venerdì 11 luglio 2014

In Israele ripetuti suicidi di psichiatri che curavano massime cariche governative (articolo2010)

Appena una settimana dopo il suicidio dello psichiatra di Benjamin Netanyahu (dr. Moshe Yatom ndr), disperato per non essere riuscito a sviluppare una cura efficace per il primo ministro, Israele è stata scossa da un secondo caso con la morte del collega: Yigal Peleg, 61 anni.Peleg, che era stato assunto dal ministro della Difesa Ehud Barak per la sua “security-dipendenza”, è stato trovato morto lunedì sera nella sua casa di Tel Aviv per un'overdose di valium. Una lettera lasciata da Peleg spiega che il fallimento di Yatom ha provocato una diffusa disperazione nella comunità psichiatrica d'Israele, e si teme che un rimedio terapeutico al “bipensiero” sia molto più remoto di quanto non si fosse previsto.
La “security-dipendenza”, spesso caratterizzata dal sostenere idee totalmente opposte a quelle espresse in precedenza, è ora ritenuta quasi incurabile.
La perdita per depressione clinica di due analisti tanto illustri in così breve tempo ha lasciato Israele nel timore di un'ondata di “psichiatricidi”. Molti funzionari di governo sono attualmente sotto analisi, e praticamente tutti manifestano la stessa tendenza al bipensiero che ha spinto Yatom e Peleg a farla finita. Se le attuali cure si dimostreranno inefficaci, si correrà il rischio di un suicidio di massa.
“I profani non si rendono conto dello stress che comporta curare le psicosi ideologicamente indotte” spiega il dott. Rafael Eilam, autore del best-seller Follia sionista sul lettino: la pericolosa ricerca di una cura (Sanity Books, 2010).
“Prendete la 'security-dipendenza': un cliente affetto da questa malattia non riesce a percepire che dominio e sicurezza non sono la stessa cosa. Dominare qualcun altro vuol dire garantire la propria sicurezza, poiché il dominato cerca istintivamente di sfuggire al dominio con ogni mezzo.” Data la quasi totale inconsapevolezza degli affetti da “security-dipendenza” riguardo alla loro stessa aggressività, gli psichiatri che li tengono in cura spesso provano il forte impulso a colpire il proprio cranio con un qualsiasi oggetto contundente. Questo tende a ridurre la qualità delle loro successive ricerche.
Problemi simili sono affrontati dagli psicoanalisti che si trovano di fronte a casi di disordini da iper-violenza, che pare stiano dilagando tra i leader israeliani. I pazienti afflitti da questa terribile malattia non sono abbastanza maturi da comprendere i propri bisogni, men che meno quelli degli altri, e distruggono tutto ciò che trovano nelle loro vicinanze, come un bambino permaloso che fracassa i suoi stessi giocattoli. La malattia ha una prognosi povera, dal momento che chi ne è affetto solitamente non ne è consapevole all'inizio di ogni attacco. Secondo Eilam gli attacchi selvaggi degli ultimi anni contro il Libano e Gaza, che hanno contribuito a portare Israele all'attuale stato di emarginazione internazionale, potrebbero essere attribuiti a questo tipo di tendenze.
In uno sviluppo piuttosto sorprendente, gli psichiatri di tutto il mondo si stanno ora raggruppando a sostegno dei loro colleghi israeliani in lotta, e hanno così formato il movimento Free Israel. Come prima azione importante hanno in programma d'inviare una flotilla a Tel Aviv carica di aiuti umanitari per gli psicoanalisti israeliani e i loro pazienti di alto profilo, ovvero tonnellate di anti-depressivi per i primi e tranquillanti per elefanti per i secondi.
Gli organizzatori della flotilla ammettono che si tratta solo di palliativi, ma sostengono che in particolare i tranquillanti per pachidermi sono notoriamente efficaci – perlomeno in maniera moderata – nel calmare i sintomi della Sindrome Infantile da Onnidistruttività Neurologica (SION), tra cui il più grave è quello di un impulso cronico a rubare, truffare, torturare e uccidere tutti quelli che, secondo il giudizio della vittima – che è per definizione infallibile – impediscono il progresso verso la creazione del paradiso sionista.
by Michael K. Smith, autore di “Ritratti di un impero” e della “Pazzia di re Giorgio”, e lavora per Common courage press.
Può essere contattato all'indirizzo proheresy@yahoo.com Fonte della traduzionequi. Fonte originale qui.
Traduco le note dell'articolo relativo al suicidio precedente, quello del dr. Moshe Yatom
Moshe Yatom, un prominente psichiatra che aveva curato con successo le forme più estreme di malattia mentale e che è stato trovato morto nella sua casa di Tel Aviv il 7 giugno 2010, causa – pare - una ferita da arma da fuoco autoindotta. Una nota lasciata dallo psichiatra dice che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, suo paziente da 9 anni: “mi ha succhiato via tutta la vita”.
“Non ce la faccio più”, ha lasciato scritto.
“La rapina è riscatto, l’apartheid è libertà, gli attivisti di pace sono terroristi, l’omicidio è autodifesa, la pirateria è legalità, i Palestinesi sono Giordani, l’annessione è liberazione, non c’è fine a queste contraddizioni. Freud aveva promesso che la razionalità avrebbe regnato sulle passioni istintuali, ma non aveva conosciuto Bibi Netanyahu, che direbbe che Gandhi inventò il tirapugni di ferro”.
Agli psichiatri suona famigliare che l’essere umano abbia la tendenza a massaggiare la verità per evitare di confrontarsi con del materiale che emotivamente agita, ma Yatom pare sia stato sbalordito da ciò che definì “una cascata di menzogne” che sgorgava dal suo illustre paziente.
Yatom diventò sempre più depresso nel vedere la mancanza di progresso nel far si che il Primo Ministro riconoscesse la realtà ed anche soffrì di infarti, mentre cercava di afferrare il pensiero del Primo Ministro che in un suo diario aveva caratterizzato come “un buco nero di auto-contraddizioni”. Il primo infarto avvenne quando Netanyahu disse la sua opinione sugli attacchi del 9/11° Washington e New York, ossia “che erano bene”. Il secondo avvenne dopo una sessione il cui il paziente insisteva sul fatto che l’Iran e la Germania nazista erano identici. E il terzo quando il Primo Ministro affermò che il programma di energia nucleare dell’Iran era “una camera a gas volante” e che tutti gli Ebrei ovunque “vivevano permanentemente ad Auschwitz.
Gli sforzi di Yatom per calmare l’isteria di Netanyahu avevano un altissimo tributo emozionale e di routine finivano in un fallimento. “L’alibi con lui è sempre lo stesso”, lamentava in un altro diario.
“Gli Ebrei sono sull’orlo dell’annientamento nelle mani dei goyim razzisti ed il solo modo di portare a casa la pelle era quello di un massacro finale”.
Pare che Yatom stesse trasformando il suo diario in un libro sul caso Netanyahu. Molti capitoli di un manoscritto incompleto, intitolato “Psicotico con gli steroidi” sono stati trovati nel suo studio.
Un paragrafo dell’8 marzo:
“Bibi arrivò alle 3 per la sua sessione pomeridiana. Alle 4 si rifiutò di andarsene ed affermò che la mia casa era in realtà la sua. Quindi mi chiuse a chiave nel seminterrato per tutta la notte mentre si intratteneva copiosamente con i suoi amici al piano di sopra. Quando cercai di scappare, mi chiamò terrorista e mi mise in catene. Lo pregai di avere pietà, ma disse che non poteva garantirla a qualcuno che non esisteva affatto”.
by Michael K. Smith

Per concessione a EFFEDIEFFE di Cristina Bassi che ne ha curato la traduzione (ecplanet)

Fonte originale > Legalienate

martedì 1 luglio 2014

Terra Santa, una morte è forse più tragica di un'altra?

Non ci sono umani di serie A e umani di serie Z. Morti che fanno scrivere titoli cubitali, e morti che passano inosservate perché palestinesi [Angela Lano]


di Angela Lano.

I corpi dei tre coloni israeliani sono stati ritrovati lunedì pomeriggio 30 giugno, in un campo, nei pressi di Halhoul, nella Cisgiordania occupata dall'esercito israeliano, non lontano da dove erano spariti il 12 di giugno, facendo autostop vicino all'insediamento illegale di Gush Etzion. I tre sono stati identificati come Naftali Frankel, 16 anni; Gilad Shaer, 16 anni, Eyal Yifrah, 19 anni.
La morte di qualsiasi essere umano deve suscitare tristezza. E la morte violenta deve provocare orrore. La morte di chiunque. Non ci sono umani di serie A e umani di serie Z. Morti che fanno riempire le pagine dei giornali, scrivere titoli cubitali, e morti che passano inosservate perché hanno come bersaglio palestinesi o altri popoli in Asia, Africa o America Latina. Popoli che non dominano altri popoli, che non hanno alleanze potenti e media prosternati.
Tre adolescenti israeliani trovati morti - e non si sa ancora come, e per mano di chi, nonostante Israele abbia già incolpato Hamas - e si fa lutto pure in Italia.
Bambini palestinesi fatti a pezzi dalle bombe israeliane; ragazzini torturati e resi invalidi; neonati morti ai check-point, e molto altro ancora, e i nostri media mainstream trovano sempre una giustificazione: lotta al terrorismo palestinese, Israele deve difendersi; ecc.
Il ritrovamento dei tre giovani morti giustificherà, ancora di più, il terrorismo israeliano, che ha già trovato il colpevole: Hamas e una famiglia, Abu Eisha, di cui si appresta a demolire la casa.

"Il vice-ministro della Difesa, Danny Danon - si legge su  Ma'an -, ha anche confermato il ritrovamento dei cadaveri, dicendo che sono stati assassinati dai 'terroristi di Hamas', e ha invocato una vasta campagna per 'sradicare' il movimento islamista".
Non sono bastate tre settimane di violenze contro la popolazione della Cisgiordania e bombardamenti su Gaza. Altre aggressioni, altre guerre unilaterali verranno scatenate dallo stato canaglia più riverito del mondo.


Fonte: http://www.infopal.it/mondo-di-ipocriti-e-sepolcri-imbiancati-una-morte-e-piu-tragica-di-unaltra/.

giovedì 1 maggio 2014

Ambiguità della scienza (Raimon Panikkar)

In uno dei novenari in cui sono solito raccogliere le mie riflessioni su vari argomenti, parlo della necessità di scoprire i limiti della stessa scienza, che è stata estrapolata dal campo scientifico e che si è diffusa come un cancro nella mentalità dell'uomo moderno, sia orientale sia occidentale. La scienza non è più un monopolio dell'Europa e dell'Occidente. In India ci sono più di 2 milioni di scienziati, dei quali più di 1 milione si dedica alla difesa, come del resto il 55% di tutti gli scienziati del mondo.

Relativizzare la scienza

Che cosa dobbiamo fare della scienza? Prima di tutto, non adorarla come se fosse il nuovo vitello d'oro. Secondo, sfuggire al suo fascino; terzo, superare quello che la scienza ci ha voluto far credere, vale a dire che essa ci offra una spiegazione della realtà, cosa che i veri scienziati non hanno voluto mai fare. Siccome c'è un vuoto cosmologico nella civiltà dove la scienza è prosperata, si sono convertite le spiegazioni scientifiche in spiegazioni cosmologiche. Vista in una certa prospettiva, la teoria del big bang, ad esempio, è di un'ingenuità così straordinaria che, se non si pensasse che il mondo attuale ha quasi tre milioni di soldati e che esiste la follia degli armamenti, verrebbe da credere che questa cosa non sia possibile tra gli uomini sapienti; quarto, superare la giustificazione della figlia prediletta della scienza, la tecnologia, la quale ci fa credere, grazie alla propaganda, di essere indispensabile per la vita in modo tale che senza la medicina allotropica, senza gli antibiotici (che ironicamente significano anti-vita), senza tutto quello che ha introdotto la mentalità scientifica, l'uomo morirebbe di fame, di malattie. Questo è semplicemente falso. Quinto, e più importante perché è anche più pacifico, scoprire i limiti interni della scienza.
La scienza contemporanea quella per esempio di un Sheldrake, di un Capra, di Prigogine o di David Böhm, che io vorrei distinguere dalla scienza moderna, non è più significativamente la scienza della causalità, nemmeno la scienza che vuole spiegare tutto con paradigmi matematici, è tutta un'altra concezione, scaturita da una crisi interna della scienza, dove la probabilità stessa è messa in causa. La scienza forse, da questo punto di vista, sta arrivando essa stessa ai propri limiti e questo è un momento importantissimo. Tra qualche giorno, in un'altra capitale europea, parteciperò a un convegno su «Scienza e spiritualità» dove, insieme ai nomi che ho citato e ad altra gente ancora, discuteremo su questo tema. Non si può negare che negli ultimi trecento anni la parte più importante del globo sia vissuta con questa credenza e, se chiediamo rispetto per i pigmei, si può avere rispetto anche per i Paesi che si credono soprasviluppati perché hanno una mentalità scientifica, ma vanno trattati con gli stessi metodi, ossia vanno relativizzati.
La scienza stessa sta arrivando ad una scoperta dei propri limiti. La conseguenza più immediata sarebbe una completa revisione della forma di educazione della scuola primaria e secondaria in tutti quei paesi, come l'Italia, dove la scienza ha un primato che uccide veramente la creatività, la spontaneità. impedisce la gioia e la vera educazione dei giovani. Questo mi fa venire in mente l'affermazione di Gandhi, il quale sosteneva che l'unico modo per sviluppare l'intelligenza è l'esercizio dell'artigianato e il funzionamento delle proprie mani. Si potrebbe così superare quella specie di fatalismo occidentale che pensa che non possiamo fare a meno dell'impresa tecnico-scientifica. La conseguenza più a lungo termine è quella che io ho chiamato l'emancipazione dalla tecnologia.

Tecnica e tecnologia

Io faccio la distinzione fra technè e tecnologia, tra la macchina di primo grado e la macchina di secondo grado. La technè, che possiamo tradurre con «tecnica», ma che si potrebbe tradurre con «arte», è patrimonio di tutte le culture. Tutte le culture hanno technè, cioè una certa manipolazione della materia o del mondo materiale, e del mondo anche non materiale, per il benessere umano; un certo fare arte, articolare le cose e servirsi di tutte le possibilità inerenti alla natura per il benessere degli uomini. Technè non è soltanto il martello o le vele o l'elettricità forse, tradotta in un certo qual modo, ma è tutto ciò che utilizza le forme primarie di energia. Con questa technè si fabbrica la macchina di primo grado, l'utensile. Questo utensile è buono o cattivo secondo l'uso che ne faccio; la penna o il martello sono buoni o cattivi secondo l'uso che se ne fa, dunque sono ambivalenti. Non avviene così con la macchina di secondo grado, con quella che chiamerei tecnologia. È solo l'inerzia della mente che ci impedisce di vedere con chiarezza questo fenomeno. E non è a caso che lo sviluppo si sia prodotto fondamentalmente all'interno della civiltà europea.
Dentro la civiltà cinese, ad esempio, c'è un momento, il 1300, di una forza straordinaria, nel quale ci si rende acutamente consapevoli della necessità d'una svolta, per non arrivare alla bomba atomica e quindi alla distruzione del mondo. In Occidente, invece, ci siamo arrivati senza soluzione di continuità, tanto che non abbiamo nemmeno una parola per spiegare quello che non è un universale culturale, che non è technè, che non è patrimonio di tutti i popoli, ma è tecnologia. La tecnologia porta, è la parola che a me piace di più, alla tecnocrazia: il kratòs, il potere, sta in questa forma di utilizzazione della macchina di secondo grado! La macchina di secondo grado che si realizza non in maniera naturale, ma utilizzando macchine di primo grado che permettono di trasformare le forme di energia e di realizzare l'accelerazione. Penso agli acceleratori atomici del Cern, ad esempio. La macchina di secondo grado non soltanto condiziona le nostre abitudini, ma addirittura ci obbliga, altrimenti facciamo bancarotta.
Cambia così lo stile di vita, cambiano le nostre vite, cambia il modo di pensare. Questa sarebbe una rapida analisi della macchina di primo grado e di questo utensile di secondo grado che hanno leggi differenti, che hanno accelerazioni diverse: non dimentichiamo quella legge, conosciuta da tutti ormai, che un cambiamento quantitativo genera anche un cambiamento qualitativo. Perciò io nego che la tecnologia moderna sia neutrale e universale. La technè è gestita dallo spirito, devi essere ispirato e allora trovi tutto, pure la gioia, e allora non hai nemmeno bisogno e desiderio che ti paghino, perché quello con cui ci si realizza non è monetizzabile.
Comincia così un processo di demonetizzazione della cultura che vorrei approfondire. Invece nella tecnologia è la ratio che ha sostituito la technè e allora ... Chateau Neuf du Pape! Ci sono 5 mila motivi per abbandonare la produzione artigianale del vino dei Castelli, del Frascati, lo sapete molto meglio di me. Ormai o ne produci 5 milioni di bottiglie oppure non è possibile, non è redditizio: ecco il cambiamento quantitativo a cui sei obbligato, altrimenti non puoi far niente. E tu cominci ad avere un'altra concezione della vita e, evidentemente, anche un altro vino.

Superare la conoscenza scientifica

Non ho l'intenzione di demonizzare la scienza e nemmeno la tecnologia. Ho chiarito abbastanza che cosa non dobbiamo fare con la scienza, forse non ho sufficientemente sviluppato che cosa ne possiamo fare. Ho parlato dell'emancipazione dalla tecnologia, di ridurre la scienza ai suoi limiti e in un terzo momento, che non ho elaborato a sufficienza, di superare la scienza moderna, portando l'esempio che nella scienza contemporanea ci sono spunti enormemente positivi per questo superamento.
Comunque e qui verte il mio dibattito per esempio con Prigogine, premio Nobel per la fisica col quale ho discusso parecchie volte — e dopodomani penso che questo dibattito continuerà — , non sono d'accordo con lui nel voler ridurre tutto a scienza, anche se egli apre enormemente i limiti, i confini e la concezione di questa scienza. La scienza moderna, finora anche quella contemporanea, è legata alla misura ed esclude gli eventi unici: un evento unico non è oggetto di scienza. E per me, e forse per la vita umana, gli eventi unici e irripetibili sono quelli più importanti e più decisivi, eppure non sono oggetto di scienza. La scienza consiste nel capire, nel conoscere.
Ho analizzato a lungo questo atteggiamento e mostrato che la parola capire o la parola conoscere può avere due sensi: il senso in cui la scienza moderna l'utilizza e il senso in cui altre tradizioni, inclusa l'occidentale, l'hanno utilizzato. Se «scienza» dopo Bacone (è lui ad affermare che conoscere è potere) vuol dire poter non soltanto controllare, ma conoscere i comportamenti, per me questo capire o conoscere non è ciò che la gran parte dell'umanità, Occidente incluso, ha inteso con queste parole. C'è una forma molto specializzata, molto ridotta, di «capire e conoscere» che è il calcolare, il prevedere, l'avere una certa conoscenza dei comportamenti di regolarità o anche di situazioni caotiche, del caos nel senso fisico della parola, che ci porta a una grande fiducia e a un gran risultato: la scienza del positivo.
Io ho passato 7 anni a fare niente altro che scienza. La scienza è un'attività umana affascinante, non soltanto per il rigore e il metodo che si richiedono nella ricerca scientifica, ma anche per tutto questo sforzo di trovare e di districare i comportamenti e i misteri della natura, sebbene facendole violenza. La scienza usa le cose più grandi che l'essere umano abbia fatto, sarebbe assolutamente contro il mio parere voler dire in questo senso qualcosa di negativo della scienza. Ma la scienza ha estrapolato in maniera non scientifica, volendo diventare cosmologia e volendo soppiantare tutte le altre forme di conoscenza. Che questo sia avvenuto non per responsabilità della scienza ma per colpa dei teologi, che praticavano una teologia completamente assurda, angusta, può darsi, ma non è il punto in discussione. La responsabilità risiede in Bellarmino, se volete, e in tutta la teologia del suo tempo, ma questo è un altro paio di maniche.
È proprio il desiderio di fare un discorso scientifico in quanto scientifico che mi porta a dire quello che sto cercando di dire. Ma assolutamente non vorrei dare l'impressione di demonizzare la scienza o di non riconoscere che la scienza non abbia fatto nulla di positivo. Mi vorrei ben guardare dalla volontà di ritornare indietro, all'età prescientifica e acritica, al romanticismo dei villaggi, della vita semplice; non solo perché non si può tornare indietro, che è già una tautologia, ma perché penso che il fenomeno scientifico, in questo senso, sia un contributo stavo per dire essenziale, direi esistenziale che non si può togliere nel fiorire della vita umana. Ma, come capita spesso nella vita spirituale delle persone, quello che è stato un grande mezzo per tante realizzazioni positive può diventare a un certo momento un ostacolo. Questa, a mio parere, è la situazione in cui si trova la scienza moderna oggi, senza parlare adesso della relazione della scienza con la tecnologia, che mi appare come un atteggiamento diverso, benché la tecnologia sia un ibrido e oggigiorno non si possa fare scienza moderna senza il profitto ecc., ma questo è tutto un altro discorso.

La relazione ambigua tra scienza e cosmologia

Bisognerebbe anche studiare molto più in profondità la relazione tra scienza e cosmologia. La mia tesi, detto in maniera schematica, è che la scienza ci offre un elemento, un parametro per la cosmologia di cui noi abbiamo bisogno, ma che le due cose non si possano identificare e che non possiamo avere una cosmologia che sia frutto esclusivamente della ricerca scientifica. Per questo motivo io ce l'ho con gli scienziati che vogliono fare della scienza una cosmologia. Il best-seller Dal Big Bang ai buchi neri di Stephen Hawking, recentemente tradotto in italiano, ne sarebbe l'esempio più chiaro. Bisognerebbe esercitare a questo punto proprio una doppia critica: una è l'estrapolazione ascientifica che consiste nel passare da conoscenze scientifiche a intuizioni cosmologiche. Penso che la scienza moderna non ci dia una visione del mondo e non ce la voglia dare, ma siamo noi che, non potendo vivere senza cosmologia, prendiamo l'unica cosa che abbiamo in mano, ossia tutta l’imponente costruzione scientifica, e ne facciamo una cosmologia. Mi pare che stia avvenendo proprio questo, come ho scritto in uno dei miei saggi che aspettano di essere completati e che s'intitola Il conflitto delle cosmologie.
La mia seconda critica è una critica dello statuto epistemologico della scienza. Prima di addentrarmi nell'argomento vorrei premettere una osservazione di carattere sociologico. Siccome ho vissuto anche in ambienti puramente scientifici, dove ho lavorato con passione sui mesoni con Hideki Yukawa, sulla fotosintesi, mi sono accorto che in certi ambienti esistono sempre dei tabù. Un tabù dei seminari dei tempi andati era il sesso; nei seminari non si parlava di sesso. Tra gli psicoanalisti un altro tabù, che con alcuni amici abbiamo cercato di rompere, è parlare di Dio: di Dio non si parla. In parecchi ambienti criticare la scienza non è possibile perché la scienza è universale, neutrale e due più due fa quattro dappertutto. lo contesto anche il fatto che due più due faccia quattro dappertutto: due più due fa quattro soltanto dove il due e il quattro non significano niente. Ma non è questo il punto. Credo, comunque, che i tabù continuino a funzionare, anche se ritengo che gli scienziati, dal punto di vista sociologico, siano fra le persone più intelligenti della società.
Ho sperimentato che a volte parlare con tutta questa gente religiosa, spirituale, non è molto stimolante sotto il profilo intellettuale. Non voglio però fare una critica né allo scientismo né alla tecnoscienza. La mia critica nel senso tecnico della parola, è una critica epistemologica, verte sullo statuto epistemologico della scienza come conoscenza. Parlo della scienza moderna postgalileiana, della scienza fisico-matematica, della scienza che matematizza, che per esprimere qualsiasi cosa ha bisogno di parametri che si ripetono, quantitativi e, in certo qual modo, comprensibili, anche se non immediatamente intelligibili, come avviene con il calcolo delle probabilità, le geometrie non euclidee o le matrici, che hanno aperto nella scienza campi straordinariamente profondi e fecondi. Quindi il mio discorso è strettamente filosofico e si limita a individuare i limiti della scienza moderna come conoscenza della realtà.

I limiti interni della conoscenza scientifica

La scienza deve procedere per astrazioni, questo è ovvio. E la mia critica è che la scienza utilizza non solo una prima astrazione, ma una seconda, una terza, una quarta: cioè in qualsiasi problema dobbiamo ricavare subproblemi e trovare subsistemi. La fisicochimica è l'esempio classico, ma oggi anche la macrobiologia o la microbiologia cominciano a farlo. Di questi subsistemi noi possiamo in un certo qual modo trovare il comportamento e dedurre le regole che lo permettono. Io sostengo due cose:
  1. che se anche potessimo trovare tutte le regolarità interne e il comportamento di tutti i subsistemi o sub-subsistemi, questi o l'integrazione di questi non ci darebbero ancora il comportamento del sistema. E oggi sia nella metereologia, sia nel problema del campo di Prigogine, nei sistemi del disordine, si arriva ormai persino nella scienza stessa ad accettare che il riconoscimento dei sub-sistemi e l'integrale dei subsistemi non porta alla conoscenza del sistema. Questo vuol dire che si sta andando fuori dalla realtà per farne l'integrazione;
  2. che tutta la scienza, intesa come questa conoscenza fisico-matematica della realtà, è un'astrazione sia della realtà oggettiva sia - fatto più grave ancora - del soggetto conoscente. Il soggetto conoscente deve usare, per così dire, il cannocchiale scientifico dell'astrazione matematica, mentre la realtà sia nel soggetto sia nell'oggetto è molto più variopinta, in quanto realtà non in quanto cosa.
Dunque, trovare i limiti propri dell'attività scientifica: questa è la mia critica. All'interno dell'attività scientifica ho soltanto da imparare e penso che si tratti di una delle conoscenze che, sociologicamente parlando, hanno realizzato più progressi nella storia dell'umanità. Nessun risentimento contro il mondo scientifico o contro la scienza, forse critica al suo predominio nella società. Questo però è un altro piano, ma soprattutto ribellione a questa riduzione del pensare e del conoscere, al calcolare nella forma più profonda del termine.
Ho spiegato più volte che l'origine filologica delle due grandi radici culturali indoeuropee è quest’attività per la quale l'uomo è l'uomo, il pensare. Pensare è già qualcosa come pesare. Le due radici sono men e med. Da men viene mens-mentismeinmensura, e anche, nei linguaggi anglosassoni e germanici, mount che deriva da moon, perché la luna serve a misurare, mind, e dunque la misura, la quantità, la quantificazione, lo studio dei comportamenti di una certa realtà che si possono tradurre in termini matematici misurabili.
I colori, prima della scoperta del significato di onde e di frequenza, non si potevano misurare; quindi i colori, basti pensare a Goethe, non entravano nella scienza. Oggi abbiamo trovato i parametri di correlazione e possiamo dire giallo, verde ecc... perché abbiamo trovato una certa lunghezza, un certo numero di Angstron, una certa frequenza, che ci permettono di stabilire una correlazione, ma nessun uomo attuale identificherà il numero di Angstron che definisce il verde con il colore verde. Nel colore verde ci sono molte altre cose. Nella luna anche ci sono tante altre cose. Domandate ai cani quando c'è un'eclisse, domandate ai poeti o agli innamorati; ma noi ormai pensiamo che la luna sia un corpo fisico punto e basta e che le altre siano metafore belle per coloro che ancora non sono scienziati. Contro questo riduzionismo sì esercita la mia critica, non contro ciò che la scienza può dire sul peso, la densità, l'atmosfera, i crateri e tutti gli altri aspetti della luna. La mens rende l'uomo uomo e quindi qualsiasi cosa che vada contro la razionalità, il rigore, la misura sarebbe oscurantismo. L'altra radice è med da dove, molto significativamente, vengono le parole: «medicina», «meditazione», «moderare», nel doppio senso della parola, nel senso di essere modesto, di avere perciò il senso della situazione e nel senso di guidare. «Moderatore» è colui che comanda, ma che comanda adattandosi alla realtà, avendo un sesto senso per vedere come le cose si devono condurre, perché ha visto e sentito qualcosa di più. «Medicina» è la forma di mederi, di farti arrivare alla salvezza, salus; salute e salvezza, soter e soteria, in sanscrito sarvam, che vuol dire «tutto». E meditazione è questo rientrare in armonia con la realtà senza forzarla.
Lo strumento della scienza invece è l'esperimento, che fa una certa violenza a quello che ho dinanzi a me. Io cerco di mantenere fisso un certo numero di punti, stabilisco alcune variabili, incido con qualsiasi cosa, vedo come esse reagiscono al mio colpo e prendo nota delle loro reazioni. Osservazione, esperimento, esperienza L'altra forma dì conoscenza, che è stata un po' atrofizzata e che per incentivo creativo forse è la più importante, e l'osservazione. L'osservazione è diversa dall'esperimento. Quando Faraday, sei anni prima di fare la scoperta che permette tutta la nostra civiltà tecnologizzata, scrisse nel suo diario «to convert magnetism into electricity», questa intuizione non era frutto di alcun esperimento, ma di un'osservazione. Quando Kekulé, viaggiando in un caldo pomeriggio d'estate in uno di questi bus di Londra passò per lo zoo londinese e vide che le scimmie si arrampicano le une sulle altre agitando le braccia; nella sua mente scoccò l'idea della struttura del carbonio, l'esagono del carbonio. Non era un esperimento, era un’osservazione. Poi ha trascorso tutta la notte, dice lui, a riflettere su questa visione: congettura che questo vada bene per carbonio e idrogeno e comincia a trovare la struttura di tutta la chimica organica.
«Je commençais a supposer», dice Lavoisier... Tutto è collegato, ma l'esperimento non è l'osservazione. Forse l'osservazione è propria del genio o dell'uomo paziente, ma senz'altro è patrimonio di tutti: tutti possiamo osservare. Noi abbiamo perso questa capacità di osservazione, perché per l'osservazione bisogna essere pazienti, bisogna rispettare i ritmi (potrei citare la mela di Newton). L'osservazione non fa violenza alla realtà, lascia che la realtà ti parli, si avvicini a te e tu sei aperto osservando. Noi abbiamo quasi dimenticato l'osservazione perché abbiamo a che fare con l'esperimento nel quale procediamo molto più speditamente. Facciamo esperimenti su tutto: persino la sessuologia fa esperimenti (o per lo meno un certo tipo di sessuologia, un'altra è molto più saggia), la psicologia fa esperimenti. C'è anche l'osservazione, ma spesso l'equilibrio non è troppo stabile. L'osservazione è un'altra finestra sulla realtà, meno violenta dell'esperimento perché accetta determinati ritmi nell'entrare in contatto con il reale, con la consapevolezza che chi osserva entra in un rapporto tale con l’osservato da modificarlo.
La grande autoaccusa dell'Occidente è che abbiamo dovuto aspettare fino al 1926, quando il suo libro è stato pubblicato, perché Heisenberg ci parlasse del principio di indeterminazione. Se abbiamo avuto bisogno di aspettare fino ad Heisenberg per capire che l'osservatore modifica l'osservazione significa che avevamo perso il senso dell'osservazione. C'è ancora un'altra grande capacità che è rimasta abbastanza sottosviluppata ed è l'esperienza. Se l'osservazione ha una certa qual direzione centrifuga, l'esperienza ha una direzione centripeta. Cioè io sono il modificato, la cosa fa parte di me, mi sono aperto e la realtà dal di fuori è entrata dentro di me e ha fatto parte di me. Combinare giustamente esperienza, osservazione ed esperimento e non buttarsi solo sull'esperimento, questo è il mio richiamo centrale quando parlo della scienza. E non vorrei essere interpretato un po’ alla svelta come uno che intende mettere un freno alla scienza, atteggiamento che considero sbagliato.

Il classificatore non entra nella classificazione

A proposito dell'evoluzione, voglio osservare che l'evoluzione è parte dell'osservazione e perciò molti dicono che l'evoluzione non è una scienza, ma un’ipotesi di lavoro molto utile che serve a un certo inquadramento di numerosi fatti. Io ho una riserva nei confronti dell'evoluzione, sia dal punto di vista logico sia scientifico, almeno nel senso in cui si utilizza questa parola oggi. Non ho nessuna autorità per dire se l'evoluzione o la non evoluzione sia un'ipotesi plausibile o probabile o provata nel campo dell'evoluzione delle specie. Per quanto riguarda un senso globale dell'evoluzione del cosmo, penso che sia un'ipotesi molto utile e molto plausibile, ma non posso accettare l'evoluzione come filosofia per la seguente ragione: l'evoluzione è frutto del genio classificatore dell'Occidente; da Aristotele, passando per Porfirio, fino alla scienza moderna è tutto un classificare. Si classificano le cose: solforico non è solforoso o solfidrico, la specie A non è la specie B, la sottospecie C è già diversa dalla sottospecie D e via discorrendo.
È questa classificazione che ci permette di vedere un rapporto, e anche un'evoluzione, se proiettiamo una situazione statica in un paradigma dinamico, in un tempo a cui si conferisca un certo movimento, come avviene dei fotogrammi con i quali si realizza un film. Ma due cose per principio non possono entrare in nessuna classificazione — e la scienza moderna si basa fondamentalmente sul classificare —: il criterio di classificazione, che non può entrare nella classificazione senza dare origine a un circolo vizioso, e il classificatore. E quando io domando che cos'è l'uomo e mi si risponde animale, bipede, parlante, saggio, habilis, proveniente dalle api; prima o dopo il pithecantropus erectus, uomo di Neanderthal, mi accorgo che tutte le classificazioni lasciano fuori un'unica cosa, che è quella che interessa a me e che forse interessa ciascuno di noi: che cosa sono io, non che cosa è l'uomo, che cosa sei tu. E alla risposta che cos'è l'uomo, messo in terza persona, l'uomo, che è il classificatore non può trovare risposta inserendosi nella classificazione. Quindi nessuna risposta evolutiva di una classificazione mi può dire chi è il classificatore. È la domanda che costituisce la tragedia della gioventù di oggi. che chiede di sapere che cosa sia il classificatore mentre noi le rispondiamo con le classificazioni. Il classificatore è un'altra cosa: è il mistero umano o cosmoteandrico, divino, materiale . Eccoci ancora un'altra volta dinanzi ai limiti della teoria dell'evoluzione.

lunedì 10 febbraio 2014

p-Teletrasporto

Il Giornale OnlineQuesto è un estratto dal rapporto speciale: Studio Psichico di teletrasporto  di Eric W. Davis, approvato per la pubblica distribuzione e distribuzione illimitata nell’agosto 2004. Rilasciato dal Laboratorio di ricerca dell’Areonautica, Comando bellico dell’Areonautica degli Stati Uniti, Base areonautica Edwards CA93524-7048 


Traduzione: Matteo Bedendo
Editing: Laura Rizzotto 


5.1 Fenomeno PK
Il p-Teletrasporto è una forma di psicocinesi (o PK) simile alla telecinesi, ma usata di solito per rivelare il movimento di oggetti (chiamati apports) attraverso altri oggetti fisici o attraverso grandi distanze. La telecinesi è una forma di PK, la quale descrive il movimento di oggetti immobili, senza l’uso intermedio di nessuna forza fisica conosciuta o strumentazione.

Riguardo alla PK e il relativo paranormale (a.k.a. “psi”, “paranormale” o parapsicologia),ci sono state ricerche compiute e/o documentate, rigorosamente controllate in moderni laboratori scientifici da Rhine (1970), Schmidt (1974), Mitchell (1974a, b, vedi anche i riferimenti all’interno), Swann (1974), Puthoff e Targ (1974, 1975), Hasted e altri (1975), Targ e Puthoff (1977), Nash (1978, vedi anche i riferimenti all’interno), Shigemi e altri (1978), Hasted (1979), Houck (1984a), Wolman e altri (1986, vedi anche i riferimenti all’interno), Schmidt (1987), Alexander e altri (1990), Giroldini (1991), Gissurarson (1992), Radin (1997, vedi anche i riferimenti all’interno), Tart e altri (2002), Shoup (2002),e Alexander (2003).

Un noto programma teorico/sperimentale/operativo diretto da H. E. Puthoff, R. Targ, E. May e I. Swann fu condotto all’SRI International e all’NSA, e sponsorizzato diverse volte dalla CIA, l’Agenzia per la difesa dei servizi segreti (DIA), e il Comando per la sicurezza e servizi segreti dell’esercito (INSCOM) per più di due decenni; e il programma fu continuato più avanti da E. May al SAIC (Alexander, 1980; Puthoff, 1996; Targ, 1996; Schnabel, 1997; Tart e altri, 2002).

Fu chiamato il Programma per la visione a distanza, e fu un programma compartimentalizzato ad accesso speciale, avente una vasta gamma di nomi in codice, durante i suoi 22 anni di operatività. La visione a distanza riguarda la precognizione e la chiaroveggenza, e permette a chi la pratica di acquisire informazioni indipendentemente della distanza intercorrente o dal tempo. Il programma di visione a distanza terminò nel 1994 e il Presidente W.J.Clinton lo declassificò ufficialmente nel 1995.

Il lettore dovrebbe notare che i veri primi programmi su psi, PK e controllo mentale delle forze armate e servizi segreti americani R&D furono condotti da H.K. (Andrija) Puharich, M.D., L.L.D. Durante il suo servizio militare al Centro per le armi chimiche e guerra biologica a Fort Detrick, Maryland tra i 1940 e il 1950, Puharich ebbe un interesse nella chiaroveggenza e PK, e si cimentò nelle teorie per accrescere e sintetizzare elettronicamente e attraverso farmaci le capacità paranormali. Mentre era nell’esercito, Puharich partecipò a una moltitudine di esperimenti parapsicologi, e tenne conferenze a gruppi dell’esercito, aviazione e marina sulla possibilità della guerra mentale. Egli fu riconosciuto come esperto di ipnosi e microelettronica. Il fenomeno PK fu anche esplorato nel programma per la visione a distanza.

Il colonnello J.B. Alexander (USA, ritirato) accredita all’ingegnere professionale aerospaziale Jack Hpuck di “aver catturato PK fenomeni e averli trasformati in una forma osservabile” (Houck, 1982, 1984a, b; Alexander e alti, 1990; Alexander, 2003). Durante le passate tre decadi, Houck (seguito da Alexander) tenne un numero di sedute PK, durante le quali ai partecipanti veniva insegnato il processo di induzione PK, e come far iniziare delle manifestazioni PK usando diversi tipi di campioni metallici (forchette, cucchiai, ecc.). Le persone erano capaci di piegare completamente o contorcere i loro campioni metallici senza che nessuna forza fisica venisse in alcun modo applicata.

Molti consulenti scientifici governativi e ufficiali militari graduati presero parte e/o furono testimoni di questi eventi, i quali si svolsero al Pentagono, nelle case degli ufficiali o scienziati, e in un incontro trimestrale dell’INSCOM presenziato dal comandante in capo e un gruppo di colonnelli e generali al comando di unità INSCOM su tutto il globo. La deformazione spontanea dei campioni metallici che fu osservata all’incontro sulla PK condotto durante il ritiro INSCOM, causò un grande scalpore tra i presenti. Altri rilevanti osservatori qualificati presero parte alla sessione, ed esaminarono criticamente l’evento.

Lo psichico Uri Geller (1975) è il modello originale per dimostrare il piegamento dei metalli attraverso PK. Durante una conferenza che tenne al campidoglio americano, Uri causò il piegamento all’indietro di un cucchiaio con nessuna forza applicata, e poi il cucchiaio continuò a piegarsi dopo che lo mise giù e continuò con la sua conferenza (Alexander 1996).

Jack Houck continua nei suoi dettagliati lavori sperimentali e di raccolta dati su micro e macro-fenomeni PK. Esperimenti di PK scientificamente controllati furono condotti, all’Università di Princeton nel laboratorio di ingegneria per la ricerca di anomalie, da Robert Jahn (Decano emerito della Facoltà di Ingegneria), il quale ha riferito che in laboratorio erano stati ripetutamente ottenuti consistenti risultati nel modificare cose materiali con la mente (Jahn e Dunne, 1987). Negli anni ’80 Jahn partecipò ad un incontro riguardo la PK al Laboratorio di ricerca della marina, e avvisò che oppositori stranieri avrebbero potuto utilizzare micro– o macro-PK per indurre i piloti di caccia americani a perdere il controllo del loro aereo e schiantarsi.

Le prime ricerche di esperimenti sul p-Teletrasporto avvennero durante il 19° secolo e primi del 20° secolo. I molti casi che furono studiati, e gli esperimenti compiuti, erano senza dubbio dovuti a frodi, e pochi di essi erano stati condotti sotto condizioni controllate, in quel periodo. Tuttavia, i più credibili rapporti scientifici di fenomeni di p-Teletrasporto e relativi (controllati) esperimenti avvennero nel tardo del 20° secolo (vedi ad esempio, Alexander e altri, 1990; Radin, 1997).

Alcuni di quei lavori scientifici coinvolsero l’investigazione di Uri Geller e una quantità di altri ricorrenti fenomeni spontanei di PK (Hasted e altri, 1975; Puthoff and Targ, 1975; Targ and Puthoff, 1977; Nash, 1978; Wolman e altri, 1986). Lo psichico Uri Geller (1975) e Ray Stanford (1974) dichiararono di essersi teletrasportati in diverse occasioni. I casi più conclamati di teletrasporto umano del corpo da un posto a un altro sono accaduti in assenza di testimoni. Ci sono anche un piccolo numero di rapporti attendibili d’individui, che riportarono di essere stati teletrasportati da/a UFO durante un incontro ravvicinato, che furono scientificamente investigati (Vallee, 1988,1990,1997). Ma ci sono un maggior numero di tali rapporti che sono empirici, là dove il fatto testimoniato tende a essere inaffidabile.

Tuttavia, confineremo la nostra discussione agli esperimenti controllati in laboratorio che sono stati fatti e riportati.

Uno degli esempi più interessanti di esperimenti controllati con Uri Geller fu quello in cui fu capace di far scomparire un cristallo di vanadio di carburo (Hasted e altri, 1975). Il cristallo fu racchiuso in modo che non poteva essere toccato, e posto in modo tale che non poteva essere scambiato con un altro cristallo con un gioco di prestigio.

Una serie più spettacolare di esperimenti rigorosamente controllati (e ripetibili!) accaddero nella Repubblica Popolare Cinese (PRC). Nel settembre del 1981, uno straordinario articolo fu pubblicato nella PRC sul giornale “Zirah Zazhi” (traduzione: Giornale sulla Natura) e questo articolo era intitolato, Alcuni esperimenti sul trasferimento di oggetti compiuti da abilità inusuali del corpo umano (Shuhuang e altri, 1981). L’articolo riportava che bambini dotati, erano capaci di causare un apparente teletrasporto di piccoli oggetti (micro-trasmettitori radio, carta fotosensibile, orologi meccanici, tafani, e altri insetti, ecc.) da un posto ad un altro (che era distante metri) senza che loro avessero toccato gli oggetti in anticipo.

L’esperimento era operato in condizioni eccezionali e ben controllate (entrambe cieco e doppio-cieco). I ricercatori coinvolsero non solo osservatori dalle varie università della PRC e istituti di ricerca medica, ma anche rappresentanti dalla Commissione per le scienze della difesa nazionale della PRC. A causa del coinvolgimento di quest’ultimo, fu ritenuto necessario che fosse preparato un rapporto non classificato per i servizi segreti dalla DIA (vedi Shuhuang e altri, 1981), che incluse una dettagliata traduzione inglese dell’articolo.

Un’ulteriore ricerca implementata dall’Istituto di Ingegneria di Medicina aerospaziale a Pechino fu riportata nel numero di luglio del 1990 della rivista cinese “Scienze somatiche” (Kongzhi e altri, 1990; Jinggen e altri, 1990; Banghui, 1990), che fu anch’esso tradotto in inglese dalla DIA. In molti articoli sono riferiti esperimenti riguardanti la registrazione e la fotografia ad alta velocità del trasferimento di campioni test (noci, scatole di cerini, pillole, unghie, fili, carta fotosensibile, carta trattata chimicamente, spugne imbevute in FeCl3, ecc.) attraverso le pareti di buste di carta sigillata, buste di carta di tipo KCNS a doppio strato, bottiglie di plastica sigillata e tubi con tappi sigillati, e un contenitore sigillato di film plastico senza che le pareti di nessuno di questi contenitori fossero state aperte.

Tutti gli esperimenti cinesi riportati usavano bambini dotati e giovani adulti, che possedevano ben conosciute e straordinarie abilità di PK per causare il teletrasporto dei vari campioni test. In tutti i casi sperimentali che furono presentati, i campioni in esame teletrasportati erano completamente inalterati o invariati rispetto al loro stato iniziale, anche gli insetti erano invariati dall’essere stati teletrasportati. Gli esperimenti erano ben controllati, scientificamente registrati, e i risultati degli esperimenti erano sempre ripetibili.

L’articolo cinese è tutto estremamente interessante e molto ben scritto, e mostra fotografie e diagrammi schematici di come gli esperimenti erano impostati. Il protocolli degli esperimenti erano ampiamente dettagliati, e attraverso dati e analisi statistiche erano presentati i risultati. L’unione dei risultati dei diversi esperimenti cinesi mostra che:

1. differenti gruppi di ricerca progettarono differenti protocolli sperimentali, usarono differenti psichici dotati, usarono differenti contenitori sigillati, e usarono differenti campioni d’esame (insetti vivi, grandi quantitativi di oggetti inanimati, e anche micro-trasmettitori radio erano utilizzati per tracciare i luoghi dei campioni) che dovevano essere teletrasportati;

2. il tempo richiesto per il teletrasporto dei campioni in esame attraverso le diverse barriere passava ovunque da una frazione di secondo a diversi minuti, e questo non dipendeva dal test utilizzato, dal contenitore sigillato che era usato (o dallo spessore della barriera), quale protocollo sperimentale era in atto, o quale psichico era stato utilizzato;

3. la fotografia e la registrazione ad alta velocità registrarono in una serie di esperimenti che i campioni test fisicamente si fondevano o si mischiavano con le pareti dei contenitori sigillati; e registrarono in una differente serie di esperimenti che il test semplicemente scompariva dall’interno del contenitore solo per riapparire in un altro luogo (accadde dopo secondi per molti minuti), in modo tale che il campione in esame non subì una totale disintegrazione/reintegrazione materiale durante il teletrasporto; questo dato è importante, perché senza l’aiuto degli strumenti di monitoraggio elettronico, gli organi sensoriali di una persona media e un normale metodo di rilevamento sono incapaci di percepire l’esistenza (ambigua) del campione durante il processo di teletrasporto;

4. i micro-trasmettitori radio utilizzati come campioni test in una serie di esperimenti (Shuhuang e altri, 1981) inviarono un segnale radio a diversi strumenti/ricevitori elettronici stazionari, così che il campione potesse essere tracciato e monitorato (attraverso misurazioni del segnale d’ampiezza e frequenza) durante il processo di teletrasporto; gli esperimenti svelarono che c’era una ampia fluttuazione d’intensità (in entrambe ampiezza e frequenza) del segnale monitorato con l’effetto che ciascuno sarebbe completamente scomparso o diventato estremamente debole (nella misura in cui gli strumenti di monitoraggio potevano appena rilevarlo); ci si accorse che c’era un correlazione definita tra il cambio in forza (ossia la frequenza radicale cambiava rispetto a dove era osservata) del segnale radio monitorato e il teletrasporto del test, tale che il segnale debole o assente indicava che il campione era “non esistente” (o in uno stato fisico alterato) durante il teletrasporto (nota: il segnale di ampiezza e frequenza del test monitorato dal micro-trasmettitore era stabile prima e dopo il teletrasporto);

5. prima e dopo “il passaggio attraverso la barriera/parete del contenitore”, il test e la barriera/parete del contenitore erano entrambe oggetti solidi completi;

6. agli psichici dotati non era mai permesso di vedere (erano bendati in molti esperimenti) o toccare ogni campione test o i contenitori sigillati prima e dopo che gli esperimenti erano condotti, e solo per gli esperimenti che necessitavano il tocco del campione e i contenitori (si usavano entrambi i protocolli, cieco e doppio-cieco);

7. i risultati degli esperimenti erano tutti ripetibili;

8. le condizioni di falsi e giochi di prestigio furono totalmente eliminati, e diversi testimoni indipendenti esterni (esperti tecnici e di spionaggio militare) erano presenti ogni volta per assicurare la completa fedeltà degli esperimenti.


Gli esperimenti con il radio micro-trasmettitore e la fotografia e la registrazione ad alta velocità offrono dati importanti per determinare quale sia il meccanismo del teletrasporto, e verrà discusso più avanti nella Sezione 5.1.1.

I cinesi non furono capaci di dare nessuna significativa spiegazione fisica che poteva spiegare i risultati. Alcuni ricercatori affermarono che era necessario chiamare in causa una nuova fisica, la quale in qualche modo unificasse la coscienza umana (cioè, la fisica della coscienza) con la fisica quantica e dello spazio-tempo, per comprendere i fenomeni relativi al p-Teletrasporto e alla PK. I ricercatori erano entusiasti dei loro risultati ripetuti, ed erano appena capaci di sondare l’alterato “stato d’essere” che i campioni in esame ebbero durante il teletrasporto.

È anche importante sottolineare che durante la Guerra fredda la DIA produsse tre (ora declassati) rapporti sulla ricerca parapsicologica del’Unione sovietica e i suoi alleati del Patto di Varsavia (LaMothe, 1972; Maire e LaMothe, 1975; rapporto DIA, 1978; altri studi relativi furono riportati da Groller, 1986, 1987).

Lo scopo dei rapporti era quello di raccogliere e riassumere informazioni dei servizi segreti, descrivere in grande dettaglio, e stimare l’Unione sovietica e il Patto di Varsavia R&D (Ricerca e Sviluppo) su parapsicologia e parafisica. I rapporti evidenziarono la storia della Russia pre-rivoluzionaria (Zarista), della seconda guerra mondiale, del dopoguerra, del Dipartimento di ricerca e sviluppo sovietico sulla psicotronia, sulla mente umana/controllo comportamentale, e l’intero spettro della parapsicologia.

Le informazioni sovietiche menzionano anche di materiale del Dipartimento di ricerca e sviluppo su parapsicologia/psicotronia, che i militari sovietici presero da vari centri di ricerca nazisti in Germania alla fine della seconda guerra mondiale. L’intero spettro dei fenomeni parapsicologi fu esplorato dai sovietici, che risultò in una gran quantitá di dati sperimentali e relativa letteratura di ricerca scientifica.

Un rapporto della DIA sottolineò, che c’era un dibattito scientifico est contro ovest nella letteratura scientifica sulla veridicità dei fenomeni paranormali e dei relativi dati scientifici, oppure se fossero paragonabili scientificamente agli studi scientifici occidentali e filosofici. Un altro rapporto della DIA elenca i nomi e gli affiliati di tutti i ricercatori, come anche i nomi dei vari centri di ricerca sovietici e del Patto di Varsavia che erano coinvolti. Anche, Pratt (1986) esamina e riassume la storia della ricerca psicotronica sovietica.

I servizi segreti americani erano preoccupati della possibilità che i sovietici e i loro alleati del Patto di Varsavia stessero conducendo progetti di ricerca e sviluppo sul controllo mentale ed effetti psicotronici con l’intento di scoprire come utilizzare e controllare i potenti fenomeni, che potevano essere usati contro gli Stati Uniti e i suoi alleati. LaMothe (1972) annotò come i sovietici abbiano ricercato metodi per influenzare il comportamento umano per oltre 60 anni.

I sovietici e i suoi alleati esplorarono approfonditamente la tecnologia dell’influenza che loro chiamarono “comportamento offensivo controllato”, che è definita come “ricerca sulla vulnerabilità umana come si applica a metodi di influenza e alterazione del comportamento umano” (LaMothe, 1972). Inoltre, LaMothe (1972) descrive le tecniche rivoluzionarie che i sovietici studiarono per influenzare il comportamento umano che includevano: suono, luce, colore, odori, deprivazione sensoriale, sonno, campi elettromagnetici, biochimica, autosuggestione, ipnosi, e fenomeni parapsicologici (come psicocinesi, telecinesi, percezione extrasensoriale ESP, proiezioni astrali, chiaroveggenza, precognizione e sogni, ecc.). Il rapporto LaMothe (1972) divenne un aiuto nello sviluppo di contro misure per la protezione del personale americano e/o dei suoi alleati.

Psicotronico è la parola generale che era usata nella prima Unione sovietica e dai paesi del Patto di Varsavia per classificare i molti fenomeni psichici che erano sotto investigazione scientifica. Le conclusioni che furono raggiunte nel rapporto della DIA sono che all’interno della categoria psicotronica, i sovietici identificarono due caratteristiche separate (LaMonthe, 1972):

1. bioenergetici: quei fenomeni associati con la produzione di effetti obiettivamente percettibili come psicocinesi, telecinesi, effetti di lievitazione, trasformazioni di energia, cioè l’alterazione o interessamento della materia;

2. bioinformazioni: quei fenomeni associati con l’ottenimento di informazioni attraverso mezzi, oltre che con i normali canali sensoriali (cioè ESP), come telepatia, precognizione, e chiaroveggenza, come l’uso della mente per inserirsi nei pensieri di altri e acquisire informazioni presenti o future circa eventi obiettivi nel mondo.


Questi fenomeni coinvolgono l’uso della mente e/o qualche “campo” del corpo per colpire altre menti e oggetti inanimati indipendentemente dalla distanza o dal tempo trascorso, e senza coinvolgere nessuno strumento convenzionale.

Bioenergetica e bioinformazione sono due classificazioni che fanno parte di un solo ramo della scienza, che i sovietici preferiscono chiamare biocomunicazione. La ricerca sovietica sulla biocomunicazione è principalmente interessata all’esplorazione dell’esistenza di un definito gruppo di fenomeni naturali, controllati da leggi che non sono basate su nessuna influenza (energetica) conosciuta.

I tipi di fenomeni di biocomunicazione (psicotronici) includono speciali attività biofisiche sensoriali, cervello e controllo della mente, comunicazione telepatica o trasmissione bioinformatica, bioluminescenza e emissioni bioenergetiche, e gli effetti di stati alterati di coscienza sulla psiche umana. La psicotronia e la visione a distanza forniscono capacità che hanno, ovviamente, applicazioni di spionaggio. I sovietici e i loro alleati del Patto di Varsavia investirono milioni di dollari in ricerca e sviluppo psicotroniche perché capirono ciò, e videro il potenziale profitto per le applicazioni militari e di spionaggio.

La risposta degli Stati Uniti ai programmi di ricerca e sviluppo psicotronici sovietici era il Programma per la visione a distanza. In aggiunta, l’esercito americano iniziò il progetto JEDI nel 1983, che cercò di incrementare il potenziale umano usando modelli comportamentali e fisici eccellenti, che si potevano insegnare, attraverso mezzi non convenzionali (Alexander e altri, 1990).

Il progetto JEDI era inizialmente un esperimento per modellare le prestazioni umane, attraverso le capacità di programmazione neuro-linguistica (PNL), là dove furono usate tecnologie avanzate d’influenza, per modellare eccellenti prestazioni nell’essere umano. Il programma passò sotto le protezioni dell’esercito (INSCOM) e la Scuola per l’organizzazione dell’efficacia, e fu sponsorizzata come un gruppo di un’agenzia interna del governo degli Stati Uniti. Infine, dovrebbe essere sottolineato che il programma addestrò con successo centinaia di persone, tra cui membri del Congresso (come Al Gore, Jr. e Tom Downey), prima di essere chiuso.

C’è un gran numero di dati di ricerca basati su fatti scientifici da tutto il mondo che attestano la fisica realtà del p-Teletrasporto e i relativi fenomeni anomali di Psi (Mitchell, 1974b; Targ e Puthoff, 1977; Nash, 1978; Radin, 1997; Tart e altri, 2002).

Gli scettici non dovrebbero rapidamente scartare la materia trattata in questo capitolo, perché si deve rimanere con la mente aperta circa questo argomento e considerare il p-Teletrasporto come una valida e ulteriore esplorazione scientifica. L’argomento psicotronico è controverso all’interno della comunità scientifica occidentale. Il dibattito tra gli scienziati e filosofi scientifici è altamente sovraccaricato a volte, e diviene malevolo al punto tale che rispettabili scienziati scettici cessano di essere imparziali rifiutando di esaminare i dati degli esperimenti o le teorie, e preferiscono scavalcare discorsi razionali facendo attacchi personali e adducendo argomenti irrazionali (da salotto).

Il p-Teletrasporto e i relativi fenomeni sono veramente anomali, e sfidano i paradigmi scientifici moderni. Lightman e Gingerich (1991) scrivono, “Gli scienziati sono riluttanti nel cambiare i paradigmi, per la pura ragione psicologica che essi gli sono familiari, il che è spesso più confortevole della non familiarità, e che la fiducia in tali incongruenze non è confortante”. Le teorie cambiano col tempo, quando delle anomalie si inserisco nello scenario. Le anomalie sono particolarmente di aiuto per sottolineare il punto di inadeguatezza di un vecchio modello e indicarci la via verso uno nuovo.

Fatti scientifici anomali sono inaspettati e difficili da spiegare all’interno di un quadro teorico esistente. Kuhn (1970) descrive le scoperte scientifiche come un processo complesso, in cui un fatto di natura anomala è riconosciuto, e poi seguito da un adeguamento del quadro teorico esistente (cioè, un modello) che fa del nuovo fatto non più un’anomalia. Kuhn affermò che, “le scoperte iniziano con la consapevolezza di un’anomalia; attraverso il riconoscimento che la natura ha in qualche modo violato la pre-indotta aspettativa, che governa la normale scienza”.

Questa dichiarazione descrive esattamente e con chiarezza, cosa accadde durante la rivoluzione storica che ebbe luogo nella fisica tra la classica meccanica/elettrodinamica era nel 19° secolo e la quantica/atomica/nucleare/relativistica era nel 20° secolo. Queste non sono le uniche volte, nella storia dell’uomo, che i modelli scientifici sono cambiati drammaticamente. La scoperta del p-Teletrasporto già iniziò nel 20° secolo, così lasciateci continuare le scoperte e creare un nuovo modello fisico per il 21° secolo.
25 novembre 2003 di Eric W. Davis

Traduzione: Matteo Bedendo
Editing: Laura Rizzotto 

Impronte umane di 800000 anni scoperte nel Norfolk, Regno Unito




Gabriele Lombardo

E’ sensazionale la scoperta divulgata il 7 febbraio 2014 nel Norfolk in Inghilterra, si tratta di una scoperta che retrodata la presenza di comunità umane ad 800.000 anni fa, parliamo della presenza umana in Europa e fuori dall’Africa, stiamo parlando di impronte umane impresse nel fango limaccioso a decine e di più persone presenti in rocce visibili nel Norfolk orientale con la bassa marea. La notizia della BBC NEWS riporta la scoperta del dottor Nick Ashton del British Museum che conferma una precedente scoperta di fossili e utensili ritrovati nella stessa area da una precedente spedizione. Sembra da ciò che si evince che questi uomini potrebbero appartenere al ceppo dell’Homo Heidelbergensis vissuto nel Regno Unito e surclassato dal Neanderthal dopo molto tempo e fino a 40000 anni fa.

Fonte: 

Buddha e l'ottuplice Sentiero..5/10

sabato 25 gennaio 2014

LA DITTATURA FINANZIARIA TOTALITARIA PROSSIMA VENTURA


1. LA BANCA D’ITALIA
In quanto aderente al sistema SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali) della BCE, Banca d’Italia è un’autorità monetaria completamente autonoma ed indipendente dal governo, perché in base ai trattati europei e al suo statuto non può finanziare direttamente lo Stato italiano tramite scoperti di conto di tesoreria, acquisto diretto di titoli del debito pubblico o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia. Inoltre, nessun politico o ministro italiano può influire sulle scelte di politica monetaria della Banca d’Italia o può chiedere conto e ragione, in parlamento o in altre sedi, dell’operato del Consiglio superiore o del governatore dell’istituto.
La situazione opposta, invece, è incredibilmente ammessa, come conferma la lettera inviata il 5 agosto del 2011 da Trichet e Draghi al governo Berlusconi. L’unico obiettivo di Banca d’Italia, in linea con quello della BCE, è il mantenimento di un tasso annuo di inflazione prossimo al 2%, mentre l’istituto non si assume alcuna responsabilità né per quanto riguarda la disoccupazione né la crescita economica in generale, lasciando che siano il governo e il parlamento con la sola leva fiscale e tributaria a doversi fare carico della soluzione di questi problemi. Tranne l’elezione del governatore, che avviene su esplicita proposta e indicazione del Consiglio superiore della banca centrale (articolo 17 dello Statuto), i politici non hanno alcuna influenza nelle attività strettamente tecniche o istituzionali di Bankitalia.
La proprietà della banca centrale è al 95% privata, anche se l’istituto viene ipocritamente definito di diritto pubblico, perché si è appropriato giuridicamente di un’attività regolamentata per legge: l’emissione della moneta (sotto forma di banconote e riserve bancarie). Siccome noi siamo obbligati per legge dal corso forzoso ad accettare l’euro come moneta di stato, la Banca d’Italia, che ha l’esclusivo privilegio di emettere le banconote e le riserve elettroniche in euro, malgrado la sua proprietà e funzione privatistica ha acquisito negli anni una chiara posizione dominante nell’assolvimento di un diritto pubblico. I banchieri privati si sono gradualmente, con il tacito consenso o l’approvazione unanime di tutti i politici, impossessati di un istituto giuridico pubblico, la moneta, cercando di ricavarne nel corso del tempo un maggiore profitto privato. E visto che un’istituzione o è pubblica (nel senso che non è orientata ai profitti ma a garantire un diritto della cittadinanza) o è privata (nel senso che antepone il raggiungimento del profitto al benessere dei cittadini), Bankitalia da questo punto di vista è un ente assolutamente privato, perché antepone il profitto dei suoi azionisti banchieri (inflazione bassa, dividendi, prestiti agevolati agli amici della cricca) a quello dei cittadini (occupazione, bassa tassazione, regolarità del credito a famiglie e imprese). Tuttavia, questo esproprio di fatto della funzione monetaria un tempo subordinata al governo democratico, fino ad oggi veniva quantomeno ricompensato versando gran parte degli utili di gestione alle casse dello Stato (e per come viene gestita oggi una banca centrale, gli utili sono sempre assicurati, mentre è praticamente impossibile avere delle perdite). Da oggi invece, tramite la scandalosa proposta di trasformare Banca d’Italia in una public company, anche gran parte di questi utili verranno veicolati verso gli azionisti bancari privati.
2. I PROFITTI DEI BANCHIERI PRIVATI
Ma vediamo nel dettaglio cosa si nasconde dietro questa incredibile truffa legalizzataspulciando il documento redatto da tre consulenti di Banca d’Italia (uno dei tre relatori è il famigerato ex-presidente del consiglio fantoccio della GreciaLucas Papademos, governatore della banca centrale ellenica ai tempi dei trucchi di bilancio organizzati insieme a Goldman Sachs per fare rientrare il paese nei parametri di Maastricht: con un consulente così siamo in una botte di ferro!!!). Innanzitutto partiamo dall’assetto proprietario attuale, che è diviso in quote fittizie per un valore complessivo del capitale sociale simbolico di €156.000, di cui Banca Intesa, Unicredit e Assicurazioni Generali insieme detengono quasi il 60% del totale. Il fatto che si sia creata una tale concentrazione di capitale sociale in pochi grandi gruppi dipende dal processo di trasformazione e fusioni successive avvenute nel sistema bancario italiano a partire dai primi anni novanta.
In base alle rispettive quote e al valore nominale delle stesse, secondo quanto disposto dall’articolo 39 dello Statuto, i dividendi dovuti agli istituti finanziari e assicurativi privati ammonterebbero al 10% dell’intero capitale sociale, ovvero a soli €15.600. Tuttavia i banchieri sono già riusciti in passato ad inserire un comma all’articolo 40 dello Statuto, secondo cui oltre ai risibili dividendi figurativi di cui sopra, spettano agli azionisti privati altri dividendi aggiuntivi pari ai profitti degli investimenti del valore massimo del 4% delle riserve detenute nell’anno precedente (per il 2012 l’aliquota è stata piuttosto bassa, 0,5%, che tradotta in soldoni equivale a €70 milioni regalati alle banche). Il resto dell’utile netto (€2,5 miliardi nel 2012) viene invece ripartito fra accantonamenti a riserve statutarie (€1 miliardo) o girato direttamente al ministero del Tesoro (€1,5 miliardi). Considerando che l’utile lordo è stato di poco superiore a €7 miliardi e sottratta la quota versata in anticipo al fondo rischi generali, ciò significa che lo Stato incassa all’anno all’incirca altri €2 miliardi di tasse sugli utili. E in totale si tratta di €3,5 miliardientrati nelle casse dello Stato nel 2013. Una bella somma, che giustifica le enormi pressioni dei banchieri sul governo per accaparrarsi una fetta molto più grande del bottino. Dato il contesto istituzionale e politico favorevole (dall’inizio della crisi del 2011 i banchieri sono riusciti ad infiltrare nei governi tecnici Monti e Letta una quantità considerevole di propri dirigenti, affiliati e simpatizzanti) e la situazione di emergenza in cui versa l’Italia, era chiaro che fosse arrivato il momento di sferrare l’attacco decisivo.
3. LA TRUFFA LEGALIZZATA
La proposta dei banchieri è la rivalutazione del capitale sociale, ricalcolato in base ai flussi di reddito che esso genera, il quale si collocherebbe in un intervallo compreso fra i €5 e €7,5 miliardi. Questi soldi verrebbero spostati contabilmente dalle riserve di Banca d’Italia, prendendo a pretesto il fatto che le banche per 14 anni di fila non hanno sfruttato fino in fondo le potenzialità dell’articolo 40, utilizzando sempre un valore di riserve investite inferiore al 4%. Come dire, non solo lo Stato ha fatto annualmente un regalo alle banche (i 70 milioni di euro di cui sopra), ma adesso i banchieri pretendono pure di farci pesare la colpa che il gentile omaggio non fosse all’altezza delle loro aspettative. Inoltre verrebbe fissato un limite del 5% alle quote possedute da ogni singolo azionista e a coloro che, adesso o in futuro, dovessero ritrovarsi con quote in eccesso, verrebbe concesso un periodo di tempo prestabilito per sbarazzarsene, vendendole ad “investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo” (definizione generica che significa tutto e niente, ma che alla fine si ridurrebbe a privilegiare i ben noti colossi finanziari mondiali “too big to fail”, tipo Goldman SachsMorgan StanleyJP MorganBarclays,Deutsche Bank e così via).
In pratica si verrebbe a creare un vero e proprio mercato internazionale delle quote di Banca d’Italia, difficile se non impossibile da gestire e monitorare (se Goldman Sachs acquisisce o scala un altro azionista, chi si deve prendere la briga di obbligarla a cedere le sue quote in eccesso?), a cui potrebbero accedere soltanto gli istituti finanziari abilitati ed autorizzati (come avviene oggi con il consorzio degli “specialisti” in acquisto di titoli di stato). In nessun altro contesto internazionale, in cui la banca centrale è in tutto o in parte controllata dai privati, esiste un mercato regolamentato delle quote di partecipazione al capitale di una banca centrale, dato che queste ultime rappresentano ovunque una semplice certificazione azionaria fittizia che non può essere trasferita, venduta, prestata, acquistata. L’Italia sarebbe all’avanguardia in questo settore, visto che il progetto in questione prevede chiaramente che le quote siano “facilmente trasferibili e in grado di attrarre potenziali acquirenti”.
La smania di incentivare l’arrivo di capitali esteri ha contagiato pure uno dei settori in cui la presenza straniera non è affatto necessaria (gli stranieri sanno per caso “stampare” le banconote meglio di noi? O azionare i computers dei funzionari della banca centrale in maniera innovativa?) e creerebbe invece dei paradossi difficilmente risolvibili senza innescare infiniti intoppi diplomatici ed istituzionali: cosa succederebbe se un giorno Banca d’Italia diventasse interamente di proprietà straniera? Potrebbero istituti finanziari esteri pretendere tutto l’oro e il patrimonio accumulato da Banca d’Italia in passato, grazie soprattutto ai privilegi di gestione concessi dallo Stato italiano? Il patrimonio di Banca d’Italia è pubblico o privato? Non sono stati gli italiani e il loro ligio rispetto della lex monetae di Stato a garantire a Banca d’Italia di incrementare nel tempo le sue proprietà e ricchezze? Un ginepraio inestricabile, che giustifica il fatto che nei paesi più civili ed evoluti del mondo la proprietà della banca centrale è interamente pubblica e anche nei casi di proprietà privata, nessuno ha mai osato tanto quanto gli italiani oggi in termini di privatizzazione e apertura ai mercati esteri.
4. COME FUNZIONA?
Se la ridefinizione dell’assetto proprietario di Bankitalia venisse attuata in tempi brevi, consentirebbe al governo e ai banchieri di raggiungere tre importanti obiettivi in un colpo solo:
  1. il governo incasserebbe una tassa una tantum sulle plusvalenze della rivalutazione pari a circa €1,5 miliardi, utile a coprire il mancato gettito per il 2013 dell’IMU sulla seconda casa;
  2. migliorerebbe la situazione patrimoniale dei disastrati istituti bancari italiani in vista degli stress test che la BCE condurrà per tutto il 2014;
  3. i banchieri avrebbero annualmente maggiori dividendi complessivi, che finirebbero alle banche private azioniste (italiane e straniere).
Analizzando tuttavia un punto alla volta questo programma, ci si accorge ben presto che ogni passaggio equivale ad un guadagno certo per i banchieri e ad una perdita netta per noi cittadini.
a) la tassa una tantum
Lo Stato incasserà subito €1,5 miliardi, da utilizzare soltanto per un anno a copertura di un mancato gettito, privandosi però per tutti gli anni futuri di un sicuro introito derivante dalle tasse e dalla redistribuzione degli utili di Banca d’Italia. E’ lo stesso tipo di errore che si commette quando si vogliono utilizzare i proventi delle privatizzazioni (un asset strategico in conto capitale che produce rendimenti certi) per abbattere magari debiti di medio e breve periodo (che invece, in una logica di contabilità spicciola, dovrebbero essere ridotti utilizzando le entrate in conto corrente). In questo modo, una volta abbattuto tutto o parte di quel debito, lo Stato si ritroverebbe senza un asset, senza un rendimento certo, e senza essere neppure riuscito ad estirpare la vera causa da cui si originava quel buco di bilancio, che qualora dovesse riaprirsi avrebbe ora minori possibilità di essere rimarginato. Perché non solo lo Stato avrà un patrimonio minore a garanzia di quel nuovo debito ma anche meno entrate nel suo conto economico per equilibrare le uscite e le eventuali perdite di esercizio. In un paese normale, la necessità di reperire €1,5 miliardi tramite Banca d’Italia si sarebbe risolta in un’altra maniera, molto più immediata e indolore per le tasche dei cittadini: la rinazionalizzazione a costo zero dell’istituto, la rivalutazione del capitale sociale a €7 miliardi e l’incasso delle tasse sulle plusvalenze direttamente da Banca d’Italia. Inoltre, ogni volta che si fanno questo tipo di operazioni avventate, bisognerebbe quantomeno fare un confronto fra i rendimenti attivi dell’asset che si vuole privatizzare (che possono essere anche figurativi, come i mancati costi di affitto di un edificio pubblico) e gli interessi passivi del debito che si vuole ridurre. Se i primi sono superiori ai secondi, la privatizzazione non ha alcun senso, perché conviene pagare gli interessi passivi e incassare annualmente la quota marginale di profitto. Cosa che sta puntualmente accadendo con il fallimentare e scandaloso piano di privatizzazioni del governo Letta chiamato beffardamente “Destinazione Italia”, che toglierà allo Stato asset strategici, rendimenti certi dell’ordine del 7%, per ripagare una parte minima del montante di debito (circa €12 miliardi), da cui scaturiscono mediamente interessi passivi del 4%. Ogni anno quindi lo Stato perderà il 3% di quei €12 miliardi, ovvero €360 milioni, che dovrà recuperare mettendo altre tasse o facendo altri tagli ingiustificati alla spesa pubblica sociale.
b) la patrimonializzazione delle banche
Andiamo al secondo punto, la questione controversa della patrimonializzazione delle banche, che è all’origine di tutti i problemi attuali dei paesi europei. Come già sappiamo, nell’eurozona si è già deciso da tempo che i costi della cattiva gestione dei banchieri devono essere pagati dai cittadini, con ingarbugliati accordi intergovernativi o fraudolenti schemi di salvataggio pubblico (Fiscal Compact, MES, bail in e bail out, prelievi forzosi etc). Anche nel caso della rivalutazione del capitale sociale di Banca d’Italia la musica non cambia, perché quei €7 miliardi di aumento di capitale, che i banchieri si ritroveranno spalmato come per magia sui loro bilanci, deriva da un fondo di riserve che in teoria (ma anche in pratica) è di proprietà dello Stato e dei cittadini italiani. Sono infatti lo Stato e i cittadini italiani (questi ultimi come sempre a loro insaputa) ad avere concesso negli anni alla Banca d’Italia il privilegio di emettere la moneta legale a corso forzoso, senza il quale l’istituto nazionale di Palazzo Koch non avrebbe mai potuto registrare utili o creare riserve statutarie. Siamo alle solite insomma, il Governo dei Banchieri cerca di mascherare una chiara operazione di salvataggio pubblico delle banche, con nomi più o meno evocativi di altro: rivalutazione delle quote di Banca d’Italia non significa altro che spostamento fisico e contabile di un tesoretto degli italiani nelle casse delle banche private. Qualora un giorno lo Stato italiano volesse procedere alla sacrosanta e legittima nazionalizzazione della sua banca centrale, per mettersi al passo con i paesi europei più grandi ed evoluti (Germania, Francia ed Inghilterra) e allontanarsi dalla condizione di colonia del Terzo Mondo, dovrebbe conferire ai banchieri privati ben €7 miliardi di regali ed elargizioni per riacquistare tutte le quote azionarie circolanti. Insomma i banchieri stanno già cercando di pararsi il colpo, nell’improbabile caso in cui agli italiani dovesse un giorno venire un insperato (e alquanto provvidenziale) impeto di orgoglio e amore nazionale.
Inoltre quelle quote un tempo simboliche e fittizie, con la rivalutazione diventerebbero concreti e reali attestati di proprietà, che potrebbero porre diversi contenziosi o interrogativi in caso di liquidazione della Banca Centrale: chi sarebbero i proprietari dei €100 miliardi e oltre di riserve valutarie e auree, lo Stato o i banchieri? E i €23 miliardi di riserve statutarie invece? Visto che proprio da queste ultime sono stati ricavati i €7 miliardi di rivalutazione, sembrerebbe che le banche private vantino ad oggi maggiori diritti di proprietà rispetto allo Stato riguardo al patrimonio di Banca d’Italia e non è escluso che potrebbero sfacciatamente rivendicare questo diritto in qualsiasi momento futuro (magari richiedendo una nuova ricapitalizzazione dell’istituto per ripianare i loro buchi di bilancio). E non abbiamo ancora parlato dell’enorme conflitto di interessi che vede le banche controllate proprietarie dell’ente controllore di vigilanza. Ed è qui che entra in ballo il più sfrontato raggiro dell’opinione pubblica, perché questa intollerabile ambiguità di fondo viene fatta passare come la maggiore garanzia di imparzialità, autonomia ed equidistanza dell’istituto di sorveglianza, dato che, testuali parole, “non va alterato l’equilibrio che ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche”, prendendo gli Stati Uniti e la Federal Reserve come esempio virtuoso e modello di massima efficienza dell’azionariato privato nel capitale sociale dell’ente di vigilanza bancaria (senza citare però minimamente i disastri della crisi finanziaria dei subprime del 2008, avvenuti anche grazie ad un controllo quasi inesistente della Federal Reserve sull’operato delle grandi banche private sue proprietarie). Ma che cos’è questa se non una truffa? Abbiamo detto prima che i trattati europei impediscono a monte qualsiasi influenza dei politici sull’operato della banca centrale, sia in termini finanziari (impossibilità di acquisto diretto di titoli di stato o di scoperti sul conto di tesoreria) sia in termini operativi (incapacità di fissare il tasso di interesse di riferimento o di regolamentare il sistema del credito). Quindi che bisogno c’è di blindare l’autonomia e l’indipendenza della banca centrale dal governo, ricorrendo all’azionariato privato? Prova ne è il fatto che la Bundesbank e la Banque de France sono interamente pubbliche, eppure né Hollande né la Merkel né l’ultimo dei politici tedeschi o francesi avrebbe oggi la capacità di influire anche lontanamente sulle scelte di politica monetaria dei rispettivi istituti centrali. Inoltre il modello degli Stati Uniti è completamente fuori luogo per fare un paragone con gli stati non più sovrani dell’eurozona, perché sappiamo che la Federal Reserve, benché di proprietà privata, è obbligata ad indirizzare le proprie decisioni di politica monetaria in base alle esigenze del Governo. Mentre gli stati dell’eurozona sono costretti obbligatoriamente a coprire i propri deficit di bilancio chiedendo in prestito i capitali ai mercati finanziari privati, gli Stati Uniti possono invece decidere discrezionalmente di finanziarsi sui mercati con il collocamento dei propri titoli di stato oppure di ricorrere al supporto diretto della banca centrale. La loro scelta insomma è di carattere più tecnico, politico o ideologico (il terrorismo fatto sull’ampiezza estrema dei debiti pubblici, che invece in condizione di sovranità monetaria sono sempre contabilmente solvibili) che strettamente finanziario, perché gli americani, così come i giapponesi, i canadesi, gli australiani, non immaginano nemmeno che sia possibile interrompere drasticamente il collegamento e il coordinamento fra politica monetaria della banca centrale e politica fiscale del governo, così come è avvenuto qui in Europa con l’adesione ai trattati comunitari. Il confronto quindi fra l’azionariato privato della Federal Reserve e quello di Banca d’Italia è del tutto inappropriato, anche perché mentre negli Stati Uniti la scelta di fornire dei dividendi agli azionisti privati non esclude il governo dal pieno controllo della banca centrale e non limita la capacità di spesa dello Stato (il vero vincolo caso mai riguarda l’equilibrio dei conti con l’estero e la stabilità di cambio della moneta), qui in Italia il governo non solo non può ricevere nulla dalla banca centrale in termini di sostegno finanziario ma continua a perdere parte degli utilissimi introiti da signoraggio a favore dei banchieri, rendendo più pressante e oneroso il ricorso ai mercati finanziari privati. Con questa riforma l’Italia quindi si avvicinerebbe più che altro ai sistemi privatistici periferici dell’eurozona di Belgio e Grecia (non proprio due fari di innovazione, sviluppo e modernità nel panorama internazionale), allontanandosi invece pericolosamente dai modelli più equilibrati ed evoluti di Francia, Germania ed Inghilterra, dove quantomeno i profitti della banca centrale pubblica sono interamente girati allo Stato. Nel caso specifico gli utili della Bundesbank tedesca sono disciplinati per legge e ritornano alle casse statali fino alla somma di €2,5 miliardi, mentre la parte eccedente viene destinata ad un fondo speciale istituito per finanziare i costi della riunificazione tedesca e vari programmi di sviluppo. I profitti della Banque de France vanno invece per più della metà allo Stato, mentre il resto viene distribuito tra fondi pubblici e altre riserve della stessa banca. Ripetiamo che si tratta di briciole, rispetto alla possibilità di finanziare per intero il proprio fabbisogno pubblico o calmierare a piacimento gli interessi passivi, come avviene negli stati che hanno mantenuto intatta la propria sovranità monetaria. Tuttavia, strozzati come siamo nell’eurozona dai vincoli di bilancio, questi soldi sono molto utili se non indispensabili per evitare di applicare ulteriori salassi tributari alla cittadinanza o di tagliare ancora servizi pubblici essenziali.
Ma è proprio questo il nodo più spinoso della questione. L’Italia ha già deciso di uscire dal novero dei paesi forti economicamente in Europa, autoriducendosi al grado di protettorato e colonia (sulla scia di Grecia e Belgio), oppure esiste ancora qualche possibilità di riscatto per il nostro paese? I nostri politici sono davvero così incapaci e incompetenti da svendere in pochi anni tutto il nostro notevole patrimonio economico e geopolitico agli stranieri, oppure esiste ancora un modo per liberarci da questi impostori collaborazionisti e mercenari? Stando alla cruda realtà dei fatti, pare che il destino dell’Italia sia già stato scritto e segnato da tempo, e nel nostro paese ormai la tecnocrazia bancaria abbia preso il sopravvento e incorporato l’intera classe politica e dirigente. Non si spiegherebbe altrimenti la tracotanza con cui viene ribadito nel documento di Banca d’Italia che bisogna “evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà della Banca”. Per carità, non dobbiamo ambire a diventare come Francia, Germania, Inghilterra, ma rassegnarci a ridurci come Belgio e Grecia. Solo per la cronaca, la legge n. 262 del 2005 prevedeva che entro tre anni dalla sua entrata in vigore le quote di partecipazione a Banca d’Italia possedute da istituti privati venissero trasferite allo Stato o ad enti pubblici. Ma, oltre ad essere ignorata, ci pensarono ProdiNapolitanoPadoa SchioppaDraghi (il quartetto di Quisling più pericoloso del paese) già nel 2006 a modificare l’articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia per vanificare l’attuazione della legge, impedire di fatto la nazionalizzazione e rendere legittima la presenza di azionisti privati nel capitale sociale della banca centrale.
c) il rendimento garantito
Ma veniamo adesso all’ultimo punto cruciale della riforma, quello del rendimento garantito da corrispondere agli azionisti privati. Prendendo spunto dalle regole utilizzate negli Stati Uniti e in Giappone (due esempi come abbiamo detto del tutto inopportuni), il tasso di dividendo verrebbe fissato al 6% del nuovo capitale sociale rivalutato, ovvero ben €420 milioni annui nel caso in cui quest’ultimo fosse ampliato a €7 miliardi. Una bella differenza dai €70 milioni attuali, che verrebbe sottratta direttamente alle casse dello Stato per un ammontare di €350 milioni annui. I banchieri insomma con un investimento iniziale di €1,5 miliardi, ammortizzabile in soli quattro anni, si assicurerebbero una rendita perpetua di posizione di €420 milioni annui, con un valore di riscatto del capitale di €7 miliardi. Chi, sano di mente, non farebbe mai un investimento simile? E viceversa, quale politico veramente interessato al bene del proprio paese priverebbe i propri cittadini di una rendita che gli spetta di diritto per regalarla ai banchieri nazionali e internazionali? La risposta è presto trovata: Saccomanni e Letta stanno facendo questo all’Italia, perché il primo non nasconde neppure di fare gli interessi dei banchieri essendo un banchiere lui stesso, e il secondo ormai è troppo impelagato negli intrecci di palazzo e nella difesa dei suoi interessi personali per pensare seriamente al bene dei propri connazionali.
5. CONCLUSIONI
Per concludere, possiamo dire che il senso profondo di questa operazione di riforma di Banca d’Italia è che gli italiani, al contrario dei francesi o dei tedeschi, devono essere “cornuti” (perché non hanno più una banca centrale) e “mazziati” (perché devono pure rinunciare a buona parte degli utili e delle riserve che la banca centrale produce annualmente). L’Italia, così come Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, deve essere sacrificata sull’altare dell’euro, mettendo a disposizione degli investitori nazionali ed esteri, non solo il suo patrimonio industriale, naturale, artistico, ma anche alcuni dei suoi tradizionali istituti giuridici, come l’attività di emissione della moneta. Ma la vera discriminante fra una nazione che può ancora pretendere di difendere la propria democrazia e uno stato ormai in balia degli organismi sovranazionali, senza più uno straccio di sovranità politica ed economica, non sono tanto i profitti da signoraggio o la natura giuridica dell’ente emittente (pubblico o privato), ma il grado di indipendenza ed autonomia delle banche centrali dai governi democratici. E quello che sta accadendo oggi in Italia è solo una normale conseguenza dell’eccesso di autonomia e indipendenza conquistato dalle banche centrali nel corso degli anni. Più le banche centrali sono autonome, indipendenti, svincolate dai governi, più si restringe lo spazio di manovra dei decisori politici. E ormai lo spazio qui da noi è diventato talmente risicato da rendere indistinguibile la nostra forma ibrida e imbastardita di governo da una vera e propria dittatura finanziaria totalitaria. I banchieri sono talmente autonomi e indipendenti da avere assoggettato e sostituito i politici al governo delle nazioni, anteponendo i loro interessi corporativi al benessere del paese. Con buona pace dei cittadini, della democrazia e dei principi costituzionali.
Piero Valerio
Fonte: www.byoblu.com
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