venerdì 27 dicembre 2013

Regalo di Natale di Letta agli italiani: 2,1 miliardi di tasse in più nel 2014


Il Bildeberger Letta ha promesso la fine dell’austerity ma nello stesso ha aumentato le tasse per oltre 2 miliardi di euro su un’economia reale già in agonia. O è un dissociato mentale o è il solito politicante. Di certo, questo “modus tassandi” stritola l’economia e consegna l’Italia all’abbraccio mortale del MES, il trattato firmato durante il governo Monti (un altro Bildeberger) che consente a un istituto sovranazionale di controllare le nazione in cambio di un prestito. Tale potere dispositivo del MES sulla politica economica degli Stati debitori avviene al di fuori di ogni controllo democratico e non è soggetto a nessun tribunale poichè gode dell’immunità giudiziaria (ovvero dell’impunità assoluta). Il vero scopo dell’austerity non è il risanamento dei conti pubblici (l’aumento dell’IVA al 23% ha prodotto meno entrate per il fisco) perchè diminuendo il potere d’acquisto delle famiglie, la produzione agricola e industriale si contrae generando licenziamenti, povertà e scarsi rendimenti per lo stato. Il vero scopo dell’austerity è il fallimento degli stati perchè gli architetti della globalizzazione (l’elite finanziaria internazionale che ha creato il Bildeberg e manovra le sue marionette) vogliono appropriarsi dei loro beni pubblici, gli unici che fino ad ora erano stati esclusi dal mercato e dal controllo privato.  Il popolo farà in tempo ad accorgersene prima che anche l’acqua pubblica finisca all’asta dei poteri forti?  
segue l’articolo di Raffaello Binelli:

Da Palazzo Madama via libera definitivo alla manovra varata dal Governo: i sì sono stati 167, i no 110. Dalle tasse che aumentano al lavoro che non c’è, quello di Letta è il Governo degli impegni non rispettati. Matteoli (Fi): “Letta è come Houdini, prova a illudere gli italiani”. Romani (Fi): “Prende in giro tutti”


L’aula del Senato ha detto sì alla fiducia posta dal Governo sulla legge di Stabilità con 167 voti favorevoli. Sono stati 110 i voti contrari (Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Sinistra Ecologia e Libertà e Lega).
via libera anche al ddl bilancio, con 158 voti favorevoli, un voto contrario e un astenuto. L’opposizione al momento delle votazioni ha lasciato l’assemblea.
Con il sì del Senato in terza lettura, la manovra economica per il 2014 (che comprende il ddl stabilità e il ddl bilancio) diventa legge.
Dopo tante chiacchiere il governo rifila un panettone decisamente amaro agli italiani. Fatto soprattutto di tasse, tagli alla spesa sulla carta e promesse, tante promesse per il futuro (vedi l’abolizione delle province e la nuova spending review). Intanto la seconda rata dell’Imu è scattata e il governo non è riuscito a evitare l’aumento dell’Iva. Ma torniamo alle tasse: aumenteranno di 2,1 miliardi. E’ questo il saldo previsto dalla Legge di Stabilità, tra entrate che vengono aumentate (8,2 miliardi) e quelle che, invece, vengono tagliate (6,1 miliardi). Complessivamente la manovra vale 14,7 miliardi nel 2014, di cui 12,2 miliardi di coperture e circa 2,5 miliardi di interventi a deficit. Il provvedimento determina il prossimo anno un aumento netto delle entrate, quindi del prelievo fiscale e contributivo, pari a 2,1 miliardi nel 2014, a circa 600 milioni nel 2015 e a 1,9 miliardi nel 2016. Le misure sulla casa invece dovrebbero comportare parità di gettito, con un peso equivalente Imu-Tasi pari a oltre 3,7 miliardi. E pensare che il governo era nato per ridurre la pressione fiscale e “non far pagare i soliti noti”.
Quella varata dal Governo e ratificata dal Parlamento appare una manovra sbilanciata: il 67% delle coperture per il 2014 viene da maggiori entrate, per scendere al 59% nel 2015 e nel 2016. Il prelievo fiscale e contributivo aumenta: come dicevamo di 2,1 miliardi nel 2014, di 600 milioni nel 2015 e di 1,9 miliardi nel 2016. A fornire i calcoli definitivi, dopo l’iter parlamentare, è stato il relatore Giorgio Santini (Pd), nel suo intervento in aula a Palazzo Madama. Bontà sua il relatore parla in termini positivi della manovra, dicendo che “indubitabilmente con questa legge di stabilità si avvia in Italia, dopo molti anni, una riduzione della pressione fiscale”. Poi però si fa subito l’esame di coscienza e ammette: “Lo si fa non nella misura che si poteva auspicare e che servirebbe a colmare il grave disagio che vivono le famiglie, le comunità e le imprese”.
“Non so se preso dal clima natalizio, che gli ha dato una spinta all’eccessivo ottimismo, o se diventato per due ore un novello Houdini, Letta oggi ha provato a illudere gli italiani. Ha dipinto il 2014 come l’anno della ripresa, della crescita, dei posti di lavoro, delle riforme, della diminuzione delle tasse, della ritrovata concordia nazionale”. Lo dichiaraAltero Matteoli (Fi-Pdl). “Molte di queste mirabolanti realizzazioni -aggiunge- si dovrebbero attuare addirittura tra gennaio e febbraio, durante i quali si discuterà di legge elettorale, di riforme costituzionali, di Bossi-Fini, del mercato del lavoro, di delega fiscale e chi ne ha più ne metta. Auguri Presidente! Purtroppo per gli italiani – conclude il senatore – la realtà è ben diversa. Se poi il governo, anche a gennaio proseguirà con l’improntitudine che ha caratterizzato l’approvazione della Legge di Stabilità, del decreto salva Roma, solo per fare due esempi significativi, la sua fine è scontata”.
“Il disegno di legge di stabilità – dichiara il presidente dei senatori di Forza Italia, Paolo Romani – è il provvedimento che per primo ci ha convinti a non concedere la fiducia al governo e che conferma tutte le buone ragioni che avevamo per lasciare questa maggioranza: nessuna strategia, nessuna scelta di sviluppo, nessun coraggio. Soldi distribuiti a pioggia agli amici e agli amici degli amici, come una qualsiasi legge finanziaria della prima Repubblica. Si tratta -continua- di un disegno di legge che prende in giro gli italiani su punti fondamentali, come la riduzione del cuneo fiscale. Sapete, signori ministri, quanto rimarrà per il taglio del cuneo fiscale? Non credo, ho l’impressione che non lo sappiate. Una legge che prende in giro gli italiani sulle tasse della casa: avete sostituito l’Imu con altre imposte non meno gravose, ma ancora più confuse, così da aggravare l’incertezza e la paura di chi ha investito nella casa i risparmi di una vita”.
Fonte: Il Giornale

domenica 22 dicembre 2013

Bruxelles completamente paralizzata: contadini e artigiani contro l’UE VIDEO


di
Daniele Di Luciano
Bruxelles completamente paralizzata: contadini e artigiani contro l’UE VIDEO

BRUXELLES COMPLETAMENTE PARALIZZATA DALLA RIVOLTA DI CONTADINI E ARTIGIANI CONTRO L’UNIONE EUROPEA!
BRUXELLES – Mentre va in scena il summit europeo, fuori dai palazzi di potere entrano nel vivo le proteste anti austerity dei “Forconi d’Europa”. Centinaia di manifestanti hanno bloccato il traffico con barricate di legname, anche incendiate, per le arterie principali di Bruxelles nei pressi del palazzo dove ha sede l’Unione Europea.
A guidare le proteste sono contadini e artigiani. Fin dalle prime ore del mattino trattori e cumuli di fieno occupano la strada principale che porta alla sede UE di Bruxelles. Ad essere prese di mira da cori, cartelli e dichiarazioni sono le autorità europee, colpevoli di aver creato un’Europa iniqua, senza lavoro.
Tronchi di albero in fiamme non hanno impedito però ai leader degli Stati membri europei di arrivare a destinazione e partecipare alla riunione giornaliera, ma manifestanti e sindacati della CNE stanno facendo sentire la loro voce.
Il leader dei sindacati Bruno Dujardin ha spiegato ai giornalisti che quello che cercano è una “Europa per la gente, che rispetti i lavoratori e permetta a tutti i dipendenti europei di avere condizioni di lavoro decenti”.  (WSI-Reuters)
Tratto da: Fonte
Qualche giorno prima erano scesi in strada i vigili del fuoco. Ecco il video.

La scienza è in mano ad una casta… La notizia più ignorata del momento



di Enzo Pennetta 

Le principali riviste scientifiche distorcono il processo scientifico e rappresentano una «tirannia» che va spezzata.

Questo il giudizio del premio Nobel per la medicina 2013. 

La denuncia è grave, a maggior ragione perché è la cosa che ha pensato di dire Randy Schekman al Guardian il giorno stesso in cui ha ricevuto il premio Nobel e quindi non solo nel momento più importante per la carriera di un ricercatore, ma anche nel momento di massima visibilità. Ma non basta, la dichiarazione di Schekman era stata preceduta di un paio di giorni da quella di un altro autorevolissimo scienziato, Peter Higgs, notissimo teorizzatore del bosone di Higgs, che sempre al Gurdian aveva denunciato il sistema delle pubblicazioni scientifiche.

Ma se la dichiarazione di Schekman è clamorosa, altrettanto clamoroso è il silenzio con il quale è stata inghiottita dalle testate che si occupano di divulgazione scientifica, alcuni quotidiani le hanno almeno dedicato il “minimo sindacale” come Il Corriere della Sera “Schekman: «Le principali riviste scientifiche danneggiano la scienza»” (poco più che un trafiletto) e l’Unità “Il Nobel Shekman: “Boicottiamo Science e Nature”, altri hanno però vistosamente dimenticato di pubblicarla. Ma ancor più vistosa è la “dimenticanza” da parte di soggetti che fanno della divulgazione scientifica il loro argomento centrale, non una parola sull’autorevole denuncia da parte delle solite testate come Le Scienze, Oggiscienza, Query, Pikaia e perfino Focus e Ocasapiens, in genere così attente a difendere la buona scienza scegliendosi però bersagli comodi e banali come i creazionisti della Terra giovane o qualche stravagante di turno.

E allora per vedere commentato in modo decente quanto detto da Schekman dobbiamo andare su Wired, un periodico che si occupa in genere di scienza tenendo conto delle sue implicazioni più ampie, per leggere un articolo intitolato “Il Nobel che vuole boicottare le riviste scientifiche“, che inizia con le seguenti parole:

La scienza è a rischio: non è più affidabile perché in mano a una casta chiusa e tutt’altro che indipendente…

Le principali riviste scientifiche internazionali – Nature, Cell e Science – sono paragonate a tiranni: pubblicano in base all’appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione.

L’accusa di “tirannia” lanciata da un neo premio Nobel dovrebbe in ogni caso meritare la massima attenzione, ma così come si usa fare per i critici di minore visibilità la tecnica è la stessa: ignorare per non dare visibilità alle idee. Ma Schekman aggiunge dell’altro, qualcosa che da sempre andiamo sostenendo:

Queste riviste, dice lo studioso, sono capaci di cambiare il destino di un ricercatore e di una ricerca, influenzando le scelte di governi e istituzioni.

Ma il suo laboratorio (all’università di Berkeley in California) le boicotterà – ha detto al Guardian –, evitando di inviare alcun genere di ricerca.

Sfruttano il loro prestigio, distorcono i processi scientifici e rappresentano una tirannia che deve essere spezzata, per il bene della scienza. Almeno così la pensa il Nobel.


La scienza con le sue dichiarazioni è un’autorità tale da influenzare le scelte di governi e istituzioni, e se è manipolabile da parte di chi detiene il comando delle principali testate scientifiche è automaticamente vero che le affermazioni su temi sensibili possono essere orientate in base alle convenienze dei governi stessi o delle istituzioni. Le dichiarazioni di Schekman supportano dunque indirettamente che su temi come il Global warming, la pandemia H1N1, l’eugenetica e tutte le implicazioni della visione malthusiana dell’evoluzione, la possibilità di orientare gli studi in un senso “conveniente” è reale. L’episodio della dichiarazione di Schekman mostra che però neanche per un Nobel per la medicina è facile denunciare i problemi della scienza, figurarsi per soggetti enormemente meno visibili. La denuncia di Schekman rappresenta però un incentivo ad andare avanti per tutti coloro che ritengono la scienza una realtà preziosa che deve essere difesa dalle strumentalizzazioni e da qualsiasi tentativo di piegarne i risultati a vantaggio di interessi particolari.

Fonte: 
Vedi: 

sabato 14 dicembre 2013

ANCHE LA ROMANIA SI RIBELLA ALL’UNIONE EUROPEA! NO ALL’AUMENTO DELLE TASSE CHE VORREBBERO UE-FMI


di
Max Parisi
Bucarest – E’ in atto uno scontro con il Fondo Monetario Internazionale: il governo dice no all’aumento delle tasse (accise) sulla benzina.  Il presidente Basescu si oppone all’accordo tra il governo e il Fondo, che insieme all’Ue ha chiesto un piano di austerity per liberare un prestito da 4 miliardi. Un altro Paese, dopo l’Islanda, va al muro contro muro con l’FMI, ma per conseguenza contro la Bce e l’Unione Europea. Una situazione che ricorda quella da poco vista in Islanda, dove un altro governo di simile orientamento ha scatenato l’ira internazionale (di UE, Bce e Fmi) decidendo di rimborsare alcune rate di mutui a discapito dell’austerity. Insomma, si allarga il fronte dei (piccoli) Paesi riottosi che antepongono le esigenze di vita dei loro cittadini alla disciplina “nazista” dei conti pubblici imposta all’Europa dalla Germania.
E chi pensasse sia ingenerosa l’accusa di “nazismo”, è bene legga quanto segue:
Campare con 485 euro al mese? Chiunque direbbe che è al limite dell’impossibile, specie se si hanno affitto e bollette da pagare.  E invece per i tecnici di Commissione europea, Bce e Fmi – che probabilmente non hanno idea del costo della vita – è fin troppo, specialmente se viene percepito dai più giovani. 
La cosiddetta Troika, che è in Portogallo per una nuova ispezione, vorrebbe partire contestando il salario minimo che equivale – appunto – ad appena 485 euro al mese. Secondo le anticipazioni di stampa i tecnici faranno leva su una riduzione delle buste paga per cercare di ridurre la disoccupazione, salita al 15,6%.  E da quando il Parlamento ha varato il nuovo piano di austerity, il Paese è in preda a proteste e scioperi e le decisioni della Troika ormai sono contestate da tutti. “Non è diminuendo i salari che si farà ripartire l’economia”, ha affermato Antonio Saravia, presidente dell’equivalente portoghese di Confindustria. “Una politica di salari bassi è inaccettabile”, tuonano i sindacati. Insorge persino il ministro delle Finanze, Maria Luis de Albuquerque, secondo cui i salari in Portogallo sono già calati a sufficienza nel settore privato: “Su questo punto abbiamo una divergenza di vedute con il Fondo monetario internazionale”, ha detto. (tratto da un articolo de il Giornale del 4.12.13)
Ecco, come stanno le cose. 

ANCHE LA ROMANIA SI RIBELLA ALL'UNIONE EUROPEA! NO ALL'AUMENTO DELLE TASSE CHE VORREBBERO UE-FMI
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venerdì 22 novembre 2013

Grecia. Carcere per coloro che non sono d’accordo con le normative UE!


Carcere per chi resiste, si oppone, o semplicemente non è d’accordo sulla politica estera … UE
Il governo greco ha approvato un emendamento in base al quale ogni persona che si opponga o esprima disaccordo con la politica estera dell’Unione Europea sarà punito con una pena detentiva fino a due anni.
Articolo 458 A: “Violazioni alla normativa UE”
Nel corso dell’assemblea, i membri di Nuova Democrazia e il PASOK hanno adottato un articolo (458 A) che stipula che ogni persona che si opponga alla politica estera della Comunità europea o di un paese che ne faccia parte, è punibile con la reclusione fino a due anni. 
Non credo che un altro articolo della costituzione greca ne abbia tradito lo spirito come questa iniquità!
Διαφωνείς με την ΕΕ; Φυλακή!
 Δελαστίκ /diGeorge Delastik
traduzione di Giuditta (tuttouno.blogspot)
L’altro giorno i membri di Nuova Democrazia e il PASOK hanno votato un vergognoso emendamento, la fine delle proteste contro l’”Euro Dolo”: chiunque sia in disaccordo con la politica estera della UE sarà sbattuto in galera!
No, questo non è uno scherzo di cattivo gusto!
Da Giovedi 24 ottobre, nel codice penale alla Grecia  è stato aggiunto l’articolo 458A intitolato “Violazioni alla normativa UE” in base al quale è punito con la reclusione fino a due anni chi critica le sanzioni contro i paesi, le organizzazioni o le persone della UE …!
Incredibile, oltraggioso, ma purtroppo del tutto vero.
La feroce reazione del parlamentare del KKE, che ha evidenziato l’atteggiamento vergognoso del governo, attraverso gli altri radicali, che hanno reagito al dibattito su questa modifica ripugnante, che rende più ampiamente visibile, i “re nudi”, Samaras e Venizelos.
La Nuova Democrazia e il Pasok non hanno  impedito di votare a favore del nuovo governo “germanofilo”  in parlamento. Ma hanno costretto il governo ad abbandonare altri emendamenti, al fine di nascondere il tentativo di sterminio, con la reclusione, di qualsiasi greco che osi resistere alle decisioni dell’UE nei confronti dei paesi o organizzazioni che seguono la linea del Quarto Reich tedesco ed i vassalli della UE!
Syriza e indipendenti erano contro l’emendamento del governo e hanno votato contro.
E’ davvero spregevole l’atteggiamento di Samaras e di Venizelos. E ‘ovvio che questo articolo del codice penale dovrebbe essere abrogata immediatamente dal prossimo governo della Grecia, anche se naturalmente dovrà essere un governo non germanofilo come l’attuale governo PASOK-ND (ΝΔ-ΠΑΣΟΚ).
L’emendamento originale presentato dalle due parti (oltre a cercare di confondere le acque, compreso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per coprire il fine dell’annientamento degli oppositori del loro interesse comunitario) è stato il seguente:
“Ogni persona che violi intenzionalmente sanzioni o misure restrittive nei confronti degli Stati o enti, organismi o persone fisiche o giuridiche con le decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o di regolamenti comunitari, è punito con la reclusione per almeno sei mesi, salvo altra disposizione e contenuta pena più grave. Le disposizioni del comma precedente si applicano quando tali atti non sono punibili secondo le leggi del paese in cui perpetrato “!
Alla fine hanno rimosso completamente la menzione dell’ONU e hanno cambiato il minimo di sei mesi di reclusione con un massimo di due anni di reclusione e spietatamente hanno votato.
[ ... ]
Non si dovrà, in nessun caso, applicare la legge di Samaras e Venizelos!
Il portavoce del Partito Comunista, Thanassis Pafilis, ha detto in Parlamento:
“L’insubordinazione e la disobbedienza sono un imperativo. E ‘dovere di ogni uomo che vuole il progresso della società e non può essere subordinato alla logica di entrare nello stampo di una certa umanità, é dovere dell’intera Europa di opporsi all’applicazione dell’articolo votato dal PASOK-ND”
Fonti:
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BANCOCRAZIA: DALLA REPUBBLICA DI VENEZIA A MARIO DRAGHI E GOLDMAN SACHS


DI
ERIC TOUSSAINT
Cadtm








Dal dodicesimo secolo fino all’inizio del quattordicesimo secolo, l’Ordine dei Templari, presente in gran parte d’Europa, diventò il banchiere dei potenti. Contribuì a finanziare varie crociate. All’inizio del quattordicesimo secolo, era diventato il principale creditore del re di Francia Filippo il Bello. Di fronte al debito che gravava sulle sue risorse, Filippo il Bello si liberò dei suoi creditori e del suo debito, demonizzando l’Ordine dei Templari accusandolo di molteplici crimini (2). L’Ordine fu proibito, i suoi capi giustiziati e i suoi beni confiscati. All’Ordine dei Templari mancava uno stato e un territorio per affrontare il re di Francia. Il suo esercito, (15000 uomini di cui 1500 cavalieri), il suo patrimonio e i suoi crediti con i dirigenti non lo protessero dalla potenza di uno stato deciso ad eliminare i suoi creditori.
Nella stessa epoca (XV e XVI secolo), i banchieri veneziano finanziavano anche loro le crociate e prestavano soldi ai potenti d’Europa, però si mossero molto più abilmente rispetto all’Ordine dei Templari. A Venezia, si appropriarono della testa dello Stato, dandogli forma di una repubblica. Finanziarono la trasformazione di Venezia, città-stato, in un vero impero che comprendeva Cipro, Eubea (Negroponte) e Creta. Adottarono una strategia inarrestabile per arricchirsi in maniera duratura e assicurare il rimborso dei loro crediti: furono loro a decidere di far indebitare lo stato veneziano con le banche che possedevano. I termini dei contratti di prestito furono definiti da loro stessi dato che erano allo stesso tempo proprietari delle banche e dirigenti dello Stato.
Mentre Filippo il Bello aveva interesse a liberarsi fisicamente dei suoi creditori per liberarsi dal peso del debito, lo stato veneziano pagava fino all’ultima moneta il debito ai banchieri. Questi ultimi ebbero d’altro canto, l’idea di creare dei titoli del debito pubblico che potevano circolare da una banca all’altra. I mercati finanziari cominciavano a nascere. (3) Questo tipo di prestito è il precursore della forma principale di indebitamento degli stati così come si conosce nel XXI secolo.
Sette secoli dopo dello schiacciamento dell’Ordine dei Templari da parte di Filippo il Bello, oggi i banchieri d’Europa, come i loro predecessori genovesi e veneziani, non devono essere inquieti verso i governi attuali.
Gli stati nazionali e il protostato che è l’Unione Europea di oggi sono forse più complessi e sofisticati che le repubbliche di Venezia (o di Genova) dei secoli dal XIII al XVI, però sono con la stessa crudeltà, gli organi che esercitano il potere della classe dominante, l’1% opposto al 99%. Mario Draghi, vecchio rappresentante della Goldman Sachs in Europa, dirige la Banca Centrale Europea. I banchieri privati hanno collocato i propri rappresentanti o i propri alleati nei posti chiave dei governi e delle amministrazioni. I membri della Commissione Europea sono molto attenti a difendere gli interessi della finanza privata, e il lavoro di lobby che le banche esercitano su parlamentari, regolatori e magistrati europei è di un’efficacia temibile.
Che un gruppo di grandi banche capitaliste occupi il primo piano in questi ultimi anni, non deve nascondere il ruolo delle grandi imprese private dell’industria e del commercio, che usano e abusano della loro vicinanza alle strutture dello stato in una maniera abile come quella dei banchieri. L’interconnessione inestricabile tra stati, governi, banche, imprese industriali e commerciali e i grandi gruppi privati di comunicazione costituiscono da un lato una delle caratteristiche del capitalismo, tanto adesso come nelle epoche precedenti.
Effettivamente, dalla vittoria del capitalismo come modo di produzione e come formazione sociale dominante, il potere è esercitato dai rappresentanti dei grandi gruppi privati e dai loro alleati. Dal punto di vista storico, il New Deal cominciato dal presidente Roosevelt nel 1933 e i 30 anni successivi alla seconda guerra mondiale, sembrano una parentesi durante la quale la classe dominante dovette fare delle concessioni, ovviamente limitate però reali, alle classi popolari. I grandi padroni dovettero nascondere un po’ il loro potere sullo stato. Con il neoliberismo iniziato alla fine degli anni ’70, abbandonarono la discrezione. Gli anni ’80 mettono in risalto una classe dominante completamente disinibita che assume e proclama con cinismo la via per la vittoria e lo sfruttamento generalizzato dei popoli e della natura. La frase, tristemente celebre di Margaret Thatcher, “There is no alternative” definisce ancora oggi il panorama politico, economico e sociale, attraverso gli attacchi violenti ai diritti e alle conquiste sociali. Mario Draghi, Angela Merkel, Silvio Berlusconi (gran patron italiano), José Manuel Barroso appaiono come figura emblematiche per la prosecuzione del progetto thatcheriano. La complicità attiva dei governi socialisti (da Schroeder a Hollande, passando per Tony Blair, Gordon Brown, Papandreu, Zapatero, Socrates, Letta, Di Rupo e molti altri) mostra fino a che punto si sono inseriti nella logica capitalista, fino a che punto formano parte del sistema così come Barack Obama dall’altra parte dell’Atlantico. Come affermava il multi milionario americano Warren Buffet, “è una guerra di classe, ed è la mia che sta vincendo”.
Il sistema del debito pubblico così come funziona nel capitalismo costituisce un meccanismo di trasferimento di ricchezza prodotta dal popolo verso la classe capitalista. Questo meccanismo si è rinforzato con la crisi iniziata nel 2007-2008, poiché le perdite e i debiti delle banche sono stati trasformati in debito pubblico. A grande scala, i governi hanno socializzato le perdite delle banche in modo da permettergli di continuare a fare beneficienza tra i proprietari capitalisti.
I governi sono direttamente in combutta con le grandi banche e mettono al loro servizio i poteri e le casse pubbliche. C’è un viavai permanente tra le grandi banche e i governanti. Il numero dei ministri delle finanze e dell’economia, o di primi ministri, che arrivano direttamente dalle grandi banche o che si dirigono verso di esse quando abbandonano il governo, non smette di aumentare dal 2008. Il ruolo delle banche è troppo importante per essere lasciato al settore privato, è necessario socializzare il settore bancario e collocarlo sotto il controllo pubblico ( degli stipendiati dalle banche, dei clienti, delle associazioni e dei rappresentanti del governo locale), dunque deve essere sottomesso alle regole di un servizio pubblico (4), e i guadagni che le sue attività generano devono essere usate per il bene comune.
Il debito pubblico contratto per salvare le banche è in definitiva illegittima e deve essere ripudiata. Un’assemblea deve determinare gli altri debiti illegittimi e/o illegali e permettere una mobilitazione in modo che un’alternativa anticapitalista possa prendere forma.
La socializzazione delle banche e l’annullamento/ripudio dei debiti illegittimi devono essere scritti in un programma più ampio (5).
Come durante la repubblica di Venezia, oggi nell’Unione Europea e nella maggior parte dei paesi più industrializzati del pianeta, lo stato è in osmosi con la grande banca privata e paga senza protestare ,il debito pubblico. Il non pagamento del debito pubblico illegittimo, la socializzazione delle banche così come altri misure vitali saranno il risultato dell’irruzione del popolo come attore nella sua propria storia. Si tratta di mettere in piedi un governo così fedele agli oppressi come i governi della Merkel e di Hollande lo sono alle grandi imprese private. Un tale governo del popolo dovrà fare delle incursioni nella sacrosanta grande proprietà privata per sviluppare i beni comuni sempre rispettando la natura e i suoi limiti. Questo governo dovrà anche realizzare una rottura radicale con lo stato capitalista e sradicare tutte le forme di oppressione. Un’autentica rivoluzione è necessaria.
Éric Toussaint
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=176502
Traduzione dallo spagnolo per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO VITALE
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Justin Hall-Tipping: Svincolare l'energia dalla rete


Justin Hall-Tipping: Svincolare l'energia dalla rete




Cosa accadrebbe se potessimo generare energia dai vetri delle finestre? In questa avvincente presentazione, l'imprenditore Justin Hall-Tipping mostra i materiali che potrebbero renderlo possibile, e come il riconsiderare la nostra nozione di 'normale' possa aprirci degli scenari straordinari.

Tradotto in italiano da Daniele Buratti
Revisione di Ana María Pérez

lunedì 18 novembre 2013

C'è qualcosa di nuovo, oggi nell'aria

Il Giornale OnlineC’è qualcosa di nuovo, oggi nell’aria, anzi d’antico, per parafrasare una vecchia poesia del Pascoli

Nuovo perché mai sentito prima – ma mi posso sbagliare – in questi termini e in questa sede; d’antico, perché evocante una saggezza naturale, un equilibrio interiore esistenti in fasi meno convulse della storia umana e che, nel corso del tempo, si sono diluiti fino a venir dimenticati.

di Piero Cammerinesi (corrispondente dagli USA di Coscienzeinrete Magazine e Altrainformazione)


Mi riferisco allo straordinario – nel significato letterale del termine dal latino extra-ordinarius, cioè fuori dall’ordine – intervento di oggi alla Camera dell’Onorevole Emanuela Corda, del M5S.


La Corda esordisce con un concetto davvero insolito per l’agone politico in cui tutto è partigiano, intendo di parte, giusto-sbagliato, buono-cattivo, noi-gli altri: “La strage di Nassirya non fu uno scontro tra buoni e cattivi”. 

Già questo significa sottrarsi alla prospettiva squisitamente terrestre in cui vi è chi attua il male e chi lo subisce - il cattivo e il buono - per entrare in una prospettiva spirituale, in cui l’assassino e la sua vittima, colui che offende e l’offeso, sono uniti da un intimo vincolo di destino. Nel rievocare la strage dei 19 italiani – 17 militari e 2 civili – e dei 9 iracheni caduti, ma di cui si parla ben poco – afferma la Corda – “nessuno però ricorda il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento la strage e quando si parla di lui lo si dipinge solo come un assassino e non come una vittima, perché anche egli fu vittima oltre che carnefice”.

Chi conosce la realtà spirituale che sottende la storia esteriore sa benissimo che queste sono parole di assoluta verità, per quanto possano risultare incomprensibili – o anche offensive, come in effetti è risultato dai successivi interventi – a chi si limita a vedere le cose solo da una prospettiva esteriore materialistica.
Il Giornale OnlineLa tradizione spirituale – sia orientale che occidentale – indica con estrema chiarezza che colui che fa il male, che uccide, che si macchia di crimini anche orrendi, in qualche modo, caricandosi di questo male, si accolla un destino molto pesante. Ma dato che come esseri umani, come umanità nel suo insieme, noi tutti condividiamo un unico destino, allora quell’essere – per quanto questa verità possa essere di difficile ‘digestione’ – in qualche modo si è sacrificato per noi, caricandosi degli effetti di tutto il male che ciascuno di noi nei suoi pensieri, nelle sue azioni, quotidianamente immette nella Terra.

Questa ‘innocenza’ del malvagio – ricordate il “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” del Cristo sulla Croce? – deriva dal suo non-sapere, dalla sua mancanza di coscienza. Che, da un punto di vista umano, esteriore, si riflette nelle parole del deputato grillino secondo cui l’attentatore è stato accecato da “una ideologia criminale che lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico e lo aveva mandato a morire”. Dunque incoscienza, come mancanza di coscienza, l’avidya dei buddhisti, il sonno della ragione che genera mostri. 

E ancora: “Non è escluso che come tanti kamikaze, quel giovane fosse spinto dalla fame, dalla speranza che quel suo sacrificio avrebbe fatto vivere meglio i suoi familiari che spesso vengono risarciti per il sacrificio del loro caro”. Se il kamikaze ha così agito è dunque perché nel male egli vedeva un bene anche se distorto, anche se ribaltato; questo richiama alla assoluta necessità per gli uomini del nostro tempo di comprendere l’altro, l’amico come il nemico, attuando l’unico fondamentale comandamento cristiano.
Il Giornale OnlineMa il guardare alla realtà da una prospettiva spirituale – lo sappiamo bene - deve accompagnarsi anche a una puntuale analisi della realtà politica e sociale, che va compresa e modificata proprio a partire da una visione più ampia del mondo. Ed ecco che, dunque, nelle parole di questo eccezionale intervento, carnefici e vittime “furono vittime non solo dell’ideologia terroristica, ma anche della politica occidentale, vittime dei nostri governi che spedirono e continuano a spedire i nostri ragazzi sui fronti di guerra, raccontandogli che è eroico occupare il territorio di altri popoli col pretesto che si sta portando la pace quando invece si fomentano talvolta ideologie terroristiche”.

Lo smascheramento necessario dell’ossimoro della “guerra umanitaria” e delle “missioni di pace” per “esportare democrazia” o fare la “guerra al terrorismo”. Scandalose operazioni di appiattimento e di manipolazione delle menti che ha raggiunto negli ultimi anni livelli impensabili e che stanno producendo effetti nefasti, dove a pagare sono sempre i deboli e gli indifesi. Gli ultimi. Il mito dello “scontro di civiltà”, artatamente concepito ed imposto all’opinione pubblica occidentale, utile solo a permettere alle corporation delle armi di dedicare all’acquisto di armamenti cifre che potrebbero eliminare diverse volte povertà, fame e disuguaglianze sociali.
Il Giornale OnlineQuesti effetti disastrosi che tutti stiamo vivendo sulla nostra pelle, anche nelle conseguenze di crisi economiche pianificate e alimentate dalle élite, nascono da quello spirito della menzogna che più volte Rudolf Steiner evocò negli anni della prima guerra mondiale; uno spirito che, se non contrastato dalla crescente consapevolezza degli uomini, avrebbe prodotto un secondo conflitto mondiale, una opposizione Est-Ovest e, infine, la guerra di tutti contro tutti. Esempi clamorosi di tale spirito di menzogna sono facilmente rintracciabili negli inganni impuniti che governanti corrotti e criminali hanno imposto ai popoli, a partire dalla pagliacciata delle famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, che è costata la vita a migliaia di giovani americani e a oltre un milione e mezzo di iracheni.

“Vorremmo ricordare – prosegue la deputata - la provetta agitata da Colin Powell al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che dovevano dimostrare al mondo l’esistenza di armi di distruzioni di massa, armi che in verità non vennero mai trovate. Lo stesso Powell ha detto di essere stato raggirato da quella colossale truffa che portò all’occupazione dell’Iraq. L’esistenza di quella truffa non è servita di lezione ai governi europei, che hanno continuato a credere alle balle organizzate a tavolini per scatenare nuovi e atroci conflitti”.

“Per questo gridiamo con tutta la nostra forza mai più Nassiriya – conclude la Corda – mai più guerre di occupazione”.

Un grido cui ci associamo con entusiasmo, sperando che diventi virale, che contagi un numero sempre maggiore di persone. 

Fonte: 

PIER LUIGI IGHINA: L'uomo delle nuvole



 







venerdì 8 novembre 2013

Le catene del debito – intervista a Francesco Gesualdi -


Francesco Gesualdi

“In nome del debito vengono distrutti i nostri diritti. Ma davvero non abbiamo altra scelta che pagare impoverendoci? La soluzione è cominciare a occuparci tutti di debito pubblico. Esigere di aprire un grande dibattito su cause, soluzioni, prospettive. Con occhi nuovi. Con il coraggio di rimettere tutto in discussione, a partire dalla legittimità del debito”. Così pensa Francesco Gesualdi, attivista e saggista, promotore di campagne su beni comuni, consumo critico, sviluppo sostenibile, fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo e insieme ad Alex Zanotelli dellaRete Lilliput. Negli ultimi anni ha incentrato la sua attività sulla questione del debito, cui ha dedicato il recente saggio “Le catene del debito – e come possiamo spezzarle” (Feltrinelli).” Piero Ricca
Piero Ricca: Francesco Gesualdi, governi nazionali, istituzioni europee e media mainstream ci dicono che non c’è alternativa all’austerità. Secondo lei?
Francesco Gesualdi: Già l’obbligo di mantenere il deficit al di sotto del 3% del Pil ci ha sottoposto a continui aumenti di tasse e tagli alle spese con gravi ripercussioni sociali. I numeri confermano un tasso di disoccupazione reale al 24% mentre il rischio povertà coinvolge una persona su tre. Ma col fiscal compact sarà la catastrofe perchè tasse e tagli dovranno crescere fino ad ottenere il pareggio di bilancio. Per di più il debito andrà dimezzato nel giro di 20 anni. Un salasso mortale che porterà al collasso socio-economico e alla totale demolizione della nostra casa comune. Con somma soddisfazione del capitale internazionale e delle multinazionali dei servizi, che finalmente potranno comprarsi le proprietà pubbliche a prezzi stracciati e potranno mettere definitivamente le mani su servizi appetitosi come l’acqua, i rifiuti, la sanità, la scuola.
PR: Per individuare un’alternativa, lei sostiene che il passo preliminare è un’analisi demistificatoria del debito. Che cosa intende?
FG: Dobbiamo mettere a fuoco che non ci siamo indebitati perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ma per i tassi di interesse che dal 1980 ci sono costati 2.230 miliardi di euro, per i privilegi fiscali che abbiamo accordato alle classi più ricche, per l’evasione che ammonta a 180 miliardi l’anno, per la corruzione che ci costa ogni anno 50 miliardi, per le spese inutili e dannose come l’alta velocità e l’acquisto degli F35. Perciò il primo passo da compiere è una grande indagine popolare per capire quale parte di debito è doveroso pagare perché creato a vantaggio del popolo e quale parte è nostro diritto ripudiare perché creato per arricchire banche, imprenditori d’assalto e politici assetati di potere. L’indagine non può essere affidata alla classe politica che ha prodotto il disastro. Può solo essere svolta dai cittadini organizzati in gruppi di lavoro. Esperienze in tal senso sono già in atto in Francia, Spagna, Belgio ed anche in Italia. A Parma un gruppo di cittadini ha ricostruito la genesi dei 900 milioni di debito che pesa sulla città. Chi volesse avviare un’esperienza analoga nel proprio territorio invii un messaggio acoord@cnms.it.
PR: Il dibattito sul debito, secondo lei, dovrebbe dunque uscire dalle stanze degli economisti. Ma davvero è possibile farsi un’opinione e proporre soluzioni su temi così complessi senza una cultura specialistica?
FG: Al di là dei linguaggi oscuri e dei tecnicismi che ci intimidiscono, i nodi politici del debito sono riconducibili a poche domande chiave. Dobbiamo tenere in maggiore considerazione l’interesse dei creditori o i diritti di tutti? Se uno stato è in difficoltà debbono pagare solo i cittadini o anche i creditori? La moneta deve essere gestita dal sistema bancario per il proprio arricchimento, o dai governi per il perseguimento della piena occupazione e altri obiettivi sociali? Non siamo deficienti: a queste domande, tutti dobbiamo e possiamo rispondere. L’avessimo fatto prima, invece di delegarle a economisti e politici, non ci troveremmo al punto in cui siamo. Avremmo evitato il disastro economico e salvato la democrazia.
PR: Vediamo in sintesi le possibili strategie alternative che lei propone. Quali sono le linee essenziali?
FG: Uno dei problemi del debito pubblico è che i creditori non sono gentiluomini che si accontentano del tasso di interesse pattuito. Agiscono attraverso la speculazione per strappare rese sempre più alte. Un vero gesto di pirateria dalla quale dobbiamo difenderci mettendo al bando la speculazione. Finalmente liberi dallo spread, dovremmo concentrarci sul capitale per mettere a punto un piano di abbattimento che non si basi sulle privatizzazioni, ma sull’annullamento del debito. Con due strategie. La prima: il ripudio del debito odioso accumulato per arricchire profittatori e banditi. La seconda: la ristrutturazione, che significa riduzione concordata del capitale da restituire, come ha già fatto la Grecia su consiglio della stessa Troika. Dunque non un’umiliazione di cui vergognarsi, ma una scelta di cui andare fieri di chi pone l’interesse comune al primo posto.
PR: Quali sono le principali misure d’emergenza a livello nazionale?
FGLa prima emergenza è ridurre gli interessi ricordandoci che sono una forma di redistribuzione alla rovescia: prendono a tutti per dare ai più ricchi. Le vie sono l’autoriduzione dei tassi di interesse e la lotta alla speculazione.
PR: Ma in concreto com’è possibile condurre questa lotta?
FG: Il problema non è tecnico, ma politico. Bisogna semplicemente avere il coraggio di dire che sui titoli del debito pubblico certe operazioni non sono possibili. Ossia sono proibite. Sui titoli di stato bisogna proibire tutte quelle operazioni che gli investitori compiono per arricchirsi sulle variazioni di prezzo, ma che hanno come effetto secondario l’aumento dei tassi di interesse. Più in particolare mi riferisco ai CDS (Credit Default Swap) che sono scommesse di tipo assicurativo, ai futures che sono vendite future di titoli che non si posseggono, alle vendite allo scoperto che consistono nella vendita di titoli avuti in prestito. Alchimie partorite da menti depravate, studiate per permettere agli speculatori di spillarsi soldi reciprocamente, come fanno i giocatori di carte. Ma se tutto questo deve compromettere il bene di un’intera nazione, allora a essere malati non sono solo loro, ma anche i politici che lo permettono.
PR: Quali riforme strutturali ritiene necessarie?
FG: Le principali sono la riforma fiscale per garantire allo stato entrate adeguate tassando i più ricchi e la riqualificazione della spesa per garantire alle spese sociali tutti i soldi che servono annullando ruberie, privilegi e spese inutili.
PR: E a livello europeo?
FGLa riforma più importante riguarda la Banca Centrale Europea. Da struttura privata che gestisce l’euro per assicurare profitti alle banche, deve trasformarsi in struttura pubblica che governa la moneta in un’ottica di promozione economica e sociale. Che significa essenzialmente due cose. La prima: immettere gratuitamente nel sistema tutta la liquidità necessaria per il buon funzionamento dell’economia. La seconda: fornire ai governi tutta la moneta che serve per raggiungere la piena occupazione e promuovere i servizi fondamentali.
PR: Lei parla anche di “recupero di sovranità monetaria per risolvere i problemi del debito“, sicuro che arrivati a questo punto si possa reggere la fuoriuscita dalla zona Euro?
FG: Il mio orizzonte è quello europeo perché il debito è un problema comune che abbiamo interesse ad affrontare insieme, purché decidiamo che il nostro obiettivo non è la difesa dei creditori, ma dei cittadini. Del resto credo che i nazionalismi giovino solo al potere che spadroneggia meglio quando gli oppressi si considerano parti avverse solo perché appartengono a bandiere diverse. Credo in un progetto di unione europea basato sulla solidarietà e la cooperazione al servizio dei deboli. Per questo mi batto, sempre pronto a raccorciare il tiro se mi rendo conto di essere strumentalizzato da chi vuole solo rafforzare un’Europa al servizio dei forti. Al momento la sovranità monetaria a cui aspiro non è quella del ritorno alla lira, ma di permanenza nell’euro, magari non dei 17, ma dei soli paesi del Mediterraneo come propone il prof. Bruno Amoroso. Penso che il doppio euro potrebbe essere la via giusta per avviare un processo di riequilibro fra paesi forti e paesi deboli d’Europa e permettere ai paesi più indebitati di attuare politiche congiunte di riduzione del debito in sfida aperta col potere finanziario internazionale.
PR: Economisti ortodossi ed esponenti dell’establishment bollano come demagogia, populismo, ideologismo velleitario queste sue opinioni, che secondo loro porterebbero le nostre economie all’isolamento e al disastro. Lei come risponde?
FG: Al disastro ci siamo già e non per responsabilità dei no global, ma degli economisti di stretta fede mercantilista. Accecati dai loro dogmi si stanno rivelando un pericolo per tutti quanti. Ma per me e molti altri, questo sistema è fallito prima ancora che per i suoi intrinseci difetti di funzionamento, per i disastri umani, sociali e ambientali che ha provocato. Per questo, mentre avanziamo proposte per la riduzione immediata del danno, ricerchiamo formule per uscire definitivamente da questo sistema ed entrare in un altro ispirato a stabilità, sostenibilità, piena soddisfazione umana e sociale.
PR: Pensa che la prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento europeo possa essere l’occasione per iniziare a “spezzare le catene del debito“?
FG: Assolutamente sì. Purché si capisca che i nostri nemici non sono gli operai tedeschi ma le banche e chiunque vuole lucrare sul debito pubblico.
PR: Ma con questa classe politica, questi partiti e questi rapporti di forza fra finanza, media e politica vede realistici spiragli di cambiamento?
FGQuesta classe politica fa schifo, ma non è inamovibile. Possiamo mandarla a casa, ma serve uno scatto di partecipazione. Lo stato di apatia, passività, obnubilamento in cui si trova gran parte della cittadinanza è l’aspetto che più mi preoccupa. Ma con l’impegno di chi ha conservato il pensiero critico possiamo dare una scossa non solo rifondando la politica, ma anche trasformandoci ognuno di noi in promotori di controinformazione. Per questo invito tutti ad aderire alla campagna “Debito pubblico decido anch’io”.
Il libro di Francesco Gesualdi: “Le catene del debito. E come possiamo spezzarle
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