venerdì 30 settembre 2016
venerdì 9 settembre 2016
giovedì 8 settembre 2016
Attorno a Putin qualcuno allunga il “Body Count Maurizio Blondet
Chi ha visto il video delle telecamere di sorveglianza non può credere alla tragedia fortuita: una Mercedes a velocità assolutamente folle devia sulla corsia opposta e colpisce, fra le cento vetture che filano sul viale Kutuzovsky, di fatto una tangenziale a sei corsie, , la BMW ufficiale del presidente Putin. Scontro frontale. Tanto violento da uccidere il guidatore, l’autista di fiducia di Vladimir Vladimirovic – un uomo sperimentato, addestrato agli imprevisti, quasi di certo un uomo dei servizi, su una delle auto sicuramente più blindate che esistano sulla Terra.
Non sappiamo, né forse sapremo mai come si chiamava. Putin non era a bordo. Si può esser certi che se fosse stato su quella BMW ufficiale, un tale incidente non avrebbe potuto aver luogo, dato che in questo caso è preceduto, affiancato e seguito da auto della sicurezza, convogli a volte di 90 automezzi. Ma l’uccisione di una persona amica, a lui vicina da anni, è un colpo diretto, e un avvertimento a lui..
Subito sul web un pullulare di sospetti. Fra cui quello che la Mercedes investitrice (il cui guidatore è, dicono, fra la vita e la morte in un ospedale) sia stata “dirottata” a distanza, con un sistema di teleguida e trasformata in un drone letale su gomma. Ipotesi del tutto plausibile, dato che le più recenti auto di lusso sono dotate di guida autonoma potenziale.
Del resto al vertice G 20 di Hangzou in Cina, solo pochi giorni fa, Obama ha fra l’altro minacciato Putin direttamente di “cybverwar”, di guerra cibernetica, come ritorsione per le presunte intrusioni di hacker russi nei computer del Partito Democratico e nelle mail di Hillary….: “Gli Stati Uniti hanno più capacità di guerra cibernetica di qualunque altro stato, sia difensiva sia offensiva”. Potrebbe esser questo un primo luttuoso avvertimento?
La Rete si affretta a rievocare che giusto due anni fa, nel settembre 2014, lord Jacob Rotschild ha bollato Putin come “un traditore del Nuovo Ordine Mondiale”: frase enigmatica. Che il presidente possa esser definito un avversario del Nuovo Ordine Mondiale (NWO, inteso come governo unico mondiale della finanza) è certo; inoltre i Rotschild di Londra hanno buoni motivi di vendicarsi di lui, dato che sono stati loro a prestare all’oligarca ebreo Khodorkovski i 250 milioni di dollari con cui costui comprò la Yukos, oggi Gazprom, che vale alcune migliaia di volte di più, e che Putin ha confiscato per la nazione: rovinando un affare d’oro ai finanzieri giudei. Ma “traditore” implica che per qualche motivo Rotschild aveva diritto di pensare pensava che Putin fosse guadagnato alla causa globalista, e lo accusi di averla disertata.
Sappiamo troppo poco per scavare in queste ipotesi. Notiamo che il “Body Count – il conto dei cadaveri, come in Usa vien chiamato l’elenco degli uccisi che potevano creare problemi ai Clinton – si sta allungando anche attorno a Vladimir Putin, e si allunga. L’autista di fiducia è il quarto della lista, che comprende pezzi molto grossi.
C’è Christophe de Margerie, l’amministratore delegato della petrolifera francese Total, il cui Falcon 50 si schiantò all’aeroporto di Mosca la notte fra il 20 e il 21 ottobre 2014, dopo che il patron della petrolifera francese aveva incontrato l’uomo del Cremlino.
I due sono amici, e De la Margerie è una bestia nera per Washington: perché non ha obbedito all’ordine di sanzioni contro il governo Saddam in Irak (ragion per cui è stato condannato per corruzione nel quadro della causa “cibo contro greggio”) e contro l’Iran (per cui la Totale è stata multata dagli Usa per 400 milioni di dollari, che ha dovuto sborsare proprio nel 2014). “Total è un nostro partner prioritario da molti anni”, disse il capo del Cremlino, e la scomparsa di Christophe de la Margerie è una perdita importante per il paese”. La versione dell’incidente colposo (il guidatore di uno spazzaneve ubriaco che ingombrava la pista) è sfatata da un libro inchiesta uscito in Francia e dal processo che si è aperto mesi fa a Mosca – per assassinio. (vedi in calce a questo articolo per una ricostruzione della vicenda).
Mikhail Lesin, milionario, ex ministro di Putin per la Comunicazione (1999-2004), fondatore di Russia Today e del settore dei media controllati da Gazprom, viene trovato morto a Washington, nella stanza del lussuoso albergo Dupont Circle.
Sconosciuti i motivi per cui fosse nella capitale americana: una missione per Putin? Oppure aveva rotto (come si è detto dai media Usa) con Putin e il sistema di potere russo? Lesin aveva comprato a Los Angeles una villa da 28 milioni di dollari, il che ha indotto l’FBI, su incitamento del senatore Roger Wicker, ad aprire contro il personaggio una inchiesta per riciclaggio). La causa della morte addotta all’inizio – infarto – è stata smentita.
Boris Efimovic Nemtsov: oppositore politico di Putin, playboy, capo di un partitino senza importanza, il 27 febbraio 2015 viene trucidato con quattro colpi di pistola da sicari che si allontanano su una Ford: mentre passa a tarda sera con un’amica ventenne, sul ponte Zamoskvoretski, cioè non solo nel centro di Mosca, ma davanti alle cupole del Cremlino. Persino esponenti dell’opposizione riconoscono che Nemtson è un cadavere gettato davanti alla porta di Putin. Naturalmente altri oppositori, e i media occidentali, strillano che Putin è il mandante di questo omicidio, come di quello di Anna Politkovskaya e di Aleksandr Litvinenko, il sedicente agente avvelenato col Polonio a Londra nel 2006…..
Da esperto di servizi, Putin e il suo entourage saprà certo valutare se il nemico esterno, che riesce a mettere in atto azioni di sangue di grande sofisticazione a Mosca, abbia o no un appoggio all’interno, magari nei servizi di sicurezza, o fra i superstiti oligarchi di cui non ha ripulito il paese. E’ notorio che egli è un “centrista”, fra due gruppi di potere che sono definiti, o si definiscono, “Integrazionisti atlantici filo-americani”, opposti ai “sovranisti eurasiatici”; lo schema può essere sommario e semplicistico per mancanza di informazioni, Di colpo, poche settimane, fa, Putin ha congedato il suo onnipotente capo dello staff, Sergei Ivanov: uomo di sua assoluta fiducia, suo braccio destro per dieci anni, esponente (e garante) della potente casta dei siloviki (gli ex Kgb), dato da tutti come suo alter ego e financo provabilissimo successore alla presidenza. Invece lo ha fatto “Inviato speciale alla conservazione, ecologia e trasporti”. Tutti i commentatori sono d’accordo sul fatto che la sostituzione di Ivanov è un evento epocale: ma è una rimozione oppure un premio? Un metterlo in secondo piano in vista, appunto, di candidarlo alla presidenza? . Egli mantiene il suo posto al Consiglio di Sicurezza, il corpo consultivo degli intimi collaboratori, il che rende difficile la valutazione.

D’altra parte, Putin sta compiendo alcune grandi pulizie, che possono suscitare ovviamente resistenze della cui violenza sotterranea possiamo avere solo qualche indizio. Il 19 agosto su Katehon, il sito dei sovranisti, è apparso un articolo dove si invoca “la purga” (termine staliniano) della “quinta colonna nei ministeri”, la nazionalizzazione della banca centrale russa (che oggi “è controllata dai Rotschild”), “la costruzione di una economia nazionale, la reindustrializzazione”, e “l’interruzione della pratica di emettere rubli in rapporto alle riserve di valuta” preso la banca di emissione.
La bestia nera di costoro è Elvira Nebiulina, 49 anni, governatrice della Banca Centrale. Che, seguace dell’ortodossia monetaria della Banca dei Regolamenti Internazionali, ha condotto una politica di restrizione monetaria (relativa, con l’inflazione al 15% l’anno scorso) e collegato l’emissione di nuovi rubli alla quantità di valuta, ossia di dollari ed euro, presenti in cassa – che i sovranisti vedono come la catena del servaggio sotto l’Occidente. Il crollo del greggio e ha ridotto la riserva estera, e dunque l’emissione; per frenare la fuga (emorragia) di capitali, ha dovuto tenere i tassi d’interesse proibitivamente alti, paralizzando di fatto l’imprenditoria russa, non particolarmente brillante, con il costo del denaro esosissimo.
Pochi giorni fa i sovranisti eurasiatici già cantavano vittoria, Putin stava (secondo loro) per aderire al loro progetto di economia “nazionale” (autarchica, stampa del rublo gratis). Poi all’apertura del G 20, Putin ha annunciato: la fuga di capitali è calata ad un quinto, l’inflazione è stata dimezzata (7,6%), il deficit di bilancio è al 2,6%, ma il debito estero russo resta basso, al 12%. La disoccupazione è al 5,6. La ripresa economica è modesta, ha riconosciuto, ma è stabilizzata. E’ un riconoscimento dei meriti della Nebiulina, della sua arrischiata decisione di non difendere il rublo quando è crollato il barile – la moneta è caduta quasi del 40%, ma oggi si è apprezzata del 13, e il Wall Street Journal la terza moneta più forte degli emergenti,il che ne fa, secondo la fiannza americana, un paese dove vale la pena investire, tanto più che la Borsa russa è salita del 25%. Questo riconoscimento da parte del Wall Street Journal sarà sicuramente visto come una carezza del Padrone alla Nebiulina.
Fatto sta che Putin non ha fatto la rivoluzione sovranista, tenendosi, al solito, su una linea mediana: “Abbiamo intenzione di continuare a ridurre il deficit di bilancio e di proseguire a ridurre la dipendenza delle entrate dello Stato dalle esportazioni di idrocarburi. Continueremo una politica equilibrata per garantire la stabilità macroeconomica. Continueremo a migliorare l’ambiente per fare impresa”, — ha assicurato Putin.
La resa dei conti fra le due forze opposte non si è conclusa. D’altra parte, all’ambasciatore Usa a Mosca, John Tefft, si attribuisce il seguente esplicito proposito: “Toglieremo Putin dal suo posto e ci metteremo la nostra gente come capi del governo russo”. Finoa che punto sono assistiti dall’interno, se riescono a compiere atti come l’uccisione dell’autista del presidente in piena Mosca?
La resa dei conti fra le due forze opposte non si è conclusa. D’altra parte, all’ambasciatore Usa a Mosca, John Tefft, si attribuisce il seguente esplicito proposito: “Toglieremo Putin dal suo posto e ci metteremo la nostra gente come capi del governo russo”. Finoa che punto sono assistiti dall’interno, se riescono a compiere atti come l’uccisione dell’autista del presidente in piena Mosca?
Cosa è veramente successo al patron della Total?
Il Falcon 50 di Christophe de Margerie, l’amministratore delegato di Total, si schiantò all’aeroporto di Mosca la notte fra il 20 e il 21 ottobre 2014, dopo che il patron della petrolifera francese aveva incontrato Vladimir Putin. Quella notte, il Falcon sbatté contro un veicolo spazzaneve che ingombrava la pista, e l’addetto che lo guidava era (si disse) ubriaco. La famiglia di Margerie non volle nemmeno costituirsi parte civile (sembra, ma è inaccertabile, su pressioni del presidente Hollande) il che ha contribuito a far smorire l’inchiesta nel nulla.
O meglio, finché non si legge il libro-inchiesta della giornalista Muriel Boselli, pubblicato a luglio 2016 dall’editore Laffont, L’Enigme Margerie. La giornalista, specialista del settore petrolifero, ha indagato diciotto mesi; ci tiene a dire (essendo freelance, giusta prudenza): “La mia intenzione non è mai stata di provare che si è trattato di un attentato. Non voglio aver niente in comune con le teorie complottiste di certi siti. Ho solo sottolineato le zone d’ombra…”.
Vediamole in breve. Qualche ora prima della tragedia – ha ricostruito la giornalista – il capo della squadra degli spazzaneve “insiste pesantemente col suo capo per passare lo spazzaneve sulla pista”: ma quella notte a Mosca no nevica; piove. Il capo cede all’insistenza, non senza sorpresa. Sulla pista, il guidatore comunica di essersi smarrito, di aver perso i punti di riferimento: cosa non del tutto insolita in uno spazio aeroportuale di notte, ma il guidatore lavora lì da dieci anni, e la visibilità non era pessima. Per due ore il guidatore ha perso il contatto con il suo gruppo; e nessun messaggio di allarme viene emanato dalla torre di controllo, come sarebbe procedura obbligatoria. Il capo della squadra di spazzaneve comunica con i suoi uomini non per radio ma con il suo telefonino, cosa espressamente vietata dai regolamenti. Era ubriaco, Vladimir Martinenko il guidatore? Le analisi russe attestano che aveva 0,6 grammi di alcol per litro di sangue: l’equivalente di due bicchieri di vino. Certo colpevole in servizio, ma non tanto ubriaco da perdere la coscienza di sé, al punto da lasciare il suo veicolo spazzaneve sull’asse della pista di decollo.
Fin qui,si può forse parlare di un insieme di negligenze criminali. Ma è il lato francese dell’inchiesta che lascia esterrefatti: nel senso che non è stata fatta alcuna inchiesta per la morte violenta di un personaggio così centrale per l’economia nazionale.
Muriel Boselli ha scoperto che persino i 4 tomi dell’indagine che la giustizia russa ha inviato alle autorità francesi non sono stati nemmeno tradotti. Non solo: il vedovo della hostess uccisa nella tragedia, Patrick Vervelle, che s’è costituito parte civile (al contrario della famiglia Margerie) s’è visto rifiutare dal giudice istruttore, madame Aline Batoz, di accedere al voluminoso dossier dell’indagine russa. “i parenti di Margerie non sono stati interrogati, il suo ufficio non è stato perquisito, non sono stati consultati i file del suo computer, né si è cercato nei suoi effetti personali”, si stupisce la giornalista, e parla apertamente di “omertà”.
Ma chi aveva interesse ad uccidere il capo della quarta petrolifera mondiale? Senza cedere al complottiamo accusatorio, la Boselli evoca quanto Margerie avesse irritato “gli americani”, ossia le petrolifere e il governo Usa. Se n’era infischiato della legge americana che imponeva l’embargo e il divieto di commercio con l’Iran (Iran Sanction Act , 1997) e aveva continuato a fare gli affari già da tempo stabili con la compagnia petrolifera di stato iraniana, anzi ampliandoli: dal ’97 Total si unisce a Gazprom e alla malaisiana Petronas in un consorzio con la petrolifera iraniana per sfruttar una parte del giacimento gas di South Pars: un affare da 2 miliardi di dollari – e “gli americani” lo imputeranno per corruzione, accusandolo di aver distribuito 30 milioni di dollari in tangenti. Un altro contratto per lo sfruttamento del campo iraniano di Sirri A ed E, ha specialmente irritato gli americani perché Margerie aveva soffiato l’affare alla Conoco, che s’era dovuta ritirare in ossequio alla legge sulle sanzioni.
Tra il 1996 e il 2002, l’ONU vara il piano “cibo contro greggio”: siccome le sanzioni americane contro Saddam impediscono al regime iracheno di comprare medicinali e alimenti per bambini, si consente al regime di vendere una parte controllata del suo greggio in cambio di questi generi. Margerie è in prima linea in questa operazione: alla fine sarà accusato – da zelanti giudici francesi su indicazione americana – di corruzione anche in questo caso, insieme al ministro dell’interno di allora, Charles Pasqua. Fatto singolare, fra i più accaniti accusatori del “corrotto” della Total c’è il giornale satirico Charlie Hebdo, che pubblica rivelazioni sulla causa, alla faccia del segreto istruttorio,
Alla fine del 2014 la TOTAL deve accettare di pagare al governo Usa una multa di 400 milioni di dollari per aver violato le sanzioni americane contro l’Iran. Margerie insiste. E’ la sola personalità economica del mondo occidentale a criticare pubblicamente le sanzioni di Usa ed Europa contro la Russia al momento dell’annessione della Crimea. Di Vladimir Putin, l’uomo è amico personale. “Total è un nostro partner prioritario da molti anni”, disse il capo del Cremlino, e la scomparsa di Christophe de la Margerie è una perdita importante per il paese”.
mercoledì 7 settembre 2016
Quanti stecchiti dalla chemio. E dai giornalisti ignoranti.
Maurizio Blondet
Il Lancet, una delle più stimate riviste mediche, “Giorni fa ha pubblicato un lavoro firmato dal Public Health England e Cancer Research Uk, condotto su 23,000 donne con cancro al seno e circa 10.000 uomini con carcinoma polmonare non a piccole cellule: 9.634 sono stati sottoposti a chemioterapia nel 2014 e 1.383 sono morti entro 30 giorni.
«L’indagine ha rilevato che in Inghilterra circa l’8,4% dei pazienti con cancro del polmone e il 2,4% di quelli affetti da tumore del seno sono deceduti entro un mese dall’avvio del trattamento. Ma in alcuni ospedali la percentuale è di molto superiore alla media riscontrata. «Ad esempio, in quello di Milton Keynes il tasso di mortalità per chemioterapia contro il carcinoma polmonare è risultata addirittura del 50,9%. …. Al Lancashire Teaching Hospitals il tasso di mortalità a 30 giorni è risultato del 28%» *
«Per la prima volta i ricercatori hanno esaminato il numero di malati deceduti entro 30 giorni dall’inizio della chemioterapia, cosa che indica che i medicinali hanno provocato la loro morte, piuttosto che il cancro».
Ho copiato e incollato da “Senza Nubi”, sito del professor Sandro Carlo Mela. Che è stato docente di medicina interna all’Università di Genova, ha avuto diversi incarichi scientifici al CNR, è co-autore di 583 pubblicazioni scientifiche, delle quali 212 su riviste internazionali, con 1823 citazioni da riviste internazionali.
Suo anche il commento che segue: “È notevole che siano stati proprio il Public Health England ed il Cancer Research Uk a sentire il bisogno di rivedere criticamente il proprio operato, raccogliendo una casistica imponente e traendone infine le conseguenze. Ci si pensi bene. Questa è l’essenza della metodologia scientifica. Fare ipotesi. Verificarle. Accettarle se i fatti le corroborino e rigettarle se i fatti le contraddicano. Quanto è duro accettare che i fatti smentiscano le teorie!”.
Poiché il professor Mela è scienziato e scrittore elegante, penso questo sia stato il suo modo di intervenire nella canea giornalistica innescata da un caso di cronaca. Regolarmente riportato dai media in questi termini: “I genitori rifiutano la chemio, lei muore a 18 anni di leucemia”. Naturalmente accusando i genitori di aver ammazzato la figlia perché credono a ciarlatani (“il dottor Hamer”), ché se invece avessero portato la figlia dal celebre professor Veronesi, che l’avrebbe sottoposta alla chemio, la fanciulla sarebbe ancora viva.
A Veronesi nessun giornalista ha mai chiesto conto di quanti, nella sua lunga carriera, ne ha ammazzati con la chemio. I lavori dei due importanti istituti sanitari pubblici inglesi, riportati da Mela, dimostrano che c’è una percentuale da alta a ragguardevole di pazienti che viene addirittura stecchita dalla chemio. Nei primi trenta giorni dal trattamento.
I giornalisti soprattutto, hanno colto il caso o i due casi di cronaca per lanciarsi in una battaglia morale: non solo contro di due genitori che hanno accusato di aver ucciso la figlia, ma in genere contro la diffidenza della “gente” contro tutto ciò che è scientifico, o anche solo ufficiale: c’è chi ha messo la diffidenza generale del pubblico per la chemio sullo stesso piano del “il rigetto dei partiti”; il rifiuto delle vaccinazioni alla stessa stregua di un rigetto anarchico e cieco verso ogni autorità; il discredito verso “il celebre oncologo Veronesi” alla stessa stregua del “populismo” che “abbiamo visto emergere anche nelle elezioni in Germania”. Insomma vedono, i giornalisti, un rigurgito di passatismo, oscurantismo e pensiero magico, un ritorno al Medioevo, che si sentono in dovere di combattere con l’ironia dei loro Lumi. Invocando anche i giudici, se occorre, perché sottraggano la patria potestà dei genitori anti-chemio e affidino i figli malati per forza pubblica a Veronesi e alla sua terapia citotossica con metalli pesanti ed iprite; la libertà dei pazienti non è accettabile, se essa sfocia in superstizione e cure con vitamina C o veleno di scorpione.
Manca la cultura generale
Il problema è la quantità di Lumi in possesso di detto giornalisti. Nell’ascoltare Radio 24, mi è capitato di ascoltare – per esempio – che per alcuni di qui valorosi redattori, la funzione di insetti impollinatori era una scoperta recentissima, dovuta alla lettura di qualche articolo sulla sparizione delle api che mette in pericolosa produzione di frutta. Alcuni erano persino increduli del processo, “finalmente anche i più testoni di noi l’hanno capito”, ha detto giulivo un giornalista. Sentito con le mie orecchie. Ora, la meravigliosa simbiosi fra le api e gli alberi da frutta è una nozione che dovrebbe essere nota già dalle elementari. Anche giornalisti radiofonici (che si ammette siano di qualche tacca sotto i colleghi “della carta stampata”) dovrebbero saperlo. A cosa serve, sapere la funzione impollinatrice, se si è giornalisti economici o dello spettacolo? Serve: è un elemento di quella che si chiama “cultura generale”, senza la quale, sfuggono le complessità del discorso scientifico. Infatti costoro, nella missione che si era dati di condannare la famigli che aveva sottratto la figlia alla chemio, e per estensione- – la loro battaglia contro “il populismo”, han rimbeccato i lettori con argomenti di mera fede: bisogna credere a Veronesi, perché egli è famoso, e rappresenta la Scienza.
Nel caso, essi non sono in grado di informarsi. Ignorano che su questi temi, è utile consultare come fonte il sito del National Cancer Institute (fondato da Nixon nel ’71 per ‘sconfiggere il cancro’,e che il cancro ha sconfitto – reca onestamente tutti i dati , lo stato dell’arte della ricerca, e avverte che nessuno dei trattamenti che indica uno per uno può essere definito “cura del cancro”).
Invece i media italiani hanno dato spazio al Veronesi che ha detto e ripetuto: “Il cancro non è più una malattia incurabile, e le moderne terapie possono salvare la vita”. Affermazione, così come espressa, menzognera. Gli oncologi parlano di “sopravvivenza a cinque anni” del malato trattato con la chemio, che è cosa molto meno ambiziosa che guarigione. A proposito del caso dei genitori che hanno evitato alla ragazza la chemio, qualche giornalista ha tirato fuori che la cosa era particolarmente colpevole, perché con la chemio c’è, nel caso, una sopravvivenza del 63 per cento. E’ già un miglioramento rispetto al 50% (di sopravvivenza a 5 anni) vantato fino ad alcuni anni fa. Ma come e dove si ottengono queste percentuali? L’ha spiegato il dottor Francesco Bottaccioni membro dell’Accademia delle scienze di New York, docente di psico-oncologia alla Sapienza (cito da Cancro SpA di Marcello Pamio):
“Il 50% di cui parlano gli oncologi non è effettivamente la metà del numero dei malati, come si è indotti a credere, ma la media delle varie percentuali di guarigione dei diversi tipi di cancro. Per capirci: si somma, ad esempio, l’87% di guarigione del cancro del testicolo con il 10-12 di quella del polmone e si fa la media delle percentuali di guarigione, senza calcolare che i malati di carcinoma al testicolo sono 2 mila l’anno, mentre le persone che si ammalano di tumore al polmone sono attorno alle 40 mila”.
Ora, chiunque vede che questo è un metodo di conteggio disonesto, indegno di un settore che si dichiara “scientifico” e di una pretesa “scienza” chiamata oncologia; un metodo truffaldino che giustifica ad abbondanza la diffidenza crescente dei pazienti, e autorizza i peggiori sospetti sui veri motivi per cui si continua ad imporre la “cura” chemioterapica.
La triste verità è che la sopravvivenza a cinque anni nel caso, poniamo, di carcinoma del pancreas è il 2 percento. I l che significa che il 98 per cento dei pazienti sono morti. A cinque anni, sono trapassati il 90% dei malati di glioma cerebrale, l’80 per cento dei colpiti da melanoma maligno, il 92,5 per cento dei cancri polmonari; è scomparso il 98 per cento dei colpiti dal carcinoma del fegato, e il 100 per cento degli affetti da carcinoma della pleura. Si può dire che “il cancro oggi non è più una malattia incurabile”? E che i malati devono affidarsi ad occhi chiusi a Veronesi invece che ai “ciarlatani”? Non esistono statistiche sui pazienti di ciarlatani: c’è il fondato sospetto che i loro dati di sopravvivenza cinque anni sarebbero se non migliori, pari a quelle vantate dalle false statistiche degli oncologi.
Infatti. E la prova è nella monumentale indagine clinica condotta da Dal Dipartimento di Oncologia Radiologica del Northern Sidney Cancer Center e pubblicato sul Journal of Clinical Oncology il dicembre 2004. E’ intitolato: “The Contribution of Cytotoxic Chemotherapy to 5-year Survival in Adult Malignancies”, ossia: Il contributo della terapia citotossica alla sopravvivenza nei cinque anni nei tumori maligni di adulti”.
Uno studio colossale. Sono stati seguiti per 14 anni 155 mila pazienti americani ed australiani colpiti da tumore. Alla fin fine, i ricercatori concludono che 3.306 di questi sopravvissuti a cinque anni possono ragionevolmente essere attribuiti alla chemio. 3,303 su 154.971 pazienti, significa un tasso di ‘guarigioni’ del 2,3 per cento in Australia e del 2,1 in Usa. A che scopo prescrivere – e obbligatoriamente – un medicinale che mette l’inferno nel corpo del paziente (come disse il professor Staudacher), per un tasso di guarigioni del 2 per cento? Qualunque cura di ciarlatano può vantare un 2%, se tenesse le statistiche dei suoi pazienti.
La conclusione degli studiosi di Sidney infatti è questa: “…E’ chiaro che la chemioterapia citotossica dà solo un contributo minore alla sopravvivenza da cancro. Per continuare la prescrizione [gratuita nel servizio sanitario nazionale] di farmaci chemioterapici, si richiede con urgenza una rigorosa valutazione del rapporto fra costo ed efficacia e dell’impatto sulla qualità della vita”. Di fatto, sconsigliano il servizio sanitario nazionale di continuare a pagare per questi costosissimi “farmaci” che rendono miserabile la vita del paziente, e non fanno guarire.
Chi sa l’inglese può leggere lo studio integrale qui:
Chi ha pazienza di guardare le tabelle contenute nelle prime pagine dello studio, vedrà che anche la percentuale del 2.3 per cento di guarigioni a 5 anni con la chemio deve essere fortemente ridimensionata: dipende dal tipo di tumore. Vi sono tumori, al pancreas, alla milza, il melanoma – in cui la sopravvivenza è segnata da una lineetta orizzontale: significa zero. Nessun sopravvissuto, chemio o non chemio. La miglior efficacia della chemio viene attribuita per il cancro al testicolo, che come abbiamo visto è uno dei pochi di cui gli oncologi vantano una sopravivenza dell’87% per cento. Il che significa che guarisce quasi sempre da sé. Lo studio australiano dà qui un tasso di sopravvivenza del 47%: si può dunque addirittura temere che la chemio peggiori il decorso di un tumore tutto sommato modestamente pericoloso.
Ma naturalmente, bisogna consultare le fonti, saper cercare nella letteratura scientifica: cosa che evidentemente i genitori della ragazza morta hanno fatto – hanno rifiutato a ragion veduta la terapia letale – e che non hanno fatto i giornalisti illuministi senza cultura generale,che hanno accusato quella famiglia di omicidio, di irresponsabilità superstiziosa, e lanciato intimidazioni a tutti coloro (medici e pazienti) che tentato le terapie alternative, incitando i giudici ad incriminarli. Cosa che alcuni procuratori hanno pure fatto.
I giornalisti non sanno e non vogliono consultare le fonti – primo dovere del giornalista. Si sono accontentati, nella loro battaglia contro l’Oscurantismo sanitario, a riportare come vangelo un articolo commissionato al professor Veronesi. Senza nemmeno rendersi conto che costui fa’ una confessione incriminante:
“Bisogna liberare la chemioterapia dallo stigma di cura devastante, che fa paura più del cancro stesso. (…) Va detto che in passato è stata utilizzata in modo improprio e per molti anni è stata effettivamente prescritta a dosi altissime, senza alcuna considerazione per gli effetti che avrebbero avuto sul malato.
“Allora vigeva in oncologia il principio del massimo trattamento tollerabile: si applicava in chirurgia, in radioterapia e in chemioterapia la dose (o l’amputazione) maggiore che il paziente potesse tollerare. […] Ma negli ultimi decenni è avvenuta una rivoluzione di pensiero per cui nella cura dei tumori si applica il principio del minimo trattamento efficace: si ricerca la dose più bassa o l’intervento più limitato in grado di assicurare l’efficacia oncologica. Così è sparita la chirurgia mutilante, la radioterapia ustionante e anche la chemio che devasta inutilmente l’organismo”.
Veronesi dunque ammette: per decenni abbiamo dato dosi letali di sostanze velenose, alchilanti, metalli pesanti, radiazioni – ammazzando migliaia di pazienti, e devastandoli inutilmente. Adesso abbiamo imparato: quindi, cancerosi, venite a noi con fiducia. La ricerca citata dal professor Mela vi dice che ne ammazziamo solo l’8 per cento nei primi trenta giorni. In alcuni ospedali anche il 50%….
Quanti ne ammazza il giornalismo presuntuosamente incompetente? Che scambia per razionalità la propria ignoranza, per progressismo il proprio superstizioso scientismo, basato sul “principio di autorità” più sbagliato? Urgono studi clinici e statistici.
martedì 6 settembre 2016
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
-
Karen Hudes, sotto, ha lavorato per ben 20 anni presso la Banca Mondiale e ha confermato che le famiglie dei banchieri centrali possiedo...



