venerdì 20 gennaio 2017
domenica 15 gennaio 2017
martedì 10 gennaio 2017
Nella Mente Eletta si rafforza un progetto….Maurizio Blondet 9 gennaio 2017
Maurizio Blondet
Un diplomatico israeliano nell’ambasciata di Londra parla di come “togliere di mezzo” un vice-ministro britannico, sir Alan Duncan, colpevole di aver definito l’occupazione dei Territori “un furto”.
Il diplomatico, che si chiama Shai Masot, ne parla ad una assistente di un sottosegretario, Robert Halfon, del gruppo “Amici di Israele” nella politica britannica. L’assistente ha il nome italiano di Maria Strizzolo (sarà una Erasmus?) e risponde ammiccando: “Mai dire mai – si può ben trovare qualcosa…un piccolo scandalo magari”.

Nel video – che è stato rubato da un infiltrato della tv Al Jazeera, presente alla conversazione – i due ammiccano e ridacchiano. Shai Masot evoca un altro nemico da abbattere, Crispin Blunt, deputato conservatore membro del ministero degli Esteri, “veramente troppo pro-arabo”. La Strizzolo assicura che la persona si trova già “in una lista”.
Una lista di deputati non abbastanza filo-giudaici da eliminare.
La faccenda è stata rapidamente soffocata dal governo inglese. “L’ambasciatore israeliano [Mark Regev] si è scusato, è chiaro che quei commenti non riflettono le posizioni sue o del governo israeliano. Il Regno Unito tiene relazioni di fiducia con Israele e consideriamo la questione chiusa”, dice il comunicato del Foreign Office. Unica a dimettersi, dopo aver cercato di difendersi accusando, all’italiota (“le mie parole sono state riferite fuori contesto ed ottenute con l’astuzia e il sotterfugio”) è stata la Strizzolo. Che ha cancellato anche il suo sito Facebook, dove si definiva compiaciuta di sé “Italian geek, adopted UK as my home, driven by curiosity, Conservative. Love politics,cheese&chocolate …”, ossia “Secchiona italiana, ha adottato il Regno Unito come mia patria indottavi da curiosità. Conservatrice, ama la politica, il formaggio e il cioccolato”. Un’ altra Giulio Regeni da usare e poi gettare; ne abbiamo delle grosse riserve.
Non è il caso di notare che se, poniamo, nell’ambasciata russa si fosse parlato di “una lista” già pronta di deputati inglesi da “eliminare”, ciò sarebbe stato bollato come un’intollerabile e pericolosissima ingerenza straniera, gravissimo incidente diplomatico.
Voglio solo far notare come l’episodio si inserisce in una serie di atteggiamenti, come dire?, sempre più padronali del regime israeliano verso i goym in generale. Un atteggiamento sempre più apertamente sostenuto da un’ampia parte degli ebrei all’estero.
Il 24 dicembre, c’è stata l’inusitata risoluzione del Consiglio di Sicurezza di condanna degli insediamenti illegali giudaici nei territori rubati ai palestinesi; dove per una prima ed ultima volta (inutile meschina vendetta di Obama senza conseguenze) il voto di condanna non è stato annullato dal veto americano. Netanyahu ha convocato gli ambasciatori dei 14 paesi che hanno votato sì per una lavata di capo sovrana; l’ha fatto apposta il giorno di Natale, per sfregio alla fede cristiana di molti di loro (“Cosa avrebbero detto a Gerusalemme – ha osservato un diplomatico, ovviamente anonimo – se un ambasciatore israeliano fosse stato convocato nel giorno di Kippur?”). Inoltre, Bibi ha convocato anche l’ambasciatore Usa trattandolo come uno straccio (ancorché si chiami Shapiro..). Inoltre ha richiamato gli ambasciatori da Senegal e Nuova Zelanda, che avevano osato non votare a favore suo; ha fatto cancellare un programma di aiuti israeliani al paese africano; al neozelandese ha sibilato che il voto del suo paese era “una dichiarazione di guerra”; ha cancellato la visita in Sion del primo ministro di Kiev (ancorchè anche lui si chiami Groysman ). Ha infine ovviamente dichiarato che lui della “vergognosa” risoluzione Onu se ne frega, come di tutte le altre – perché, è implicito, il diritto ebraico sul mondo supera il diritto internazionale di tutti i goym, e quindi avrebbe costruito ancora più case per i giudei di prima sulla terra rubata.
Il 4 ottobre, quando l’Unesco ha definito Israele “potenza occupante” di Gerusalemme mettendo in dubbio – in base, veramente, alle più recenti scoperte archeologiche e agli studi dello storico Shlomo Sand sulla “Invenzione del popolo ebraico” – che esista un diritto degli attuali ebrei (khazari) sul “muro del pianto” e sul “monte del Tempio”, Netanyahu ha naturalmente espresso propositi punitivi contro l’Unesco. Ma non quanto il suo ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, in vista di un altro incontro scientifico in programma a Parigi sul Medio Oriente, ha detto che in Francia si stava organizzando “un altro processo Dreyfus” e si è rivolto agli ebrei francesi così: “Se volete restare giudei, che i vostri figli e nipoti restino giudei, dovete lasciare la Francia e venire a stabilirvi in Israele”.
Soros per mutare le leggi dei paesi “cristiani”
Altri indizi. Georges Soros ha lanciato (e finanziato attraverso la sua Open Society Foundation ) una campagna triennale per far cancellare in Irlanda la legge (relativamente) anti-aborto vigente – iscritta nella Costituzione – perché, si legge nel documento della Foundation, avendo l’Irlanda “una delle leggi più restrittive al mondo, una vittoria qui avrebbe forte impatto sugli altri paesi cattolici in Europa, dimostrando che cambiare è possibile anche nei posti più conservatori”. Il documento cita anche Messico, Zambia, Nigeria, Tanzania, l’America Latina, come paesi da far evolvere verso”la salute e l’autonomia riproduttiva della donna”. Improvvisamente, in Irlanda, i gruppo pro-aborto “mostrano di avere vaste risorse che non avevano qualche anno fa”, dice Cora Sherlock, del Pro Life Ireland.
E’ lo stesso Soros che promuove l’ondata di rifugiati in Europa dal 2005; dove la sua fondazione Pro-Asyl, che è detta “la filiale tedesca della Open Society”, ha dichiarato che l’Europa deve ricevere un milione di richiedenti asilo all’anno. Soros è colui che ha messo nel mirino per l’eliminazione l’ungherese Orban, con queste parole: “Il piano di Orban ritiene che la protezione delle frontiere è il fine, è i rifugiati sono l’ostacolo. Il nostro piano, al contrario, considera la protezione dei rifugiati il fine, e i confini dei paesi l’ostacolo”.
Insomma Soros ordina sia la grande sostituzione delle popolazioni d’Europa, sia di cambiare le leggi in tutti i paesi cattolici, in modo da accelerare l’esaudimento dell’ordine emanato anni fa da Noel Ignatiev, professore giudeo di Harvard, di “abolire la razza bianca”.
Lo scopo di “abolire la razza bianca è così desiderabile”, ha scritto Ignatiev, “che si può trovare difficile credere che ci si opponga qualcuno, che non sia un suprematista bianco militante”.
“Eliminare la razza bianca”
“Il solo modo per risolvere i problemi sociali del nostro tempo”, ha spiegato Ignatiev, “è abolire la razza bianca, il che significa né più né meno che abolire i privilegi della pelle bianca. Fino a quando questo compito non è adempiuto, ogni riforma parziale sarà inefficace, perché l’influenza bianca permea ogni questione politica, interna ed estera”.
E’ una idea che ha sempre più corso in certi ambienti, specie dopo la vittoria di Trump. “Il mio desiderio per Natale è il Genocidio Bianco”, ha esalato il professor George Ciccariello-Maher, docente di Storia Politica alla Drexel University di Filadelfia: “Per essere chiaro: quando i bianchi sono stati massacrati nella rivoluzione di Haiti è stata una bellissima cosa”.
“Gli ebrei devono esser lieti del fatto che l’Europa cristiana perde la sua identità, come punizione per quello che hanno fatto a noi nei secoli in cui siamo stati in esilio lì. Non perdoneremo mai i cristiani d’Europa per aver sgozzato milioni di nostri bambini, donne e vecchi…Non solo nell’Olocausto ma per generazioni, nella continuità ipocrita tipica di tutte le fazioni della cristianità. Ora non ci saranno residui né superstiti della impurità del Cristianesimo, che ha versato tanto sangue da cui non potrà mai avere perdono”: Rabbino Baruch Efrati, capo di una jeshiva negli insediamenti illegali dei Territori Occupati. “Mozart, Pascal, l’algebra boleana, Shakespeare, il parlamentarismo, le chiese barocche, Newton,l’emancipazione femminile, Kant, i balletti di Balanchine eccetera non riscattano quello che questa specifica civiltà ha abbattuto sul mondo. La razza bianca è il cancro della storia umana” (Susan Sontag – che lo ha scritto nel 1967).
“Duemila anni di antisemitismo cristiano”
Come che sia, l’idea ha ovviamente attratto i negri militanti americani, ben lieti di sfogare il loro odio. In Europa l’idea della eliminazione totale dei bianchi non-giudei fa strada anche nella sinistra intelligente, preludio ad una entrata della idea nel mainstream (grazie alla finestra di Overton) fino a renderla auspicabile. Michel Onfray, neo filosofo parigino della “sinistra dionisiaca”, celebratore “dell’ateismo filosofico e dell’edonismo”, ha appena pubblicato il suo recentissimo saggio Décadence, dove non si contenta di rilevare che la civiltà occidentale “è in fase terminale”, ma se ne rallegra: era ora, “dopo 2 mila anni di antisemitismo cristiano, e il suo terribile coronamento nella Shoah”; oggi “il Dio del Vaticano è morto sotto i colpi del Dio della Mecca”. Il sottotitolo del suo Dècadence è indicativo: “Da Gesù all’11 Settembre, vita e morte dell’Occidente”.
Onfray si scaglia contro il Concilio che “ha fatto di Dio un amico a cui si dà del tu”, finendo per indebolire il cristianesimo in Europa a tal punto che esso non combatte più l’Islam (e quindi non protegge gli ebrei), di cui beninteso lui ha paura ed odio – come un israeliano. Questo propagandista dell’edonismo (è autore di un Manifesto Edonista) nello stesso tempo si scaglia contro “Il crollo del giudeo-cristianesimo, il calo del tasso di fecondità, le legislazioni post-cristiane che liberano la sessualità e la separano dalla procreazione” – quasi non fosse la conseguenza dell’edonismo imperante da lui promosso. Lui ci vuole allo stesso tempo Crociati e sessualmente liberati: siccome non lo siamo, vuole la nostra fine come civiltà.
La precedente palingenesi (fiumi di sangue)
Chi ha l’orecchio esercitato ai segnali di quella “cultura”, vi riconosce i prodromi di quella tendenza collettiva che loro per primi riconoscono in sé. “Due aspetti che in fondo già erano nelle parole dei profeti: da un lato la natura catastrofica e distruttiva della redenzione, e dall’altro il carattere utopico delle realizzazioni messianiche”. Per la sua natura profonda, il messianismo ebraico è una teoria della catastrofe” (Gershom Scholem). “Siamo distruttori, persino degli strumenti di distruzione che volgiamo a conforto. Gli ebrei resteranno distruttori eterni” (Maurice Samuel). “Di colpo l’ebreo protese la mano verso il Palazzo d’Inverno, ed era come se le parole uscissero da una prodigiosa profondità: Versa la Tua collera sui popoli che non Ti conoscono…distruggine la casa così che non resti pietra su pietra, come facesti per Assur e Babel!” (Schalom Asch).
Quando dal 1918, si proposero di “eliminare i kulaki come classe”, e prima la borghesia come classe, non si fermarono davanti all’eliminazione di decine di milioni, le esecuzioni a catena, la fame che sparsero nel paese, gli orrori dei genitori che macellavano un proprio figlio per nutrire gli altri. Ora che fra loro si fa strada l’idea, che prima covava marginale, di “abolire la razza bianca”, e farla finita “con duemila anni di antisemitismo cristiano”, non si creda che non se ne sentano capaci: “La nostra è una nuova morale. La nostra umanità è assoluta, perché ha le sue basi nel desiderio dell’abolizione di ogni oppressione e tirannide. A noi tutto è permesso”, si leggeva sul primo numero di Spada Rossa (Krasnyi Mec), organo della CEKA di Kiev (e il 75 per cento dei suoi membri erano ebrei). Già nell’agosto 1919, quando volontari antibolscevichi riconquistarono temporaneamente Kiev e videro la sala di esecuzione della polizia politica: “Tutto il cemento del grande garage era inondato di sangue. Il sangue non correva, formava vaste pozze di diversa ma sempre immensa vastità. Stagnava un orribile miscuglio fatto di poltiglia rossa, cervello, frammenti di cranio, ciocche di capelli e resti umani […] Una fossa larga venticinque metri, profonda altrettanto e lunga dieci metri, era piena completamente di sangue”. Nel bolscevismo “una elite di intellettuali governano autocraticamente in nome di una dottrina sacra e rivendicano una giurisdizione totale sulla vita umana individuale e collettiva al fine di rigenerarla “ (Luciano Pellicani).
(Le citazioni sono da Giudeobvolscevismo, di Gianantonio Valli, Edizioni Ritter)
Se pensate che esageri, è perché non avete più notizie dalla Striscia di Gaza: lì la gente vive ancora accampata sulle macerie di Piombo Fuso (2008), fra le rovine di Protective Edge (2014): il 75% della case sono distrutte, la gente campa all’aperto nel gelido inverno mangiando pasti come questo:

L’eliminazione fisica dei prigionieri di Gaza continua. Solo che i media – che tanto hanno strillato sui “bambini di Aleppo” – non dicono una parola.
Adesso l’intelligence militare sionista ha fatto uscire, a cura dello Institute for National Security Studies (INSS), la 2016-2017 Strategic Survey for Israel. Vi si lamenta “la campagna internazionale per delegittimare Israele” (ossia “il genere umano ci odia”, proiezione freudiana del “odiamo il genere umano”). Soprattutto si nota che “nonostante i buoni rapporti fra Mosca e Gerusalemme”, una maggiore e prolungata presenza militare russa nella regione, conseguenza dell’intervento che ha cambiato le sorti a favore del presidente Bashar al-Assad, “restringe la libertà di azione militare di Israele”:
“Dalla prospettiva israeliana – continua il rapporto – lo scenario migliore è la scomparsa del regime di Assad, insieme alla rimozione di Iran e Hezbollah dalla Siria, e dall’altra parte la sconfitta dello Stato Islamico e l’instaurazione di un regime moderato sunnita in Siria”.
Insomma non hanno rinunciato a una virgola del loro programma: eliminazione di Assad. Eliminazione di Iran. Eliminazione di Hezbollah. Insediamento di tagliagole salafiti in Siria.
Come modello di moderazione sunnita, infatti, il rapporto indica “le alture di Golan, dove ribelli moderati sunniti stanno combattendo con successo sia Assad sia lo Stato Islamico”: ovviamente avendo chiaro che si tratta di “Al Nusra”, ossia Al Qaeda, i cui combattenti Israele ha armato e curato se feriti.
Nouriel Roubini, il ben noto speculatore finanziario e docente alla Stern School of Business di New York, boccia Donald Trump. Paventa che metterà fine alla “Pax Americana, l’ordine mondiale sotto guida americana che ha prodotto 70 anni di prosperità” (sic), e “poggia sulla liberalizzazione dei commerci basata sul mercato, sull’accresciuta mobilità del capitale e la messa in atto di politiche sociali giudiziose (sic) il tutto sostenuto dalle multiple garanzie americane di sicurezza in Europa, in Medio Oriente e in Asia, attraverso la NATO ed altre alleanze”.
“La Russia sfida già oggi l’America e la UE sui territori dell’Ucraina, di Siria, nei paesi baltici, e nei Balcani”, “sosterrà i movimento pro-russi in Europa. Se l’Europa vede sparire l’ombrello militare americano, nessuno sarà più lieto che il presidente russo Vladimir Putin”.
No, non rinunciano ad un microgrammo del loro programma. “La svolta isolazionista dell’America e il perseguimento dei suoi scopi strettamente nazionali rischia di sboccare in un conflitto mondiale”.
Titolo dell’analisi di Roubini: “America prima di tutto, e poi la guerra mondiale”
Il senatore McCain e il suo complice senatore Lindsey Graham si sono portati avanti. Come abbiamo già detto, a Natale sono andati in Ucraina a sostenere la guerra di Kiev contro Mosca: “La nostra lotta è la vostra lotta”, ha arringato McCain. E anche, con tipica sobria valutazione: “Se Putin vince in Ucraina, allora può invadere il resto del mondo. In patria, spingeremo per misure adeguate. E’ tempo per loro di pagare un prezzo pesante”.
Dio aiuti il popolo russo, che ha pagato già un prezzo di sangue troppo alto all ‘incubo ricorrente ebraico di rigenerazione dell’umanità attraverso la sua eliminazione.
domenica 8 gennaio 2017
La Cia minaccia apertamente la Casa Bianca. Perché si sente forte?
Maurizio Blondet
Persino la Botteri dovrebbe essersene accorta: è in corso una guerra civile negli Stati Uniti. Una guerra non (ancora) dal basso, ma che oppone i vertici. Una guerra pericolosissima. Anche per noi vassalli, ovviamente, perché deciderà se saremo in mano ad un superpotere totalmente criminale o meno.
E’ la guerra civile che oppone la Cia al presidente eletto Donald Trump. Ovviamente, nella frase qui sopra, “la Cia” è una semplificazione. Sta per i numerosi “servizi” in attività clandestina che, dall’11 Settembre 2001, sono stati autorizzati (dall’amministrazione Bush jr.) ad ogni genere di operazioni criminali, torture, assassini, false flag, disinformazione, reclutamenti di terroristi islamici eccetera; e che negli 8 anni dell’Amministrazione Obama hanno acquisito una autonomia e un potere senza precedenti.
Il punto è che tale contropotere si sente abbastanza forte distruggere Donald Trump: altra semplificazione, “Donald Trump” essendo la figura su cui settori “sani” dei servizi e dell’apparato militare hanno puntato per neutralizzare quel contropotere, da troppi anni deviante.

Il 5 gennaio, in udienza al Senato, James Clapper, ha confermato per l’ennesima volta che la Russia coi suoi hacker ha influenzato le elezioni americane, anche se “non possiamo valutare” come ha influito “sulle scelte fatte dall’elettorato”; e ha ridefinito la Russia “una minaccia esistenziale per l’America”, evidentemente contro la volontà politica espressa dal prossimo presidente.
Clapper, 75 anni, è il capo (dimissionario) è il Direttore della National Intelligence (DNI). Il suo Ufficio (ODNI) è l’’organo di collegamento fra i 17 “servizi” Usa, civili e militari, esteri ed interni, e la Casa Bianca: in pratica è il mezzo con cui i servizi “parlano” con un’unica voce al presidente.
Clapper è anche quello che, nella veste di DNI, e certo per conto di Obama, ha sbattuto fuori dalla DIA (Defense Intelligence Agency) il generale Michael Flynn, che ha diretto questi servizi militari fino al 2013, ostacolando le losche manovre Cia e del Dipatimento di Stato sottoHillary Clinton Clinton in Libia e Siria di armamento dell’IS. Ed ora, si ritrova Flynn come consigliere della sicurezza nazionale di Donald, che gli ha affidato apertamente il compito di ristrutturare la Cia e gli altri servizi. “Il team di Trump ritiene che il mondo dell’intelligence è diventato troppo politicizzato”, ha confidato al Wall Street Journal un anonimo che fa parte del team; “Tutti devono essere snelliti. Il punto sarà la ristrutturazione delle agenzie e di come interagiscono”.
Flynn essendo del ramo, sa esattamente dove tagliare e come ristrutturare, e colpire dove fa più male. Rabbia e panico nella “community” sono palpabili. È ancor più impressionante che essa sfidi apertamente il presidente che entrerà in carica fra pochi giorni. E’ una rivolta che, mi pare, non ha precedenti (salvo forse l’assassinio di Kennedy); prima, almeno, l’intelligence fingeva lealtà; ora ha gettato la maschera.
L’insistenza con cui accusano Mosca di aver di fatto aiutato la vittoria di Trump, senza fornirne indizi decisivi, ha lo scopo di far pendere sul neo-presidente un’accusa di tradimento? Intendono delegittimarlo al punto da arrivare alla sua sostituzione con vicepresidente Pence, molto più docile? Forse sperano di delegittimarlo quanto basta per renderli impossibili i cambiamenti maggiori in politica estera che Trump ha progettato: la fine del conflitto con la Russia e la sua associazione nella stabilizzazione del Medio Oriente, la riduzione del bellicismo NATO, l’esportazione della democrazia…
E’ molto istruttivo vedere come il Carnegie Endowment for International Peace, storico think tank dedito a tale missione, abbia appena lamentato, per voce del suo vicepresidente Thomas Carothers, che “sotto Trump” le “prospettive di diffusione della democrazia Usa” sono “negative”: citando espressamente il “brutale Duterte dittatore delle Filippine” e Orban dell’Ungheria: due paesi bisognosi di democrazia, che dovranno aspettare.
http://carnegieendowment.org/2017/01/05/prospects-for-u.s.-democracy-promotion-under-trump-pub-66588
La Commissione Difesa davanti alla quale Clapper ha ripetuto le accuse dei servizi contro Putin (di fatto contro Trump) è capeggiata da una vecchia conoscenza: il senatore dell’Arizona John McCain, quello che per anni ha canterellato Bomb Bomb Bomb Iran sicuro di far piacere ai suoi amici neocon, quello che ha avuto le mani in pasta nella creazione del Califfato. E adesso, prima ancora che cominciasse l’udienza di Clapper, ha detto: “Ogni americano deve essere allarmato dalle aggressioni della Russia alla nazione”.
McCain in Ucraina, di nuovo

McCain, insieme al suo complice e subalterno di sempre senatore Lindsey Graham, hanno passato parte delle feste natalizie sapete dove? In Ucraina dell’Est, nella “zona di combattimento avanzato” di Shirokyn, dove hanno arringato le milizie neo-nazi e i pochi “regolari” che fanno provocazioni contro il Donbas separatista (e dopo tale incoraggiamento hanno portato sul fronte artiglierie pesanti in spregio a Minsk 2) e criticando esplicitamente la politica di riavvicinamento a Mosca di The Donald.
Sono due senatori repubblicani, che sicuramente Trump avrà contro nel Congresso; come forse la maggioranza del Partito, che ha vinto le elezioni grazie a lui ma lo detesta e non lo riconosce come suo organico esponente: il Grand Old Party (GOP) è il partito dei complesso militare-industriale, di quella Boeing e Lockheed di cui Trump ha denunciato i sovraccosti che accollano alle finaze pubbliche coi loro aerei, per non parlare dei neocon come Kagan (il marito della Nuland); dall’appeasement con Putin hanno solo da perdere.
Ed hanno molti mezzi per fermare il cambiamento, in associazione come sono con il contropotere che abbiamo chiamato, per semplificazione, “la Cia”. Nel maggio scorso, il senatore Graham è giunto a “prevedere” (ossia a minacciare) “un altro 11 Settembre” se Trump veniva eletto presidente al posto di Ted Cruz. “C’è una guerra civile dentro il GOP”, disse allora.
In Senato, questi repubblicani voteranno contro Trump: quanti saranno con loro e a fianco dei democratici, è da vedere. La loro opposizione potrà non limitarsi al voto contrario. Il 4 dicembre scorso, il senatore democratico Chuck Schumer (ebreo, uomo di Wall Street), ha commentato in questo modo i propositi di Trump di riformare la Cia: “Lasciatemelo dire: se te la prendi con la Intelligence Communiy – loro hanno sei modi da domenica per fartela pagare”.
E la giornalista che lo intervista, Rachel Maddow, lesbica militante (onde si ritiene “progressista” ) e stella della MSNBC, ridacchia con lui con un’aria di intesa.
Il Wall Street Journal raccoglie le lamentele di una fonte che dice: “E’ orribile. Nessun presidente ha mai tanto sfidato e diffamato così tanto la Cia, sperando di poterne uscire senza ostacoli”.
Vi si aggiungano le operazioni finali di Barak H. Obama, che non possono essere ridotte a meschine pugnalate alla schiena di un cattivo perdente, ma forse vanno intese come la preparazione a qualche evento gravissimo: dal massiccio riarmo della NATO, con l’ammasso di truppe e mezzi ai confini della Russia: si va dallo sbarco di 2500 automezzi militari a Bremerhaven ed avviati verso la Polonia, a cui si sono aggiunti 84 elicotteri da combattimento (dodici elicotteri Classe CH-47 (Chinook), 24 AH-64 (Apache), 30 OH-58 (Kiowa) e 50 UH-60 (Blackhawk)) per una esercitazione enorme in extremis, chiamata Atlantic Resolve; fino all’enigmatico ritiro di tutte le portaerei Usa (dieci, coi relativi gruppi navali d’appoggio) da tutti i mari. E’ la prima volta dal 1945 che accade. La cosa è così strana che il noto blogger Alex Jones ha paventato sia la preparazione ad un qualche “false flag”, magari nell’imminenza dell’inaugurazione di The Donald. Sembra anche che il generale Mattis, che sarà il nuovo ministro della Difesa tra un paio di settimane, non ne fosse informato e sia rimasto estremamente irritato. Ultimo, con un decreto, Obama ha dichiarato “infrastruttura critica” tutto l’apparato elettorale (a cominciare dagli elenchi computerizzati dei registrati al voto) mettendolo sotto controllo del Dipartimento della Sicurezza Interna, come per sottrarlo ai fantomatici hackers di Putin – o come se lui dovesse aprire una nuova elezione fra poco.
La forza e quantità dei poteri che sono contro Trump e con “la Cia” in questa sfida – dai Kagan ai neocon dei due partiti, dal Sistema Militare Industriale , al NewYork Times, Washington Post e stelle televisive “giornalistiche” e “di sinistra” schierate coi neocon a sparare fake news (e spesso J, complici della falsificazione fondamentale avvenuta con l’11 Settembre, versione ufficiale), è tale da far tremare le vene e i polsi chiunque. E “la Cia” infatti si sente abbastanza forte da sfidare il presidente parvenu, non scelto dal sistema.
Ma Trump sbatte fuori Woolsey, neocon
L’altra parte – a cominciare da Trump – non sembra intimorita, il che depone –se non altro – a favore del suo coraggio; coraggio anche fisico. Dal transition team di Donald siè dimesso l’ex capo della Cia James Woolsey: uno dei neocon più pericolosi e compromesso con l’11 Settembre. Woolsey è stato infatti firmatario del documento “Rebuilding of American Defense” (emanato dal Project for a New American Century) in cui si auspicava “una nuova Pearl Harbor” come scusa per invadere l’Irak; auspicio che l’attentato alle Torri Gemelle esaudì finalmente. Tra i firmatari, con Woolsey, figuravano Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz (il supersionista allievo di Leo Strauss), Richard Armitage, Michael Leeden…
L’inserzione nel transition team di un simile personaggio aveva fatto pensare ad un’altra presidenza, la terza, in mano al sistema neocon-israeliano. Adesso Woolsey (o un anonima fonte “a lui vicina”) ha lamentato al Washington Post che era sempre più a disagio di dare “il suo nome e la sua credibilità al transition team senza essere ai consultato”; che “non è stato coinvolto nelle discussioni, la sua opinione non è stata ricercata”, insomma il gruppo di Trump hanno fatto come non ci fosse.
Steve Pieczenik s’è rifatto intervistare da Alex Jones ed ha evocato “l’omosessualità del mulatto”, il fatto che Obama è stato “creato dalla Cia”, che “non sa cosa fare col mezzo milione di gente che ha aiutato ad ammazzare in Siria”, il patetico “ebreo” John Kerry, il coinvolgimento del gruppo Hillary e Cia nell’11 Settembre”: sono rapide allusioni a panni sporchi e sporchissimi che la gruppo attorno a Donald può sciorinare a danno degli avversari, se è il caso. Ha evocato chiaramente “la necessità di ripulire tutta la zona neocon” e la Cia che ha “creato Al Qaeda e ISIS”. La minaccia di rivangare la verità sull’11 Settembre è tale da portare ad esecuzioni capitali, se si aprisse un processo.
Insomma pare una sfida all’ultimo sangue. Senza compromessi. Con accuse reciproche che possono trarre l’una parte o l’altra in tribunale per alto tradimento. Forse è prematuro, quindi, valutare l’intenzione dell’amministrazione Trump nel rovesciare l’ostilità verso la Russia in vicinanza: sarebbe il progetto di mettere un cuneo fra Mosca e Pechino, unite da un’alleanza (o semi-alleanza) dalla politica ostile di Obama e dei neocon. Sarebbe un progetto di importanza strategica storica, non necessariamente un male – salvo, ovviamente, per la classe dirigente dell’Europa che ha sbagliato tutta la politica estera degli ultimi dieci anni, opponendosi al “destino manifesto” che era l’integrazione con la Russia.
Lo sparatore di Fort Lauderdale: “Voci nella testa mi dicono di lottare per l’IS”

Non sarà sfuggito il profilo di Esteban Santiago, il giovane che ha fatto strage all’aeroporto di Fort Lauderdale: ex soldato, un anno di servizio in Irak, sofferente di turbe mentali, disoccupato per essere stato rimosso dalla Guardia Nazionale di Alaska per ripetute assenze : il profilo tipico del “solitary assassin” , se non del “terrorista dell’IS” che urla Allah Akhbar e viene fulminato dalla polizia; tanto più che per la sua fisionomia potrebbe passare per un medio-orientale.
Quindi non è affatto da svalutare o beffeggiare ciò che lui stesso andò a dire, un anno fa (o a novembre per altre versioni), ad agenti dell’FBI di Anchorage: che “udiva delle voci in testa che gli dicevano di guardare materiale dello Stato Islamico”, ma che “lui non voleva far male a nessuno”. Una prima versione del suo racconto apparsa sui media, e poi modificata, diceva che il povero sciagurato, all’FBI, aveva detto: “Il governo mi ha obbligato a vedere video dell’IS” e “a combattere per l’IS”. Secondo la CBS, nel 2011 o 12, Santiago fu “trattato” dalla Homeland Security per “pornografia infantile”: gli sarebbe stato sequestrato un computer (probabilmente con le immagini vietate?) e tre armi; ma poi non sarebbe stato più perseguito “per scarsità di indizi”.
E’ decollato da Anchorage dopo aver dato come unico bagaglio quello in cui teneva l’arma da fuoco. Dopo un scalo a Minneapolis, sceso a Fort Lauderdale in Florida, ha preso il bagaglio e si è diretto alla toilette: qui ha caricato l’arma, è tornato in sala e ha cominciato a sparare, mirando alla testa delle persone. Non ha detto una parola. Ha continuato a sparare finché ha esaurito il caricatore; allora ha buttato l’arma e si è steso sul pavimento a braccia e gambe aperte in attesa di essere ammanettato. Si comportato come un automa.
Per coincidenza, ha assistito alla sparatoria Ari Fleischer, ex portavoce del presidente Bush jr., ebreo neocon, che ha tenuto un resoconto della tragedia in diretta a forza di tweet.
Forse è lecito vedere in questa tragedia l’azione di uno strumento del contropotere che abbiamo chiamato “la Cia”. Una sua scheggia impazzita, o un elemento di quella strategia della tensione che dura da troppi anni.
lunedì 2 gennaio 2017
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Karen Hudes, sotto, ha lavorato per ben 20 anni presso la Banca Mondiale e ha confermato che le famiglie dei banchieri centrali possiedo...

