaginabili. Poi, quando uno o cento di questi gruppi esploderanno come accaduto negli USA nel 2007, milioni di voi perderanno la pensione per sempre. Ma chissenefrega, voi siete la gente, quelli che non contano.

Ok, è il pomeriggio del 15 novembre, al WorldPensionSummit prende la parola Elsa Fornero e dice che
I cambiamenti portati dalla riforma delle pensioni del governo Monti erano necessari per compiacere i mercati finanziari, altrimenti i mercati avrebbero devastato l’Italia.

Fermi, fate un lungo respiro, per favore. La capite la gravità di questa cosa detta e firmato da un Ministro della Repubblica?
Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, ha fatto una riforma delle pensioni per compiacere le banche, le assicurazioni, i fondi monetari, gli hedge funds, cioè i gruppi privati di speculatori dediti al profitto che, altrimenti, ci avrebbero distrutti, distrutto l’intero Paese.
Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, NON HA FATTO un riforma delle pensioni per motivi legati all’interesse del popolo sovrano. Non è vero che la riforma Fornero è la cura economica giusta per l’Italia. Poteva essere l’abolizione nazionale del diritto di allattare i figli, non importa un accidenti, ma se la ordinavano i mercati il Ministro della Salute era costretto a sancirla.
Viviamo in un golpe finanziario. Lo Stato non esiste più, Monti e la Fornero lavorano per i mercati violando la Costituzione. Il presidente Napolitano è in coma. In centinaia di procure italiane sono state depositate denunce di cittadini esattamente su questo. Esiste un giudice degno in questo Paese? Apra un fascicolo d’inchiesta, altrimenti Silvio Berlusconi aveva ragione. Magistrati siete servi di chi?



Paolo Barnard 
Fonte: http://paolobarnard.info 

Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=504

Walter Russel