venerdì 22 novembre 2013

Grecia. Carcere per coloro che non sono d’accordo con le normative UE!


Carcere per chi resiste, si oppone, o semplicemente non è d’accordo sulla politica estera … UE
Il governo greco ha approvato un emendamento in base al quale ogni persona che si opponga o esprima disaccordo con la politica estera dell’Unione Europea sarà punito con una pena detentiva fino a due anni.
Articolo 458 A: “Violazioni alla normativa UE”
Nel corso dell’assemblea, i membri di Nuova Democrazia e il PASOK hanno adottato un articolo (458 A) che stipula che ogni persona che si opponga alla politica estera della Comunità europea o di un paese che ne faccia parte, è punibile con la reclusione fino a due anni. 
Non credo che un altro articolo della costituzione greca ne abbia tradito lo spirito come questa iniquità!
Διαφωνείς με την ΕΕ; Φυλακή!
 Δελαστίκ /diGeorge Delastik
traduzione di Giuditta (tuttouno.blogspot)
L’altro giorno i membri di Nuova Democrazia e il PASOK hanno votato un vergognoso emendamento, la fine delle proteste contro l’”Euro Dolo”: chiunque sia in disaccordo con la politica estera della UE sarà sbattuto in galera!
No, questo non è uno scherzo di cattivo gusto!
Da Giovedi 24 ottobre, nel codice penale alla Grecia  è stato aggiunto l’articolo 458A intitolato “Violazioni alla normativa UE” in base al quale è punito con la reclusione fino a due anni chi critica le sanzioni contro i paesi, le organizzazioni o le persone della UE …!
Incredibile, oltraggioso, ma purtroppo del tutto vero.
La feroce reazione del parlamentare del KKE, che ha evidenziato l’atteggiamento vergognoso del governo, attraverso gli altri radicali, che hanno reagito al dibattito su questa modifica ripugnante, che rende più ampiamente visibile, i “re nudi”, Samaras e Venizelos.
La Nuova Democrazia e il Pasok non hanno  impedito di votare a favore del nuovo governo “germanofilo”  in parlamento. Ma hanno costretto il governo ad abbandonare altri emendamenti, al fine di nascondere il tentativo di sterminio, con la reclusione, di qualsiasi greco che osi resistere alle decisioni dell’UE nei confronti dei paesi o organizzazioni che seguono la linea del Quarto Reich tedesco ed i vassalli della UE!
Syriza e indipendenti erano contro l’emendamento del governo e hanno votato contro.
E’ davvero spregevole l’atteggiamento di Samaras e di Venizelos. E ‘ovvio che questo articolo del codice penale dovrebbe essere abrogata immediatamente dal prossimo governo della Grecia, anche se naturalmente dovrà essere un governo non germanofilo come l’attuale governo PASOK-ND (ΝΔ-ΠΑΣΟΚ).
L’emendamento originale presentato dalle due parti (oltre a cercare di confondere le acque, compreso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per coprire il fine dell’annientamento degli oppositori del loro interesse comunitario) è stato il seguente:
“Ogni persona che violi intenzionalmente sanzioni o misure restrittive nei confronti degli Stati o enti, organismi o persone fisiche o giuridiche con le decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o di regolamenti comunitari, è punito con la reclusione per almeno sei mesi, salvo altra disposizione e contenuta pena più grave. Le disposizioni del comma precedente si applicano quando tali atti non sono punibili secondo le leggi del paese in cui perpetrato “!
Alla fine hanno rimosso completamente la menzione dell’ONU e hanno cambiato il minimo di sei mesi di reclusione con un massimo di due anni di reclusione e spietatamente hanno votato.
[ ... ]
Non si dovrà, in nessun caso, applicare la legge di Samaras e Venizelos!
Il portavoce del Partito Comunista, Thanassis Pafilis, ha detto in Parlamento:
“L’insubordinazione e la disobbedienza sono un imperativo. E ‘dovere di ogni uomo che vuole il progresso della società e non può essere subordinato alla logica di entrare nello stampo di una certa umanità, é dovere dell’intera Europa di opporsi all’applicazione dell’articolo votato dal PASOK-ND”
Fonti:
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BANCOCRAZIA: DALLA REPUBBLICA DI VENEZIA A MARIO DRAGHI E GOLDMAN SACHS


DI
ERIC TOUSSAINT
Cadtm








Dal dodicesimo secolo fino all’inizio del quattordicesimo secolo, l’Ordine dei Templari, presente in gran parte d’Europa, diventò il banchiere dei potenti. Contribuì a finanziare varie crociate. All’inizio del quattordicesimo secolo, era diventato il principale creditore del re di Francia Filippo il Bello. Di fronte al debito che gravava sulle sue risorse, Filippo il Bello si liberò dei suoi creditori e del suo debito, demonizzando l’Ordine dei Templari accusandolo di molteplici crimini (2). L’Ordine fu proibito, i suoi capi giustiziati e i suoi beni confiscati. All’Ordine dei Templari mancava uno stato e un territorio per affrontare il re di Francia. Il suo esercito, (15000 uomini di cui 1500 cavalieri), il suo patrimonio e i suoi crediti con i dirigenti non lo protessero dalla potenza di uno stato deciso ad eliminare i suoi creditori.
Nella stessa epoca (XV e XVI secolo), i banchieri veneziano finanziavano anche loro le crociate e prestavano soldi ai potenti d’Europa, però si mossero molto più abilmente rispetto all’Ordine dei Templari. A Venezia, si appropriarono della testa dello Stato, dandogli forma di una repubblica. Finanziarono la trasformazione di Venezia, città-stato, in un vero impero che comprendeva Cipro, Eubea (Negroponte) e Creta. Adottarono una strategia inarrestabile per arricchirsi in maniera duratura e assicurare il rimborso dei loro crediti: furono loro a decidere di far indebitare lo stato veneziano con le banche che possedevano. I termini dei contratti di prestito furono definiti da loro stessi dato che erano allo stesso tempo proprietari delle banche e dirigenti dello Stato.
Mentre Filippo il Bello aveva interesse a liberarsi fisicamente dei suoi creditori per liberarsi dal peso del debito, lo stato veneziano pagava fino all’ultima moneta il debito ai banchieri. Questi ultimi ebbero d’altro canto, l’idea di creare dei titoli del debito pubblico che potevano circolare da una banca all’altra. I mercati finanziari cominciavano a nascere. (3) Questo tipo di prestito è il precursore della forma principale di indebitamento degli stati così come si conosce nel XXI secolo.
Sette secoli dopo dello schiacciamento dell’Ordine dei Templari da parte di Filippo il Bello, oggi i banchieri d’Europa, come i loro predecessori genovesi e veneziani, non devono essere inquieti verso i governi attuali.
Gli stati nazionali e il protostato che è l’Unione Europea di oggi sono forse più complessi e sofisticati che le repubbliche di Venezia (o di Genova) dei secoli dal XIII al XVI, però sono con la stessa crudeltà, gli organi che esercitano il potere della classe dominante, l’1% opposto al 99%. Mario Draghi, vecchio rappresentante della Goldman Sachs in Europa, dirige la Banca Centrale Europea. I banchieri privati hanno collocato i propri rappresentanti o i propri alleati nei posti chiave dei governi e delle amministrazioni. I membri della Commissione Europea sono molto attenti a difendere gli interessi della finanza privata, e il lavoro di lobby che le banche esercitano su parlamentari, regolatori e magistrati europei è di un’efficacia temibile.
Che un gruppo di grandi banche capitaliste occupi il primo piano in questi ultimi anni, non deve nascondere il ruolo delle grandi imprese private dell’industria e del commercio, che usano e abusano della loro vicinanza alle strutture dello stato in una maniera abile come quella dei banchieri. L’interconnessione inestricabile tra stati, governi, banche, imprese industriali e commerciali e i grandi gruppi privati di comunicazione costituiscono da un lato una delle caratteristiche del capitalismo, tanto adesso come nelle epoche precedenti.
Effettivamente, dalla vittoria del capitalismo come modo di produzione e come formazione sociale dominante, il potere è esercitato dai rappresentanti dei grandi gruppi privati e dai loro alleati. Dal punto di vista storico, il New Deal cominciato dal presidente Roosevelt nel 1933 e i 30 anni successivi alla seconda guerra mondiale, sembrano una parentesi durante la quale la classe dominante dovette fare delle concessioni, ovviamente limitate però reali, alle classi popolari. I grandi padroni dovettero nascondere un po’ il loro potere sullo stato. Con il neoliberismo iniziato alla fine degli anni ’70, abbandonarono la discrezione. Gli anni ’80 mettono in risalto una classe dominante completamente disinibita che assume e proclama con cinismo la via per la vittoria e lo sfruttamento generalizzato dei popoli e della natura. La frase, tristemente celebre di Margaret Thatcher, “There is no alternative” definisce ancora oggi il panorama politico, economico e sociale, attraverso gli attacchi violenti ai diritti e alle conquiste sociali. Mario Draghi, Angela Merkel, Silvio Berlusconi (gran patron italiano), José Manuel Barroso appaiono come figura emblematiche per la prosecuzione del progetto thatcheriano. La complicità attiva dei governi socialisti (da Schroeder a Hollande, passando per Tony Blair, Gordon Brown, Papandreu, Zapatero, Socrates, Letta, Di Rupo e molti altri) mostra fino a che punto si sono inseriti nella logica capitalista, fino a che punto formano parte del sistema così come Barack Obama dall’altra parte dell’Atlantico. Come affermava il multi milionario americano Warren Buffet, “è una guerra di classe, ed è la mia che sta vincendo”.
Il sistema del debito pubblico così come funziona nel capitalismo costituisce un meccanismo di trasferimento di ricchezza prodotta dal popolo verso la classe capitalista. Questo meccanismo si è rinforzato con la crisi iniziata nel 2007-2008, poiché le perdite e i debiti delle banche sono stati trasformati in debito pubblico. A grande scala, i governi hanno socializzato le perdite delle banche in modo da permettergli di continuare a fare beneficienza tra i proprietari capitalisti.
I governi sono direttamente in combutta con le grandi banche e mettono al loro servizio i poteri e le casse pubbliche. C’è un viavai permanente tra le grandi banche e i governanti. Il numero dei ministri delle finanze e dell’economia, o di primi ministri, che arrivano direttamente dalle grandi banche o che si dirigono verso di esse quando abbandonano il governo, non smette di aumentare dal 2008. Il ruolo delle banche è troppo importante per essere lasciato al settore privato, è necessario socializzare il settore bancario e collocarlo sotto il controllo pubblico ( degli stipendiati dalle banche, dei clienti, delle associazioni e dei rappresentanti del governo locale), dunque deve essere sottomesso alle regole di un servizio pubblico (4), e i guadagni che le sue attività generano devono essere usate per il bene comune.
Il debito pubblico contratto per salvare le banche è in definitiva illegittima e deve essere ripudiata. Un’assemblea deve determinare gli altri debiti illegittimi e/o illegali e permettere una mobilitazione in modo che un’alternativa anticapitalista possa prendere forma.
La socializzazione delle banche e l’annullamento/ripudio dei debiti illegittimi devono essere scritti in un programma più ampio (5).
Come durante la repubblica di Venezia, oggi nell’Unione Europea e nella maggior parte dei paesi più industrializzati del pianeta, lo stato è in osmosi con la grande banca privata e paga senza protestare ,il debito pubblico. Il non pagamento del debito pubblico illegittimo, la socializzazione delle banche così come altri misure vitali saranno il risultato dell’irruzione del popolo come attore nella sua propria storia. Si tratta di mettere in piedi un governo così fedele agli oppressi come i governi della Merkel e di Hollande lo sono alle grandi imprese private. Un tale governo del popolo dovrà fare delle incursioni nella sacrosanta grande proprietà privata per sviluppare i beni comuni sempre rispettando la natura e i suoi limiti. Questo governo dovrà anche realizzare una rottura radicale con lo stato capitalista e sradicare tutte le forme di oppressione. Un’autentica rivoluzione è necessaria.
Éric Toussaint
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=176502
Traduzione dallo spagnolo per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO VITALE
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Justin Hall-Tipping: Svincolare l'energia dalla rete


Justin Hall-Tipping: Svincolare l'energia dalla rete




Cosa accadrebbe se potessimo generare energia dai vetri delle finestre? In questa avvincente presentazione, l'imprenditore Justin Hall-Tipping mostra i materiali che potrebbero renderlo possibile, e come il riconsiderare la nostra nozione di 'normale' possa aprirci degli scenari straordinari.

Tradotto in italiano da Daniele Buratti
Revisione di Ana María Pérez

lunedì 18 novembre 2013

C'è qualcosa di nuovo, oggi nell'aria

Il Giornale OnlineC’è qualcosa di nuovo, oggi nell’aria, anzi d’antico, per parafrasare una vecchia poesia del Pascoli

Nuovo perché mai sentito prima – ma mi posso sbagliare – in questi termini e in questa sede; d’antico, perché evocante una saggezza naturale, un equilibrio interiore esistenti in fasi meno convulse della storia umana e che, nel corso del tempo, si sono diluiti fino a venir dimenticati.

di Piero Cammerinesi (corrispondente dagli USA di Coscienzeinrete Magazine e Altrainformazione)


Mi riferisco allo straordinario – nel significato letterale del termine dal latino extra-ordinarius, cioè fuori dall’ordine – intervento di oggi alla Camera dell’Onorevole Emanuela Corda, del M5S.


La Corda esordisce con un concetto davvero insolito per l’agone politico in cui tutto è partigiano, intendo di parte, giusto-sbagliato, buono-cattivo, noi-gli altri: “La strage di Nassirya non fu uno scontro tra buoni e cattivi”. 

Già questo significa sottrarsi alla prospettiva squisitamente terrestre in cui vi è chi attua il male e chi lo subisce - il cattivo e il buono - per entrare in una prospettiva spirituale, in cui l’assassino e la sua vittima, colui che offende e l’offeso, sono uniti da un intimo vincolo di destino. Nel rievocare la strage dei 19 italiani – 17 militari e 2 civili – e dei 9 iracheni caduti, ma di cui si parla ben poco – afferma la Corda – “nessuno però ricorda il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento la strage e quando si parla di lui lo si dipinge solo come un assassino e non come una vittima, perché anche egli fu vittima oltre che carnefice”.

Chi conosce la realtà spirituale che sottende la storia esteriore sa benissimo che queste sono parole di assoluta verità, per quanto possano risultare incomprensibili – o anche offensive, come in effetti è risultato dai successivi interventi – a chi si limita a vedere le cose solo da una prospettiva esteriore materialistica.
Il Giornale OnlineLa tradizione spirituale – sia orientale che occidentale – indica con estrema chiarezza che colui che fa il male, che uccide, che si macchia di crimini anche orrendi, in qualche modo, caricandosi di questo male, si accolla un destino molto pesante. Ma dato che come esseri umani, come umanità nel suo insieme, noi tutti condividiamo un unico destino, allora quell’essere – per quanto questa verità possa essere di difficile ‘digestione’ – in qualche modo si è sacrificato per noi, caricandosi degli effetti di tutto il male che ciascuno di noi nei suoi pensieri, nelle sue azioni, quotidianamente immette nella Terra.

Questa ‘innocenza’ del malvagio – ricordate il “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” del Cristo sulla Croce? – deriva dal suo non-sapere, dalla sua mancanza di coscienza. Che, da un punto di vista umano, esteriore, si riflette nelle parole del deputato grillino secondo cui l’attentatore è stato accecato da “una ideologia criminale che lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico e lo aveva mandato a morire”. Dunque incoscienza, come mancanza di coscienza, l’avidya dei buddhisti, il sonno della ragione che genera mostri. 

E ancora: “Non è escluso che come tanti kamikaze, quel giovane fosse spinto dalla fame, dalla speranza che quel suo sacrificio avrebbe fatto vivere meglio i suoi familiari che spesso vengono risarciti per il sacrificio del loro caro”. Se il kamikaze ha così agito è dunque perché nel male egli vedeva un bene anche se distorto, anche se ribaltato; questo richiama alla assoluta necessità per gli uomini del nostro tempo di comprendere l’altro, l’amico come il nemico, attuando l’unico fondamentale comandamento cristiano.
Il Giornale OnlineMa il guardare alla realtà da una prospettiva spirituale – lo sappiamo bene - deve accompagnarsi anche a una puntuale analisi della realtà politica e sociale, che va compresa e modificata proprio a partire da una visione più ampia del mondo. Ed ecco che, dunque, nelle parole di questo eccezionale intervento, carnefici e vittime “furono vittime non solo dell’ideologia terroristica, ma anche della politica occidentale, vittime dei nostri governi che spedirono e continuano a spedire i nostri ragazzi sui fronti di guerra, raccontandogli che è eroico occupare il territorio di altri popoli col pretesto che si sta portando la pace quando invece si fomentano talvolta ideologie terroristiche”.

Lo smascheramento necessario dell’ossimoro della “guerra umanitaria” e delle “missioni di pace” per “esportare democrazia” o fare la “guerra al terrorismo”. Scandalose operazioni di appiattimento e di manipolazione delle menti che ha raggiunto negli ultimi anni livelli impensabili e che stanno producendo effetti nefasti, dove a pagare sono sempre i deboli e gli indifesi. Gli ultimi. Il mito dello “scontro di civiltà”, artatamente concepito ed imposto all’opinione pubblica occidentale, utile solo a permettere alle corporation delle armi di dedicare all’acquisto di armamenti cifre che potrebbero eliminare diverse volte povertà, fame e disuguaglianze sociali.
Il Giornale OnlineQuesti effetti disastrosi che tutti stiamo vivendo sulla nostra pelle, anche nelle conseguenze di crisi economiche pianificate e alimentate dalle élite, nascono da quello spirito della menzogna che più volte Rudolf Steiner evocò negli anni della prima guerra mondiale; uno spirito che, se non contrastato dalla crescente consapevolezza degli uomini, avrebbe prodotto un secondo conflitto mondiale, una opposizione Est-Ovest e, infine, la guerra di tutti contro tutti. Esempi clamorosi di tale spirito di menzogna sono facilmente rintracciabili negli inganni impuniti che governanti corrotti e criminali hanno imposto ai popoli, a partire dalla pagliacciata delle famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, che è costata la vita a migliaia di giovani americani e a oltre un milione e mezzo di iracheni.

“Vorremmo ricordare – prosegue la deputata - la provetta agitata da Colin Powell al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che dovevano dimostrare al mondo l’esistenza di armi di distruzioni di massa, armi che in verità non vennero mai trovate. Lo stesso Powell ha detto di essere stato raggirato da quella colossale truffa che portò all’occupazione dell’Iraq. L’esistenza di quella truffa non è servita di lezione ai governi europei, che hanno continuato a credere alle balle organizzate a tavolini per scatenare nuovi e atroci conflitti”.

“Per questo gridiamo con tutta la nostra forza mai più Nassiriya – conclude la Corda – mai più guerre di occupazione”.

Un grido cui ci associamo con entusiasmo, sperando che diventi virale, che contagi un numero sempre maggiore di persone. 

Fonte: 

PIER LUIGI IGHINA: L'uomo delle nuvole



 







venerdì 8 novembre 2013

Le catene del debito – intervista a Francesco Gesualdi -


Francesco Gesualdi

“In nome del debito vengono distrutti i nostri diritti. Ma davvero non abbiamo altra scelta che pagare impoverendoci? La soluzione è cominciare a occuparci tutti di debito pubblico. Esigere di aprire un grande dibattito su cause, soluzioni, prospettive. Con occhi nuovi. Con il coraggio di rimettere tutto in discussione, a partire dalla legittimità del debito”. Così pensa Francesco Gesualdi, attivista e saggista, promotore di campagne su beni comuni, consumo critico, sviluppo sostenibile, fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo e insieme ad Alex Zanotelli dellaRete Lilliput. Negli ultimi anni ha incentrato la sua attività sulla questione del debito, cui ha dedicato il recente saggio “Le catene del debito – e come possiamo spezzarle” (Feltrinelli).” Piero Ricca
Piero Ricca: Francesco Gesualdi, governi nazionali, istituzioni europee e media mainstream ci dicono che non c’è alternativa all’austerità. Secondo lei?
Francesco Gesualdi: Già l’obbligo di mantenere il deficit al di sotto del 3% del Pil ci ha sottoposto a continui aumenti di tasse e tagli alle spese con gravi ripercussioni sociali. I numeri confermano un tasso di disoccupazione reale al 24% mentre il rischio povertà coinvolge una persona su tre. Ma col fiscal compact sarà la catastrofe perchè tasse e tagli dovranno crescere fino ad ottenere il pareggio di bilancio. Per di più il debito andrà dimezzato nel giro di 20 anni. Un salasso mortale che porterà al collasso socio-economico e alla totale demolizione della nostra casa comune. Con somma soddisfazione del capitale internazionale e delle multinazionali dei servizi, che finalmente potranno comprarsi le proprietà pubbliche a prezzi stracciati e potranno mettere definitivamente le mani su servizi appetitosi come l’acqua, i rifiuti, la sanità, la scuola.
PR: Per individuare un’alternativa, lei sostiene che il passo preliminare è un’analisi demistificatoria del debito. Che cosa intende?
FG: Dobbiamo mettere a fuoco che non ci siamo indebitati perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ma per i tassi di interesse che dal 1980 ci sono costati 2.230 miliardi di euro, per i privilegi fiscali che abbiamo accordato alle classi più ricche, per l’evasione che ammonta a 180 miliardi l’anno, per la corruzione che ci costa ogni anno 50 miliardi, per le spese inutili e dannose come l’alta velocità e l’acquisto degli F35. Perciò il primo passo da compiere è una grande indagine popolare per capire quale parte di debito è doveroso pagare perché creato a vantaggio del popolo e quale parte è nostro diritto ripudiare perché creato per arricchire banche, imprenditori d’assalto e politici assetati di potere. L’indagine non può essere affidata alla classe politica che ha prodotto il disastro. Può solo essere svolta dai cittadini organizzati in gruppi di lavoro. Esperienze in tal senso sono già in atto in Francia, Spagna, Belgio ed anche in Italia. A Parma un gruppo di cittadini ha ricostruito la genesi dei 900 milioni di debito che pesa sulla città. Chi volesse avviare un’esperienza analoga nel proprio territorio invii un messaggio acoord@cnms.it.
PR: Il dibattito sul debito, secondo lei, dovrebbe dunque uscire dalle stanze degli economisti. Ma davvero è possibile farsi un’opinione e proporre soluzioni su temi così complessi senza una cultura specialistica?
FG: Al di là dei linguaggi oscuri e dei tecnicismi che ci intimidiscono, i nodi politici del debito sono riconducibili a poche domande chiave. Dobbiamo tenere in maggiore considerazione l’interesse dei creditori o i diritti di tutti? Se uno stato è in difficoltà debbono pagare solo i cittadini o anche i creditori? La moneta deve essere gestita dal sistema bancario per il proprio arricchimento, o dai governi per il perseguimento della piena occupazione e altri obiettivi sociali? Non siamo deficienti: a queste domande, tutti dobbiamo e possiamo rispondere. L’avessimo fatto prima, invece di delegarle a economisti e politici, non ci troveremmo al punto in cui siamo. Avremmo evitato il disastro economico e salvato la democrazia.
PR: Vediamo in sintesi le possibili strategie alternative che lei propone. Quali sono le linee essenziali?
FG: Uno dei problemi del debito pubblico è che i creditori non sono gentiluomini che si accontentano del tasso di interesse pattuito. Agiscono attraverso la speculazione per strappare rese sempre più alte. Un vero gesto di pirateria dalla quale dobbiamo difenderci mettendo al bando la speculazione. Finalmente liberi dallo spread, dovremmo concentrarci sul capitale per mettere a punto un piano di abbattimento che non si basi sulle privatizzazioni, ma sull’annullamento del debito. Con due strategie. La prima: il ripudio del debito odioso accumulato per arricchire profittatori e banditi. La seconda: la ristrutturazione, che significa riduzione concordata del capitale da restituire, come ha già fatto la Grecia su consiglio della stessa Troika. Dunque non un’umiliazione di cui vergognarsi, ma una scelta di cui andare fieri di chi pone l’interesse comune al primo posto.
PR: Quali sono le principali misure d’emergenza a livello nazionale?
FGLa prima emergenza è ridurre gli interessi ricordandoci che sono una forma di redistribuzione alla rovescia: prendono a tutti per dare ai più ricchi. Le vie sono l’autoriduzione dei tassi di interesse e la lotta alla speculazione.
PR: Ma in concreto com’è possibile condurre questa lotta?
FG: Il problema non è tecnico, ma politico. Bisogna semplicemente avere il coraggio di dire che sui titoli del debito pubblico certe operazioni non sono possibili. Ossia sono proibite. Sui titoli di stato bisogna proibire tutte quelle operazioni che gli investitori compiono per arricchirsi sulle variazioni di prezzo, ma che hanno come effetto secondario l’aumento dei tassi di interesse. Più in particolare mi riferisco ai CDS (Credit Default Swap) che sono scommesse di tipo assicurativo, ai futures che sono vendite future di titoli che non si posseggono, alle vendite allo scoperto che consistono nella vendita di titoli avuti in prestito. Alchimie partorite da menti depravate, studiate per permettere agli speculatori di spillarsi soldi reciprocamente, come fanno i giocatori di carte. Ma se tutto questo deve compromettere il bene di un’intera nazione, allora a essere malati non sono solo loro, ma anche i politici che lo permettono.
PR: Quali riforme strutturali ritiene necessarie?
FG: Le principali sono la riforma fiscale per garantire allo stato entrate adeguate tassando i più ricchi e la riqualificazione della spesa per garantire alle spese sociali tutti i soldi che servono annullando ruberie, privilegi e spese inutili.
PR: E a livello europeo?
FGLa riforma più importante riguarda la Banca Centrale Europea. Da struttura privata che gestisce l’euro per assicurare profitti alle banche, deve trasformarsi in struttura pubblica che governa la moneta in un’ottica di promozione economica e sociale. Che significa essenzialmente due cose. La prima: immettere gratuitamente nel sistema tutta la liquidità necessaria per il buon funzionamento dell’economia. La seconda: fornire ai governi tutta la moneta che serve per raggiungere la piena occupazione e promuovere i servizi fondamentali.
PR: Lei parla anche di “recupero di sovranità monetaria per risolvere i problemi del debito“, sicuro che arrivati a questo punto si possa reggere la fuoriuscita dalla zona Euro?
FG: Il mio orizzonte è quello europeo perché il debito è un problema comune che abbiamo interesse ad affrontare insieme, purché decidiamo che il nostro obiettivo non è la difesa dei creditori, ma dei cittadini. Del resto credo che i nazionalismi giovino solo al potere che spadroneggia meglio quando gli oppressi si considerano parti avverse solo perché appartengono a bandiere diverse. Credo in un progetto di unione europea basato sulla solidarietà e la cooperazione al servizio dei deboli. Per questo mi batto, sempre pronto a raccorciare il tiro se mi rendo conto di essere strumentalizzato da chi vuole solo rafforzare un’Europa al servizio dei forti. Al momento la sovranità monetaria a cui aspiro non è quella del ritorno alla lira, ma di permanenza nell’euro, magari non dei 17, ma dei soli paesi del Mediterraneo come propone il prof. Bruno Amoroso. Penso che il doppio euro potrebbe essere la via giusta per avviare un processo di riequilibro fra paesi forti e paesi deboli d’Europa e permettere ai paesi più indebitati di attuare politiche congiunte di riduzione del debito in sfida aperta col potere finanziario internazionale.
PR: Economisti ortodossi ed esponenti dell’establishment bollano come demagogia, populismo, ideologismo velleitario queste sue opinioni, che secondo loro porterebbero le nostre economie all’isolamento e al disastro. Lei come risponde?
FG: Al disastro ci siamo già e non per responsabilità dei no global, ma degli economisti di stretta fede mercantilista. Accecati dai loro dogmi si stanno rivelando un pericolo per tutti quanti. Ma per me e molti altri, questo sistema è fallito prima ancora che per i suoi intrinseci difetti di funzionamento, per i disastri umani, sociali e ambientali che ha provocato. Per questo, mentre avanziamo proposte per la riduzione immediata del danno, ricerchiamo formule per uscire definitivamente da questo sistema ed entrare in un altro ispirato a stabilità, sostenibilità, piena soddisfazione umana e sociale.
PR: Pensa che la prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento europeo possa essere l’occasione per iniziare a “spezzare le catene del debito“?
FG: Assolutamente sì. Purché si capisca che i nostri nemici non sono gli operai tedeschi ma le banche e chiunque vuole lucrare sul debito pubblico.
PR: Ma con questa classe politica, questi partiti e questi rapporti di forza fra finanza, media e politica vede realistici spiragli di cambiamento?
FGQuesta classe politica fa schifo, ma non è inamovibile. Possiamo mandarla a casa, ma serve uno scatto di partecipazione. Lo stato di apatia, passività, obnubilamento in cui si trova gran parte della cittadinanza è l’aspetto che più mi preoccupa. Ma con l’impegno di chi ha conservato il pensiero critico possiamo dare una scossa non solo rifondando la politica, ma anche trasformandoci ognuno di noi in promotori di controinformazione. Per questo invito tutti ad aderire alla campagna “Debito pubblico decido anch’io”.
Il libro di Francesco Gesualdi: “Le catene del debito. E come possiamo spezzarle
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La Grecia è il primo paese europeo a cadere sotto la dittatura delle banche.


La Grecia è ormai sotto dittatura e il mantenimento di un parlamento senza poteri contro la troika serve solo a nascondere la verità. In cambio dei privilegi concessi loro, i “rappresentanti del popolo” hanno consentito all’elite finanziaria internazionale d’imporre la propria dittatura sulla nazione. 
Il paese ellenico ha seguito passo passo tutte le misure di austerity imposte dalla Troika per “la ripresa” e come perfettamente prevedibile (più tasse = meno consumi, meno produzione, fallimento imprenditori + licenziamenti e – incassi fiscali da parte dello Stato) la sua economia ha finito per collassare definitivamente.  L’elite finanziaria ha vinto e ora sta per depredare i beni pubblici del resto d’Europa (il prossimo Stato a cadere sarà l’Italia) con la stessa ricetta economica “salvifica” del pareggio di bilancio forzoso, tagli alla spesa utile (mantenendo i veri sperperi) e aumenti forsennati delle tasse…
Ecco i “frutti” economici più evidenti dell’austerity applicata in Italia: Gli incassi sull’IVA del 2013 sono calati rispetto al 2012 nonostante l’aumento dell’aliquota.

Le menzogne di economisti, istituti finanziari e giornalisti…

Il tempo

tgcom
 
Milano finanza
 

L’articolo di Euronews sull’irruzione della polizia nella sede occupata della tv pubblica greca:
L’irruzione della polizia negli studi di Atene della ERT (la televisione di Stato) scatena la protesta dei greci. Migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città contro il blitz compiuto all’alba che ha causato scontri e quattro arresti. Le forze dell’ordine sono intervenute per sgomberare la sede della TV pubblica, occupata dallo scorso giugno da dipendenti licenziati.
“Quando è iniziato il raid ero nello studio della radio – racconta Nikos Tsimpidas, ex giornalista della ERT – ero in onda. Gli agenti sono entrati in studio. Erano alle mie spalle, altri invece erano fuori. Uno di loro con il volto coperto è entrato per filmare il tutto il loro capo invece mi ha detto di spegnere il microfono e di smettere di parlare”.
“La mia vita è cambiata – aggiunge Marilena Katsimi, una sua collega – perché ho deciso che dovevo reagire. Perché nessuno può chiudere la televisione pubblica senza aver pianificato alcunché per il giorno successivo”.
L’ordine di sgombero è arrivato dal premier Samaras. Syriza, il partito della sinistra radicale all’opposizione, ha chiesto un voto di sfiducia contro il governo. In Parlamento il dibattito su quanto accaduto durerà tre giorni e si chiuderà venerdì con il voto dell’aula.
Fay Doulgkeri, euronews: “Le forze di polizia hanno circondato il palazzo della ERT all’inizio del raid e hanno chiuso tutte le uscite. Gli ex dipendenti della ERT, il cui numero sta crescendo, sostengono
che non si arrenderanno e chiedono l’aiuto dei dipendenti di ogni settore”.
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Walter Russel