giovedì 30 agosto 2012

Eminenti scienziati sottoscrivono la dichiarazione che gli animali hanno una coscienza, proprio come noi

dallo SchwartzReport del 25 agosto 2012

traduzione a cura della redazione di coscienza.org - Erica Dellago

Può sembrare una dichiarazione dell’ovvio, ma, in realtà, rappresenta un grande e importante cambiamento. Lentamente, molto lentamente, la scienza sta realizzando che tutta la vita è interconnessa e interdipendente, e che gli umani non sono gli unici esseri coscienti del pianeta. Scontato? Per quanto possa sembrare una dichiarazione dell’ovvio, la vedo comunque una buona notizia.
Stephan A. Schwartz



GEORGE DVORSKY - io9.com/Science

Un gruppo internazionale di scienziati eminenti ha sottoscritto la Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza (The Cambridge Declaration on Consciousness [pdf, in inglese]) nella quale proclamano il loro sostegno all'idea che gli animali sono coscienti e consapevoli allo stesso livello degli esseri umani - una lista di animali che comprende tutti i mammiferi, gli uccelli, e persino il polpo. Ma questo sarà sufficiente a farci smettere di trattare gli animali in modi totalmente disumani?

Anche se potrebbe sembrare poca cosa per gli scienziati dichiarare che molti animali non umani hanno stati di coscienza, la grande novità in questo caso consiste nella proclamazione e riconoscimento pubblico. L’evidenza scientifica sta dimostrando sempre di più che la maggior parte degli animali è cosciente allo stesso modo in cui lo siamo noi, e che non è più qualcosa che possiamo ignorare. Un altro aspetto molto interessante della Dichiarazione è il riconoscimento del gruppo che la coscienza può emergere in quegli animali che sono molto differenti dagli umani, compreso quelli che si sono sviluppati su percorsi evolutivi differenti, ossia uccelli e alcuni cefalopodi.

“L'assenza di neocorteccia non sembra impedire ad un organismo di sperimentare stati affettivi”, scrivono. "Prove convergenti indicano che gli animali non-umani hanno substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati di coscienza, insieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali”.

“Di conseguenza”, dicono i firmatari, “l'evidenza scientifica indica sempre di più che gli esseri umani non sono gli unici a possedere i substrati neurologici che generano coscienza”.

Il gruppo è composto da scienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali – tutti quelli presenti alla Francis Crick Memorial Conference on Consciousness in Human and Non-Human Animals (Conferenza Annuale in Memoria di Francis Crick sulla Coscienza negli Uomini e negli Animali Non-Umani). La dichiarazione è stata sottoscritta in presenza di Stephen Hawking, e tra i firmatari ci sono Christof Koch, David Edelman, Edward Boyden, Philip Low, Irene Pepperberg, e molti altri.


La dichiarazione formula le seguenti osservazioni:


  • Il campo della ricerca sulla coscienza è in rapida evoluzione. Sono state sviluppate abbondanti nuove tecniche e strategie di ricerca sugli animali umani e non-umani. Di conseguenza, si sta rendendo sempre più facilmente disponibile una maggiore quantità di dati, e ciò richiede una rivalutazione periodica dei preconcetti precedentemente detenuti in questo settore. Studi di animali non-umani hanno dimostrato che omologhi circuiti cerebrali correlati all'esperienza cosciente e alla percezione possono essere selettivamente facilitati e interrotti per valutare se sono in realtà necessari a tali esperienze. Inoltre, negli esseri umani, sono facilmente disponibili nuove tecniche non invasive per rilevare i termini di correlazione della coscienza.
  • I substrati neurali delle emozioni sembrano non essere limitati alle strutture corticali. In realtà, le reti neurali subcorticali stimolate durante gli stati affettivi negli esseri umani sono di cruciale importanza per la generazione di comportamenti emotivi anche negli animali. La stimolazione artificiale delle stesse regioni cerebrali genera un comportamento corrispondente e stati emotivi sia negli umani sia negli animali non-umani. Ovunque nel cervello in animali non-umani uno evochi comportamenti emotivi istintivi, molti dei comportamenti che ne derivano sono coerenti con stati emotivi sperimentati, compresi gli stati interni del premiare e del punire. Una stimolazione cerebrale profonda di questi sistemi negli umani può generare stati affettivi simili. I sistemi connessi con l’affetto sono concentrati nelle regioni subcorticali dove abbondano omologie neurali. I giovani animali umani e non umani senza neocorteccia conservano queste funzioni cervello-mente. Inoltre, i circuiti neurali che sostengono gli stati comportamentali/elettrofisiologici dell’attenzione, del sonno e del processo decisionale sembrano essere comparsi nella fase iniziale dell’evoluzione così come la radiazione degli invertebrati, evidente negli insetti e nei molluschi cefalopodi (ad esempio, il polpo).

  • Gli uccelli sembrano offrire, nel loro comportamento, nella loro neurofisiologia e nella loro neuroanatomia, un caso eclatante di evoluzione parallela della coscienza. La prova dei livelli di coscienza analoghi a quelli umani è stata osservata in modo più evidente nei pappagalli africani grigi. Reti emotive mammifere e aviarie e microcircuiti cognitivi sembrano essere di gran lunga più omologhi di quanto si pensasse in precedenza. Inoltre, si è scoperto che alcune specie di uccelli mostrano modelli neurali del sonno simili a quelli dei mammiferi, incluso il sonno REM e, come dimostrato nel diamante mandarino, modelli neurofisiologici che precedentemente si pensava richiedessero una neocorteccia mammifera.
    In particolare le gazze hanno dimostrato presentare eclatanti analogie con umani, grandi scimmie, delfini e elefanti in studi di auto-riconoscimento allo specchio.
  • Negli esseri umani, l'effetto di certi allucinogeni sembra essere associato ad una interruzione del processo corticale di tipo feedforward e feedback. Interventi farmacologici in animali non-umani con preparati noti per influenzare il comportamento cosciente negli esseri umani possono portare a turbamenti nel comportamento simili negli animali non-umani. Negli esseri umani, ci sono prove che indicano che la coscienza è correlata all'attività corticale, che tuttavia non esclude un possibile contributo del processo di elaborazione subcorticale o pre-corticale, come nella consapevolezza visiva. La dimostrazione che le emozioni negli uomini e negli animali derivano da reti cerebrali subcorticali omologhe fornisce la prova convincente e irrefutabile della condivisione a livello evolutivo dei qualia delle emozioni e affetti primari.

Il mistero delle Sliding Rocks, le pietre mobili della Death Valley




Da tempo geologi e ricercatori cercano una soluzione al mistero delle Sliding Rocks, pietre mobili della Racetrack Playa in California, ma le sliding rocks sembrano un vero proprio rompicapo scientifico. Il fenomeno si manifesta nel parco nazionale della Death Valley, sul fondo perfettamente piatto e arido dell’antico lago di Racetrack playa. Queste rocce, molte delle quali pesano diverse centinaia di chili, attraversano inspiegabilmente il lago lasciando lunghi solchi, vediamo alcune ipotesi dei ricercatori sul loro movimento.

IL LAGO RACETRACK PLAYA

Racetrack playa è un lago perfettamente piatto e sempre secco. E’ lungo circa 4 chilometri, da nord a sud, e largo circa 2 chilometri, da est a ovest. La superficie è ricoperta di fango crepato i cui sedimenti sono composti principalmente da argilla e limo (siltite). Il clima in quest’ area è arido: le piogge sono nell’ ordine di 40mm l’anno. Comunque, quando piove, le scoscese montagne che circondano il lago producono una grande quantità di rivoli, che trasformano la playa in un vasto lago molto basso. Quand’è bagnata, la superficie della playa si trasforma in uno strato di fango molto morbido e scivoloso, fango asciutto, inaridito che si è rotto in piccoli perfetti ottagoni e pentagoni. E’ piatto che più piatto non si può. E ci sono rocce vaganti che sembrano muoversi per conto proprio. Le pietre hanno una grandezza che varia dal ciottolo a rocce di mezza tonnellata e hanno dimensioni e forme così diverse poiché si sono staccate dalle colline che si vedono dietro, nella fotografia.

I loro percorsi variano in lunghezza e vanno in qualunque modo, dai zig-zag agli anelli e al ritorno su se stessi. Alcune viaggiano solo per alcuni piedi; altre procedono per centinaia di yards. Come fa il vento a girare in circolo, tornare indietro su se stesso e zigzagare? Perchè due rocce una accanto all’altra prendono percorsi totalmente differenti, perchè alcune rimangono ferme? Per molto tempo le ragioni per cui si muovono hanno confuso i geologi e gli scienziati che le hanno studiate fino a che dei geologi del CalTech condussero su di esse uno studio durato sette anni. Conclusero che la ragione per cui le rocce si muovono è che, in certe condizioni atmosferiche, la pioggia o la nebbia fitta o la rugiada rendono il fango scivoloso e bagnato e i venti spingono le rocce in giro. Queste enormi pietre hanno l’abilità di muoversi attraverso l’asciutta e polverosa superficie del deserto a volte fino a 900 PIEDI in un singolo movimento. Mentre nessuno ha mai visto una roccia muoversi, il Dott. Robert P. Sharp, un geologo della Divisione di Scienze Geologiche e Planetarie al California Institute of Technology di Pasadena, California, dice di aver monitorato il movimento di 30 pietre dal 1968 al 1974. Il Dott. Sharp afferma che le pietre si muovono a velocità che raggiungono i tre piedi al secondo ed è noto che si sono mosse anche per due miglia.

COME SI MUOVONO LE SLIDING ROCKS?

La forma delle tracce che lasciano le rocce suggerisce che esse si muovano durante i periodi in cui la Racetrack Playa è coperta dal fango. La mancanza di altri segni nel fango attorno alle rocce sembrerebbe escludere che a muoverle siano l’uomo o gli animali. La spiegazione sin’ ora più accreditata è che si tratti dell’ azione del vento. I venti che soffiano prevalentemente su Racetrack Playa viaggiano da sud-est a nord-est. Molte delle scie lasciate dalle rocce sembrano parallele a questa direzione. Pare dunque che il vento sia il principale motore dello spostamento di queste rocce o che, almeno, ne sia in parte una causa. Forti folate di vento potrebbero infatti mettere le rocce in movimento: si tratterebbe poi di uno slittamento progressivo. Le curve nelle tracce dello slittamento potrebbero infine essere causate dai cambi di direzione delle folate di vento. Un’altra teoria prenderebbe in considerazione il ghiaccio. Alcune persone hanno riferito di aver visto Racetrack Playa coperta da un sottilissimo strato di ghiaccio. Un’idea è che l’acqua ghiacci attorno alle rocce e poi il vento, soffiando attraverso la superficie superiore del ghiaccio, trascini il foglio di ghiaccio con la sua roccia inglobata attraverso la superficie della Playa. Molti ricercatori hanno trovato prove congruenti con questa teoria. Comunque, il trasporto di ampi fogli di ghiaccio dovrebbe forse implicare altri segni sulla superficie del fondo del lago. Questi segni però non sono stati trovati.

In qualunque caso, il vento sembra essere coinvolto. Nel frattempo i geologi continuano ad arrovellarsi come indovini sul mistero di queste strane pietre. Il Dott. Sharp e Dwight Carey, appartenente al Reparto di Geologia a U.C.L.A, con la sua equipe ha posizionato paletti di ferro attorno a ciascuna delle pietre per misurare i più piccoli movimenti. Ma persino questi non hanno rappresentato un ostacolo per le pietre, una volta che queste hanno iniziato a muoversi. Apparentemente questi paletti non hanno impedito a 28 delle 30 pietre di scappare e muoversi fuori dal recinto, ha detto il Dott. Sharp. Qualche immutabile legge della natura prescrive che i movimenti debbano avvenire solo nell’oscurità di notti tempestose. E’ interessante il fatto che delle 30 pietre controllate – dice il Dott. Sharp – sette di esse sono inspiegabilmente sparite senza lasciare traccia. Qualunque tentativo di spiegazione si è rivelato insufficiente. Lo stesso Sharp propone una combinazione di ghiaccio e vento che agirebbero durante la notte (probabilmente un fenomeno analogo a quello dei “pipkrakes”, di ambiente periglaciale). Egli stesso tuttavia ammette che al momento qualsiasi spiegazione è puramente ipotetica. Don Spalking è il soprintendente del Monumento Nazionale di Death Valley. Conosce il dott. Sharp, e conosce le ricerche del dottore volte a capire cosa faccia veramente muovere le pietre. “Gli esperti sono venuti qui per anni” dice, “ma nessuno sinora ha visto una pietra muoversi. Sappiamo che lo fanno, ma non sappiamo come o perchè”. Uno dei ranger del parco ha detto che il fenomeno ha qualcosa a che fare con il magnetismo del sottosuolo.

Ha affermato che sicuramente potrebbe essere il vento e che il fango diventa scivoloso quando il terreno è umido o bagnato, ma che non si spiega come due rocce vicine una all’altra possano andare in due direzioni opposte o come una possa stare ferma mentre una tre volte più grande si muova. Ha detto che lui ha visto le rocce muoversi per lunghi tratti quando il tempo è perfettamente asciutto e NON c’è vento o semplicemente quando non sussistevano le “condizioni” che si dice siano necessarie affinchè il fenomeno abbia luogo. Dal momento che si tratta di un deserto, piove raramente eccetto che nella stagione dei monsoni e a volte al mattino c’è molta nebbia, tuttavia le rocce si muovono durante tutto l’arco dell’anno. Può la sola forza del vento spostare delle pietre su una superficie ghiacciata? E come potrebbe questo lago ricoprirsi di ghiaccio o brina durante la notte? Siamo in un deserto in California! E così gli scienziati continuano a fare ricerche e a studiare il segreto delle misteriose pietre mobili della Death Valley, California, in un altro classico esempio dell’inspiegabile.

Fonte: 

Obama blocca la divulgazione della tecnologia ad energia libera

Il Giornale Onlinedi Edoardo Capuano

Nuovi sviluppi della Keshe Foundation. Per sapere di cosa si tratta è necessario leggere la descrizione a questo link 

In merito alle ricerche fatte dalla Fondazione Keshe esistono su Youtube svariati video, tra cui quello relativo alla conferenza (in inglese) del dott. Keshe che spiega quelle che sono le sue scoperte e le innovazioni tecnologiche che potrebbero svilupparsi concretamente e potrebbero cambiare radicalmente le sorti di una Umanità che sta andando verso la distruzione, grazie al sistema di Potere CABAL. Infatti proprio il Prof. Keshe pubblica questo comunicato: 

Con il recente decreto presidenziale firmato come legge dal presidente Obama, l’uso da altri governi delle tecnologie spaziali sviluppate dalla Fondazione Keshe e altri simili è ormai diventato un reato penale. Ciò significa che gli scienziati non possono rilasciare la loro tecnologia al pubblico o ad eventuali governi a meno che non sia per uso bellico e vantaggioso per le armi occidentali. Non accettiamo una tale castrazione della scienza e chiediamo al governo degli Stati Uniti d’America di chiarire quanto scritto su questo decreto emesso dalla Casa Bianca. Questa legge, questo decreto, è stato creato per mettere a tacere la Fondazione Keshe e altre organizzazioni di ricerca, con il proposito di esercitare pressioni sulla popolazione americana, in modo che solo la loro tecnologia (quella degli Stati Uniti) possa essere accettata in tutto il mondo. Il decreto presidenziale è contro la libertà scientifica internazionale per la condivisione dello sviluppo, della ricerca e dell’informazione, e questo è una legge “bavaglio” sulle organizzazioni scientifiche come la nostra.
Si prega di informare la stampa.


MT Keshe

Un particolare viene da un video che vi faremo vedere di seguito e che mostra la parte nel quale Mr. keshe illustra perchè gli Ufo sono luminosi e forse indirettamente quale tecnologia utilizzano a questo punto (magnetogravitazionale?)….




Quindi gli Stati Uniti sembra stiano cercando di boicottare la presentazione ufficiale del 6/9/2012, l’invito fatto dalla Fondazione alle rappresentanze dei governi mondiali e quindi l’applicazione pratica di tali scoperte. Il comunicato di Mr Keshe in questo sito web: 

La cosa ha pochissima diffusione in Italia e crediamo anche nel resto del mondo, tramite i canali ufficiali. Potrebbe effettivamente essere tutto vero ed applicabile. Forse bisognerebbe socialmente combattere per questa tecnologia, poiché interessa l’intera umanità e risolverebbe indirettamente i problemi dei singoli stati.

mercoledì 22 agosto 2012

LENR: Celani alla NIWeek

Il Giornale OnlineIn questi giorni anche il nostro infaticabile Francesco Celani sta partecipando alla NIWeek  che si sta tenendo ad Austin nel Texas. L’evento, organizzato annualmente dalla National Instruments, sta fornendo una nuova carica di entusiasmo ai sostenitori delle LENR e della fusione fredda, mentre di sicuro costringera’ gli scettici a serie riflessioni. E l’esperimento che sta conducendo Celani di sicuro incrinera’ le certezze di molti detrattori. Secondo quanto riportato da e-catworld.com e da Daniele Passerini sul suo blog 22passi.blogspot.com, Celani ha portato alla NIWeek un piccolo reattore che funziona con un sistema Nickel-Idrogeno in grado di provocare reazioni LENR, producendo un piccolo eccesso di calore. L’ultimo aggiornamento fatto poche ore fa da Daniele Passerini, che e’ riuscito a parlare direttamente con Celani, dava il reattore funzionante da 55 ore, con un picco di calore di 22W, che si e’ poi stabilizzato a 14W. Per chi non si fidasse, l’esperimento, oltre a svolgersi davanti a migliaia di partecipanti, e’ monitorato costantemente dalle strumentazioni e dagli ingegneri della National Instruments. Dopo anni di attesa sembra dunque che i primi risultati comincino a vedersi, e che le nostre speranze di poter usufruire di energia sicura, economica e pulita possano veramente riaccendersi. E tra le notizie tanto attese, spicca quella della partecipazione di Andrea Rossi in persona ad una Conferenza  che si terra’ a Zurigo l’8 e il 9 settembre dal titolo “Energy Change with E-Cat Technology”.

Insomma, per una volta, l’autunno potrebbe portarci veramente qualcosa di buono.

(8 agosto 2012)
Fonte: 



Primo annuncio pubblicitario dell’E-Cat dal sito e-cataustralia.com

martedì 21 agosto 2012

Documentario Censurato dalle tv italiane!Antieconomia e Frode Economica

Caso Amicizia W56

matrix e ologrammi: a tu per tu con il mistero della mente estesa

Il Giornale Onlinedi Silvia Salese

Uno degli studi che più ci affascina, e che in questi giorni ha bussato alla porta della nostra memoria (una metafora quanto mai azzeccata, come leggerete), è quella del cervello olonomico di Karl Pribram. Una teoria molto discussa forse anche perchè, per farla breve, giustificherebbe l’ipotesi secondo la quale ognuno di noi vive in una Matrix, in un campo di interconnessioni dove nulla è ciò che sembra. Una cosuccia non da poco. Gli studi di Pribram furono inaugurati da una domanda, che probabilmente molti di noi si sono fatti: dove avviene, esattamente, la percezione a livello cerebrale? Per tentare di rispondervi, Pribram si interessò agli studi di Karl Lashley, il padre fondatore della psicologia fisiologica nord-americana, volti alla comprensione della localizzazione degli engrammi, le tracce mnestiche depositarie dei contenuti informativi acquisiti. In pratica la sede della memoria, il nostro hard disk interno. Partendo dal principio secondo cui le funzioni psichiche fossero localizzabili, Lashley asportò una ad una le parti principali del cervello di alcuni topolini che avevano appreso un percorso complesso, fino a quando si accorse che perfino quando era stata danneggiata la maggior parte del cervello, deteriorato al punto da compromettere le loro abilità motorie, i topolini continuavano a ricordare il percorso. La memoria, quindi, sembrava essere distribuita in ogni parte del cervello, efficace ovunque nel medesimo modo.

Dapprima suo allievo e poi assistente, Pribram successe a Lashley nel ruolo di direttore agli Yerkes Laboratories of Primate Biology; successivamente si trasferì all’Università di Yale, dove studiò la funzione della corteccia frontale nelle scimmie e, insieme alla più generale organizzazione del cervello, la percezione e l’origine della consapevolezza umana. Fu così che Pribram si concentrò sulla visione. Fino a quel momento la versione accettata e condivisa riguardo alla percezione visiva, voleva che essa avvenisse grazie alla messa a fuoco degli oggetti da parte del sistema sensoriale deputato a questo compito, riproducendone poi le caratteristiche a livello corticale ed inviando quindi l’informazione all’area visiva primaria. Lo abbiamo pensato tutti: a ben vedere, proprio come se avessimo una macchina fotografica interna che riproduce fedelmente le caratteristiche del mondo esterno di cui facciamo esperienza. Ci sbagliavamo. Nemmeno questi esperimenti portarono a validi risultati, o almeno, non nella direzione attesa. Essi mostrarono infatti che si poteva danneggiare quasi completamente tutto il nervo ottico di un gatto senza interferire in modo evidente con la sua capacità di vedere ciò che stava facendo, i suoi movimenti e così via.

Con buona pace dei topi prima e dei gatti poi, gli esperimenti sulla visione – proprio come quelli sugli engrammi – mostrarono che basterebbe una piccola porzione rimasta inalterata del tratto ottico (come prima di tessuto cerebrale), per ricostruire l’informazione visiva (come prima la rievocazione della routine). Tutto questo chiaramente non è in accordo con quanto detto sulla macchina fotografica, che deve essere integra in ogni sua parte per poter fornire immagini chiare e complete. Ecco allora che finire degli anni ’50 Pribram si imbatté in una serie di studi che indirizzarono verso nuove strade ed ipotesi le sue ricerche. In particolar modo fu colpito da alcuni articoli circa l’olografia ottica, una tecnologia allora emergente, e dalla particolare metafora sul funzionamento del cervello che essa offriva. L’ologramma laser fu scoperto e messo a punto dall’ingegnere Dennis Gabor, il quale ricercava un modo per poter ottenere degli ingrandimenti dell’atomo. Questa scoperta gli valse il premio Nobel per la fisica nel 1948.



Immagine tratta – e parzialmente modificata – da 


Il principio su cui si basa è tanto semplice quanto straordinario, e descrive essenzialmente un fenomeno di interferenza, ovvero quel fenomeno che si genera quando le onde si sovrappongono le une con le altre. Come si può vedere nell’immagine, l’olografia ottica produce una particolare pellicola che, al contrario di qualsiasi pellicola bidimensionale impressionata (come quella fotografica appunto), permetterà di ottenere l’immagine della mela tridimensionale – esaminabile sotto qualsiasi angolazione e da qualsiasi prospettiva – esattamente come se stessimo guardando (secondo l’esempio qui proposto) la mela reale. Per farlo, basterà illuminare un suo qualsiasi punto (qualsiasi!) con un fascio di luce laser e… voilà! Potremo vivere il nostro Star Wars casalingo. Se ne deduce che ogni minuscola porzione della pellicola, e quindi dell’informazione codificata, contenga tutta l’immagine. L’analogia tra questo sistema e il cervello fu proposta da Pribram dopo aver conosciuto lo stesso Gabor, e discusso insieme a lui della questione in termini matematici. La sua teoria, in pratica, descriverebbe l’effettiva capacità del cervello di leggere le informazioni, le quali si presentano sotto forma di onde, per poi convertirle in schemi di interferenza e trasformarle, proprio come nell’olografia, in immagini virtuali tridimensionali.

Questa tesi è esposta e sostenuta da vari calcoli ed esperimenti in Brain and Perception: Holonomy and Structure in Figural Processing, pubblicato nel 1991. La matematica utilizzata da Gabor per la descrizione dell’olografia ottica si basa su una serie di equazioni di calcolo note come trasformate di Fourier. Tali equazioni sono in grado di analizzare e descrivere qualsiasi schema come un insieme di oscillazioni regolari e periodiche, che differiscono tra loro solo nella frequenza, fase e ampiezza d’onda. Qualsiasi immagine ottica può così essere tradotta e convertita in uno schema matematico di figure di interferenza, proprio in accordo con il teorema di Fourier: esso infatti dimostra che ogni oscillazione periodica di un’onda può essere sempre considerata come la somma di oscillazioni armoniche le cui frequenze sono tutte multiple, secondo numeri interi, della frequenza del moto periodico considerato. Proprio come mostra l’olografia, ogni cosa che vediamo può a ben vedere essere descritta come particolari configurazioni ondulatorie, il tutto supportato e confermato da una base matematica. Ma non solo: un’altra caratteristica delle equazioni di Fourier è che permettono di utilizzarne le componenti che rappresentano le interazioni delle onde e usarle per ricostruire qualsiasi immagine. Inoltre non bisogna dimenticare un altro interessante aspetto della questione: l’olografia rappresenta il trasferimento nel “dominio dello spettro” di qualcosa che noi percepiamo nel tempo e nello spazio; in altre parole, l’immagine virtuale è uno schema d’interferenza d’onda di qualcosa che viene in questo modo privato della sua dimensione spazio-temporale: a venire rappresentata sarà solo la sua natura ondulatoria, misurata quindi come forma di energia.

Il modello del cervello mutuato da Pribram grazie all’analogia con l’olografia è quindi essenzialmente una descrizione matematica dei processi e delle interazioni neuronali. La matematica che rende tutto questo possibile è la stessa di quella presa in considerazione da Gabor e di quella che prima di lui Hillman e Heisenberg adottarono per la descrizione degli eventi quantistici: fondamentalmente quindi, la matematica che descrive i processi cerebrali è la stessa di quella che descrive lo strano mondo delle particelle subatomiche.

Un pianoforte nel nostro cervello: la teoria del cervello olonomico

Per spiegare il suo modello teorico, che come abbiamo descritto nella prima parte è essenzialmente un modello matematico, Pribram propose un’analogia tra il cervello e il pianoforte. Una metafora che in effetti rende tutto molto più chiaro, e che più facilmente fa intuire le straordinarie conseguenze della sua analisi. Partiamo da una semplice domanda: se tutto ciò che abbiamo detto precedentemente fosse reale, come avverrebbe il fenomeno percettivo? Semplice (si fa per dire…): proprio come accade suonando un pianoforte, quando osserviamo qualcosa nel mondo alcune porzioni del nostro cervello risuonerebbero su determinate frequenze specifiche; in un certo senso la percezione accadrebbe premendo solo determinati tasti, che a loro volta andrebbero a stimolare le corde corrispondenti. Quelle prodotte, dunque, saranno informazioni sotto forma di onda (le note musicali) con determinate frequenze, lunghezza e fase (proprio come accade in quanto descritto dal teorema di Fourier) che risuoneranno nei neuroni del nostro cervello. I neuroni, poi, manderanno l’informazione relativa a queste frequenze ad un altro insieme di neuroni che trasformerà (sempre secondo il principio della trasformata di Fourier) tali risonanze descrivendo proprio l’immagine ottica così ottenuta al piano focale oculare. Un terzo insieme di neuroni, allora, costruirà alla fine l’immagine virtuale dell’oggetto, che apparirà a noi come un oggetto fuori nello spazio. Questa operazione rifletterebbe, a ben vedere, una creazione in un mondo senza tempo e senza spazio di schemi di interferenza, un atto creativo in cui viene generato un oggetto in una dimensione spazio-temporale sulla superficie delle nostre retine. In un’intervista del 1988 (si vedano le note a fondo pagina), Pribram disse di aver convogliato il modello qui delineato in una teoria, che chiamò Holonomic Brain Theory (teoria del cervello olonomico) e che scelse il termine “olonomico” per distinguerlo da quello “olografico” e sottolinearne così la connotazione olistica generale (holos deriva dal greco “intero”, “tutto”; nomos da “norma”, “legge”).

L’olografia offrì dunque a Pribram la rivoluzionaria intuizione che esistesse una relazione tra il dominio delle frequenze e quello delle immagini-oggetti di cui facciamo esperienza. Le conseguenze di questo modello ricordano molto quanto emerso dai paradossi della meccanica quantistica: allo stesso modo infatti l’osservatore non può esistere indipendentemente dall’oggetto osservato, e allo stesso modo sembra totalmente inefficace permanere in una prospettiva dualistica che considera i due sistemi come separati. Il modello olonomico del cervello renderebbe anche conto della vastità della memoria umana in quanto spiegherebbe come riusciamo ad immagazzinare così tante informazioni in uno spazio così ristretto. Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, gli ologrammi possiedono infatti una straordinaria capacità di contenere dati semplicemente cambiando l’angolazione con cui due raggi laser colpiscono la lastra fotografica, rendendo così possibile accumulare miliardi di informazioni in un solo centimetro cubico di spazio. Ne conseguirebbe che un cervello che funziona secondo i principi dell’olografia non andrebbe a scartabellare nei meandri di un archivio mestico, perché ogni frammento di informazione sarebbe sempre istantaneamente correlato a tutti gli altri. Il cervello userebbe quindi gli stessi principi dell’ologramma per convertire, codificare e decodificare frequenze (luminose, sonore etc.) ricevute attraverso i sensi. Tutto ciò farebbe perno sul fatto che il cervello non immagazzina informazioni in precise localizzazioni (come ha mostrato Lashley a proposito degli engrammi) ma le distribuirebbe su vaste aree nello spostamento concettuale da strutture a frequenze.

Diversi esperimenti della coppia di neurofisiologi De Valois dell’Università della California dimostrarono come, in effetti, numerose cellule del sistema visivo siano sintonizzate su determinate frequenze, e come queste stesse cellule nei gatti e nelle scimmie non rispondano alle stesse configurazioni ma a quelle di interferenza delle loro onde componenti. La stessa cosa fu mostrata da Fergus Campbell a Cambridge, il quale concluse che il sistema visivo debba essere sintonizzato su frequenze specifiche, in termini di trasformate di Fourier. Un’ulteriore intuizione di Pribram riguarda la capacità del cervello di analizzare il movimento in termini di frequenze ondulatorie e di trasmettere queste configurazioni così ottenute al resto del corpo. Egli venne a conoscenza, infatti, di alcuni studi del sovietico Bernstein, il quale analizzò in termini matematici i movimenti compiuti da alcuni attori vestiti con tute nere sulle quali erano state attaccate alcune strisce e punti bianchi per contraddistinguerne gli arti. Gli attori erano poi stati filmati mentre camminavano, correvano o danzavano su uno sfondo anch’esso nero, dopo di che i movimenti tracciati dai segni bianchi, che descrivevano sommandosi una configurazione continua ondulatoria, fu analizzata matematicamente. Ebbene, il risultato confermerebbe le ipotesi precedenti: i movimenti analizzati potevano essere infatti formalmente rappresentati in termini di equazioni di Fourier, confermando di fatto la possibilità che il cervello comunichi con il resto del corpo con il linguaggio delle onde e delle loro configurazioni.

Al fine di dare supporto all’idea che la trasmissione avvenisse, a livello della corteccia motoria, nello stesso modo come nel sistema visivo – e quindi in modo compatibile con la teoria del cervello olonomico – Pribram mise a punto l’ennesimo esperimento con i gatti (questa volta senza sforbiciate ai loro cervelli…). Egli registrò le frequenze della corteccia motoria del gatto mentre gli veniva fatta muovere passivamente la zampa destra anteriore in su e in giù, ottenendo così un movimento sinusoidale. Come osservato nella corteccia visiva, anche in questo caso le cellule del nucleo caudato e della corteccia sensomotoria della bestiola rispondevano selettivamente solo a un determinato range di frequenze di movimento. A questo punto la domanda che si poneva era come potesse avvenire questa trasmissione di segnali in termini di frequenze ondulatorie, in che modo fosse possibile tale decodificazione e trasformazione di tutti i punti che vengono rivestiti dalla perturbazione ondulatoria (chiamata fronte d’onda). Pribram ipotizzò allora che la propagazione non avvenisse all’interno dei neuroni, ma attraverso le glia che li circonda, per mezzo della quale, quindi, verrebbero modulate e analizzate determinate frequenze. È proprio a questo punto che avvenne l’incontro tra la neurofisiologia, le neuroscienze e la fisica quantistica. Proprio quando Pribram stava sviluppando l’idea che le proprietà ondulatorie e particellari osservate nella meccanica quantistica avrebbero potuto, in qualche modo, essere utili al fine di comprendere le natura dei microprocessi neurali, il fisico David Bohm venne a conoscenza del suo lavoro e lo invitò ad una conferenza a Londra.

In quel momento Bohm stava sviluppando una formulazione alternativa in fisica quantistica e nella teoria del campo che descrivesse il dualismo onda-particella e il fenomeno del non-localismo. Come si dice, un incontro che spunta a fagiolo. La teoria di David Bohm – una di quelle teorie che mi fanno fare fatica a prendere sonno – implica l’esistenza di un ordine generale che contiene il tutto, quella che battezzò totalità ininterrotta (o totalità senza discontinuità). Secondo Bohm, la convalida offerta da Aspect circa l’esistenza di legami di tipo non-locale tra le particelle subatomiche, forniva la prova che non esista una realtà in cui le sue componenti siano separate spazialmente. Bohm credeva infatti che ad un livello profondo della realtà, le particelle che comunicano istantaneamente tra loro non siano entità individuali, ma estensioni di uno stesso organismo fondamentale. A questo livello, in cui il tutto è implicato in ogni sua parte, l’universo stesso non sarebbe altro che una sua proiezione, e per questo la più immediata analogia con questo ordine non può che essere il nostro ologramma. Nel grosso calderone del tutto, il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali (in accordo con le teorie di Einstein), ma una ulteriore proiezione di un sistema più profondo a livello del quale il presente, il futuro e il passato coesisterebbero in un’unica dimensione.

Visto che l’ologramma è un sistema statico, Bohm preferì utilizzare per descrivere l’ordine implicato il termine olomovimento, certamente più adatto a descriverne la sua natura dinamica, eternamente in attività. All’interno della realtà oggettiva dell’universo fisico, in un livello non-locale esisterebbe un campo in cui ogni sua parte contiene tutte le altre, un enorme magazzino di informazione compenetrate. Ecco perché l’accostamento del modello cerebrale olografico di Pribram con la teoria di Bohm, offre una concezione tanto affascinante (quanto poco intuitiva) della realtà. Grazie al loro incontro, i due studiosi insieme a Geoffrey Chew ed Henry Stapp, iniziarono a lavorare in gruppo per formulare una descrizione matematica che riflettesse tali fenomeni sia nella fisica subatomica che nei microprocessi cerebrali. Allo stesso tempo, dall’altra parte del mondo, il fisico giapponese Kunio Yasue si stava interessando al campo di ricerche sulla teoria probabilistica nella meccanica quantistica riprendendo gli studi di Bohm sull’argomento. Fu proprio a questo punto che la psicologa Jibu chiese a Yasue cosa ne pensasse dell’idea di Pribram sull’olografia neuronale. Colpito da questi studi, subito si mise al lavoro per esprimere matematicamente tali processi cerebrali, mostrando alla fine come le reti di comunicazione dendritiche operino attraverso campi vibrazionali che si comportano in accordo con le proprietà osservate nel mondo quantistico.

Non è fantastico? la bella notizia è che – forse per la prima volta – campi di studio tanto diversi e affascinanti si siano incontrati, sul piano teorico, descrivendo la nostra “macchina umana” in termini affatto ordinari e in accordo con le più straordinarie conseguenze messe in luce dallo studio della meccanica quantistica. La brutta notizia è che anche questa notte faticherò ad addormentarmi. Certo è che tra pillola rossa e pillola azzurra, pillola rossa tutta la vita…

Alla prossima!


Bibliografia:

Lashley K. S., in “The problem of cerebral organization in vision”, Biolgical Symposia, vol. VII, 1942. Citato da K. Pribram, Brain and Perception, 1992.

Lashley K. S., Meccanismi del cervello e intelligenza – Uno studio quantitativo di lesioni cerebrali, Milano, Angeli, 1979.

McCarty R. A. e Warrington E. K., Neuropsicologia clinica – Un’introduzione clinica, Milano, Raffaello Cortina, 1992.

McTaggart L., Il campo del punto zero, Forlì-Cesena, MacroEdizioni, 2003.

Ottolini R., “engramma”, in U. Galimberti (a cura di), Enciclopedia di Psicologia, Torino, Garzanti, 1992, 1999, pgg. 371-372.

Pribram K. H., Brain and Perception – Holonomy and Structure in Figural Processing, Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates, 1991.

Capra F., Il tao della fisica, 1982, XII ed. 1999.

McTaggart L., Il campo del punto zero, Forlì-Cesena, MacroEdizioni, 2003.

Pribram K. H., Brain and Perception – Holonomy and Structure in Figural Processing, Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates, 1991.

Si veda anche: intervista di Jeoffrej Mishlove a Karl Pribram, Conversations On The Leading Edge Of Knowledge and Discovery, 1988. Testo consultabile sul sito  


Fonte: 

lunedì 20 agosto 2012

Caso Amicizia intervista Gaspare De Lama


Il caso "Amicizia" - Intervista a Gaspare De Lama from Ivan Ceci on Vimeo.

Dargen D'Amico, Nostalgia Istantanea

Assolutamente da Ascoltare segnalata da LUCE.

Ingegneria dell’uguaglianza


Massimo Turrisi – Tratto da “Rinascita” mercoledì 8 agosto 2012
http://www.rinascita.eu/?action=news&id=16430
C'è una schizofrenia dilagante su termini di carattere puramente intellettivo come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza.
Ma guai a farlo notare, si rischia di passare per nazista. Ci troviamo in una dittatura capitalistica dove c’è l’aggravante di non poter neanche riconoscere il dittatore; subiamo in continuazione il lavaggio del cervello su libertà e uguaglianza per farci credere siano categorie personali e non condizioni dell’essere: sono condizioni perché si realizzano in forza delle relazioni con il contesto, fatto dal sistema dove esistono anche gli “altri”.
E la aberrazione del concetto di uguaglianza parte dentro il nostro cervello, con una serie di varianti che distruggono ogni logica e principio di non contraddizione, fatto in forza della falsificabilità popperiana. Infatti l’uomo tutto è tranne che essere coerente che applica tale principio.
Per fare un esempio banale se ci muore la madre siamo capaci di piangere due giorni, muoiono 10 mila bambini al giorno, ed è una notizia come un’altra… Allora siamo noi i primi a non considerare uguali tutti se non in forza a certi contesti, per esempio la parentela o la prossimità: mi abita vicino… Dunque il pensiero secondo il quale siamo tutti uguali ha già una variabile, ossia siamo tutti uguali ma se qualcuno è parente certamente è più uguale degli altri (direbbe Orwell).
Eppure il voler imporre una uguaglianza industriale serve. Serve a chi ha un unico fine: quello di proiettarci nel progetto generale di formare pezzi di ricambio per il sistema.
L’ingegneria della uguaglianza psicologica ha diversi aspetti positivi, naturalmente solo per il sistema. Livellare il più possibile le aspirazioni, eliminare le identità, reprimere le unicità, pianificare ed impiantare il pensiero unico, incentivare l’emulazione ed il controllo in modo da far sentire scarto il “diverso” verso il controllo e la gestione industriale dell’umanità “uguagliando” prodotti, vita, orari, malattie, pensieri, film, bevande, ecc.
L’uguaglianza così com’è stata impiantata è una droga che viene ricercata da tutti e più la si usa più si diventa tossicodipendenti e ci si rovina.
Naturalmente sarà frainteso ma non importa, invece è importante che passi la follia dell’umanità che non ha niente di sapiens sapiens. Come fa l’80% della popolazione mondiale a vivere con meno del 15% delle risorse del pianeta, ed il 20 per cento con la restante parte della ricchezza? Chi è che non ha capito il significato della parola uguaglianza? Oppure non è chiaro cosa significhi uguaglianza? Oppure di uguale c’è solo il trattamento delle pecore? Cosa non è stato capito? Come mai oltre 6 miliardi di persone non capiscono il concetto di uguaglianza? Forse è concetto difficile, oppure irrealizzabile o è uno specchietto per le allodole? Perché, soprattutto quando l’uomo diventa sempre più dipendente della industrializzazione c’è la necessità di uguagliargli la vita, forse per renderlo sempre più intercambiabile?
Gira nel mondo del lavoro la famosa frase che esplicita perfettamente questo concetto, “tutti sono utili nessuno indispensabile”, allora l’uguaglianza di fatto è una utilità del sistema? Il sistema non riconosce elementi estranei a prodotti “uguali” fatti in copia proprio perché utili al sistema, l’elemento diverso non trova collocazione nel sistema. L’industria spesso focalizza l’esigenza di avere specializzazioni per il suo sistema produttivo, e c’è la diatriba storica che l’università benché malridotta, sforna (sforma) elementi non proprio adatti al sistema.
L’industria ha la necessità di “risistemare” la formazione dei neo-laureati, un po’ per la decadenza dell’istruzione, un po’ perché, soprattutto, l’università non realizza “prodotti perfettamente uguali” come li vorrebbe l’industria del profitto. Paradossalmente le università private di un certo tipo, fanno uscire “soldatini perfetti” da impiegare nella battaglia del profitto dove vince chi è più competitivo (altro che uguaglianza), dove il manager ragiona (esegue programmi) in termini di margine, di profitto, di crescita ad ogni costo. Senza poi comprendere che se la ricchezza in questo sistema è rappresentata solo dal denaro che è controllato nella sua circolazione in termini di quantità con ogni mezzo, questo significa, che qualcuno fa profitto e qualcun altro sta fallendo o sta morendo, ma questi devono sempre avere l’idea di essere uguali e soprattutto di avere pari opportunità, invece andranno a combattere una guerra di cui non conoscono le vere strategie. La economia neoliberista prevede una uguaglianza di opportunità, peccato che chi è ricco parte molto più avvantaggiato e vincerà quasi certamente sul meno ricco. Cosa c’è di logico, di razionale, di uguale in tutto questo? Niente solo un film che ci proiettano per non farci capire la dittatura che tiene in piedi l’alibi della uguaglianza dell’uomo libero.
L’uguaglianza fluidifica la responsabilità rendendoci inermi e depressi, con il fatto che ci dobbiamo necessariamente livellare e sentire uguali, nessuno si prende la briga di prendersi la responsabilità dell’azione. Questa “ingegneria della uguaglianza industriale” di fatto ci rende inabili ad agire collettivamente, infatti essendo tutti uguali, tutti hanno la stessa sorte ed allora perché mai qualcuno si dovrebbe sentire investito e motivato per fare una rivoluzione che lo renderebbe diverso?
Anzi l’ingegneria dell’uguaglianza prevede la cultura del controllo e del sospetto, ogni uguale deve controllare il grado di uguaglianza dell’altro per incriminarlo, salvo poi desiderare inconsciamente, di emergere e distinguersi. Già il sistema sovietico applicò l’ingegneria dell’uguaglianza in maniera diretta, oggi il neoliberismo la sta applicando in maniera diretta, ossia ti pone le condizioni di contorno al fine di avere un solo pensiero, una sola OGM, una sola banca, una sola industria farmaceutica, una sola casa cinematografica, un solo esercito buono e giusto che porta la democrazia nel mondo… Per fare tutto questo il sistema crea i propri generali, i propri dirigenti, i propri guardiani della verità, i propri “gatekeeper”, allevati e cresciuti già all’interno di famiglie agiate del sistema, solitamente il padre o la madre già fanno lo stesso mestiere (ingegneri dell’uguaglianza - degli altri naturalmente - ricordate il discorso di Monti: i giovani – uguali - si devono abituare a cambiare posto in continuazione). In questo contesto possiamo dunque dire che ci sono diversi livelli di uguaglianze che non interagiscono tra loro e che si reggono attraverso equilibri. Non è facile passare da un livello di uguaglianza ad un altro. Il passaggio da un livello all’altro prevede l’acquisizione dei requisiti del livello superiore, ed in parte l’abbandono di quelli inferiore.
I bambini in Africa certamente sono uguali nel morire di fame, i bambini americani sono certamente uguali, nell’ingrassare con patatine ed hamburger, i bambini italiani sono certamente uguali nel’essere difesi se la maestra si azzarda a pretendere la disciplina in classe, i bambini eschimesi sono certamente uguali a stare al freddo... Dobbiamo rassegnarci di essere irrazionali nel pretendere di attuare cose impossibili poiché innaturali.
E’ mai possibile che sei miliardi non comprendono e non sappiano mettere in pratica questo grande principio della uguaglianza? Spostare l’attenzione sulla uguaglianza è stato il più grande atto di manipolazione mentale che sia stato fatto, infatti nel rincorrere questo principio ci siamo persi una marea di battaglie sui diritti veri, l’uguaglianza non è un diritto al massimo può essere una condizione, le condizioni invece si realizzano solo con i diritti, il diritto è misurabile, l’uguaglianza poiché è un prodotto della filosofia astratta non è misurabile.
I diritti si possono misurare in termini di quantità ed in termini di qualità come l’acqua, la casa, l’istruzione, la salute, ecc. Oggi il vero pensiero stupefacente (nel senso di droga) è proprio nel fatto che siamo tutti convinti fino all’ultimo osso del piede (appunto drogati) di “uguaglianza” come principio inderogabile, ma poi non abbiamo un minimo di eziologia di come questa uguaglianza debba esprimersi.
Se l’uguaglianza è la risultante di una serie di diritti che creano un contesto allora la si può anche accettare, ma se questa è solo una astrazione per imporre il mono pensiero, e soprattutto un comportamento fotocopia per servire il sistema allora è il caso di riformulare un pensiero alternativo all’essenza dell’uomo. Il diritto dell’ ‘essere’ viene confuso con il diritto dell’”essere uguale”: è una tecnica di manipolazione eccezionale poiché sposta l’attenzione da un diritto materiale e contingente (oltre che spirituale) “quello di essere” (senza nulla aggiungere) ad un principio astratto “quello di essere uguale”*.
L’uguaglianza è un qualcosa che si deve “avere”. Il diritto di essere c’è e basta, solo che bisogna esserne consapevoli ma il cammino della consapevolezza viene distolto dalle cose serie e finisce per rincorrere quella astrazione irraggiungibile.
Un aspetto psicologico di malessere sociale che può portare al suicidio potrebbe essere fatto risalire a questa “uguaglianza” imposta per esempio agli imprenditori costretti a stare in un mercato neoliberista competitivo dove si “fallisce scientificamente” per colpa del sistema di emissione monetaria e non certo per incapacità imprenditoriale. Eppure l’evento viene percepito come vergogna di non essere stato capace come gli altri imprenditori, uguale agli altri.
L’Ingegneria della uguaglianza (concetto astratto) comunque venga applicata fa sempre danni.
E c’è da fare molta attenzione al meta messaggio, ossia al messaggio nascosto che c’è sempre dietro ad un concetto astratto, come quello di “uguaglianza”. Per fare degli esempi: poniamo “l’uguaglianza nella italianità” (ossia quando leggiamo scrittori italiani, leggiamo scrittori italiani uguali). Siamo tutti italiani perché c’è lo hanno detto/imposto? Siamo tutti italiani perché stiamo nello stesso territorio fatto sulla carta?
Siamo tutti italiani perché paghiamo tutti le stesse tasse allo stesso dittatore? Siamo tutti italiani perché dobbiamo pagare l’IMU? Siamo tutti italiani perché parliamo la stessa lingua? Siamo tutti italiani perché abbiamo la stessa bandiera? Siamo tutti italiani perché abbiamo lo stesso presidente?
Fino agli anni Novanta dovevamo essere tutti italiani uguali, ora dobbiamo essere tutti europei uguali. Siamo noi, o ci impongono di essere “uguali” con la camicia di forza, per esempio con l’imposizione dell’euro? Possiamo essere uguali a noi stessi e basta?

Siamo drogati di zucchero

Il Giornale OnlineNel cervello, quando si assume zucchero, avvengono dei cambiamenti neurochimici per cui quando si viene privati improvvisamente della dose zuccherina giornaliera, si genera una vera e propria crisi di astinenza.

Il consumo di zucchero è triplicato negli ultimi 50 anni e ora rappresenta un quinto del nostro apporto calorico totale. In casa e negli uffici nel nostro paese, milioni di persone nella routine quotidiana, assumono calorie senza accorgersi come nel caso di un paio di bibite zuccherate che possono accumulare 93 bustine di zucchero, che alla fine della giornata possono rappresentare quasi 1400 calorie “vuote” , che costituiscono quasi 3/4 delle calorie giornaliere di un adulto.

SPUNTINI PER LO STRESS – E tra questi soggetti sono le donne più degli uomini che preferiscono consumare spuntini dolci per aiutarsi ad affrontare lo stress giornaliero, di lunghe ore di lavoro e per superare la preoccupazione economica. Infatti lo zucchero è una soluzione rapida per aumentare i nostri livelli di energia e di sollevare i nostri stati d’animo. Per tali ragioni la nostra sta rapidamente diventando una nazione di tossicodipendenti. Una recente ricerca condotta da Bart Hoebel del Princeton Neuroscience Institute, ha scoperto che lo zucchero crea una vera e propria dipendenza e sintomi di astinenza simili a quelli provocati da altre droghe.

COSA ACCADE - Nel cervello, quando si assume zucchero, avvengono dei cambiamenti neurochimici che fanno aumentare la dopamina, e questa è la ragione per cui quando si viene privati improvvisamente della dose zuccherina giornaliera, si genera una vera e propria crisi di astinenza. Prima crea una stimolazione e poi c’è la fase depressiva che crea stati di irritabilità. Questo è causato dal rapidissimo assorbimento dello zucchero nel sangue che fa salire la glicemia, e costringe il pancreas a secernere insulina. Tale ormone fa scendere bruscamente la glicemia (malessere, sudorazione, irritabilità, debolezza) con bisogno di mangiare ancora zuccheri per sentirsi meglio. Ma non finisce qua.

LA BENZINA DEI TUMORI - Il biologo tedesco Otto Heinrich Warburg è stato insignito il Premio Nobel per la medicina per aver scoperto che il metabolismo dei tumori maligni dipende in gran parte dal loro consumo di glucosio (forma che assume lo zucchero una volta digerito, metabolizzato). Ingerendo infatti zucchero o farine raffinate (pasta, pane, biscotti, grissini, ecc.), si alza il tasso di glucosio (aumenta la glicemia) nel sangue e l’organismo libera oltre all’insulina, come abbiamo visto, l’I.G.F. una molecola con proprietà che stimolano la crescita cellulare. In parole povere lo zucchero è la benzina dei tumori. Infatti lo zucchero bianco è una sostanza innaturale tra le più tossiche in commercio. Basta sapere che viene prodotto con latte di calce (che provoca la distruzione di tutte le sostanze organiche utili: proteine, enzimi, sali, ecc.), poi trattato con acido solforoso per eliminare il colore scuro, poi subisce altri processi, dove viene filtrato, decolorato, centrifugato, per venire alla fine colorato con blu oltremare e blu idantrene (proveniente dal catrame, quindi cancerogeno).

LE ETICHETTE – La polvere bianca che si ottiene è sterile, completamente morta e dentro il nostro corpo per essere assimilata e digerita, sottrae vitamine e minerali (calcio da ossa e denti: osteoporosi e carie) per ricostruire almeno in parte quell’armonia di elementi distrutti dalla raffinazione. Questo processo acidifica il terreno biologico. Secondo Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, le autorità dovrebbero vigilare sulla salute pubblica e invece restano incuranti del problema, per i forti interessi economici delle multinazionali del settore con giri d’affari da capogiro. Ed allora non resta che prestare attenzione all’acquisto dei prodotti controllando l’etichette che indicano la presenza degli zuccheri perchè spesso il metodo per diminuire la quantità dello zucchero è quello di nasconderlo in zuccheri, dal momento che gli ingredienti in etichetta vanno messi in ordine di grandezza, per evitare che lo zucchero sia il primo e il secondo ingrediente, vengono adoperati più zuccheri, in questo modo sembra che ce ne sia di meno non trovandolo all’inizio della lista degli ingredienti, invece bisogna sommare i vari nomi degli zuccheri , ecco indicazioni degli zuccheri: sciroppo di glucosio, destrosio, sorbitolo, mannitolo, amido, zucchero grezzo, melassa, sciroppo di malto, zucchero invertito, miele, fruttosio, zucchero liquido particolare attenzione deve essere posta allo sciroppo di glucosio fruttosio e all’uso di edulcoranti in particolare gli edulcoranti sintetici.

martedì 14 agosto 2012

Michael Tsarion - L'uso sovversivo del simbolismo sacro nei media



Michael Tsarion, scrittore e storico irlandese, è un esperto di psicologia, simbolismo, religioni comparate, astrologia siderale, mitologia e occultismo.

In questa conferenza lo scrittore analizza la persuasione occulta operata dalle grandi corporation ai danni dell'uomo allo scopo di mettere in atto e portare avanti quella che lui chiama "l'erosione sistematica dell'architettura morale, intellettuale e spirituale di tutta quanta la società".

A tal riguardo Tsarion dichiara:

"Sono in pochi ad essere a conoscenza di un pericolo invisibile ma letale, che ha un effetto profondamente negativo sulle parti consce ed inconsce di gran parte della popolazione.

Parliamo di un pericolo paragonabile ad una vera e propria dittatura psichica, ovvero dell'utilizzo della persuasione subliminale nei media e nella pubblicità, attuata attraverso una manipolazione di parole, immagini, numeri, colori, ritmi e simboli che influenza direttamente le aree limbiche del cervello umano.


Il linguaggio di cui ci si avvale è elaborato in maniera tale da originareuna dicotomia tra fantasia e realtà, e stimolare compulsivamente i bassi istinti attraverso suggestioni mondane e vuote, in aperto contrasto con la natura superiore di ogni essere umano, la quale risulta essere la parte maggiormente colpita.

Così facendo si sovverte la naturale sensibilità morale dell'uomo e si arresta sul nascere ogni impulso interiore legato all'evoluzione spirituale.

Gli effetti devastanti di tali influenze non sono mai stati analizzati a fondo, se non pochissime volte, e ciò che emerge è una manipolazione mentale ed emozionale a dir poco allarmante. Sono i giovani ad essere maggiormente colpiti, e sono loro, infatti, a mostrare soprattutto gli effetti dei messaggi perversi di tipo sessuale con i quali vengono bombardati in maniera sempre più invasiva. Naturalmente ogni loro filtro razionale viene superato, purtroppo, senza problemi.

Di messaggi subliminali sono permeati programmi televisivi, videogiochi, riviste, cartelloni pubblicitari e produzioni musicali.

E questa è solo una delle tante armi nell'arsenale degli psicopatici senz'anima e senza coscienza delle corporation che governano il mondo intero, e le cui uniche preoccupazioni sono quelle di ottenere sempre più profitti e di disumanizzare le masse. In che modo? Riducendo l'intera razza umana a un manipolo di narcisisti, invasati, insensibili, apatici, amorali, immorali o "depressi felici" la cui maggior soddisfazione è l'uso della propria carta di credito
.

Solo attraverso lo studio della natura della coscienza e del suo rapporto intimo con il colore, il simbolo, il numero e la parola, possiamo riprendere quel potere che, inconsapevolmente, abbiamo messo nelle loro mani."


Dopo questa breve presentazione non mi resta che consigliarvi di guardare la conferenza sopra postata, e di approfondire la conoscenza degli studi e delle teorie di Michael Tsarion.

Buona visione.

lunedì 13 agosto 2012

La via dell'Adesso


tratto dal blog di Salvatore Brizzi 


http://www.salvatorebrizzi.com/2012/08/la-via-delladesso-parte-2.html


Mettiamola così: questa è una trappola e noi ci siamo caduti dentro.

Ma proprio come topi in trappola – e per giunta poco furbi – invece di impiegare le nostre energie per liberarci dalla trappola, continuiamo caparbiamente a voler raggiungere quel pezzo di formaggio che ci è stato messo sotto gli occhi.
Nonostante proviamo dolore... non abbiamo ancora ben chiaro quale sia l’obiettivo verso cui dobbiamo dirigerci per eliminare quel dolore.

Siamo ospiti di una prigione avveniristica: uno psicopenitenziario che non ha bisogno di sbarre fisiche, in quanto lavora su un’errata percezione della realtà da parte del detenuto; il quale, per assurdo, resta all’interno della prigione per suo stesso volere.
Un meccanismo di clausura perfettamente funzionante perché autogestito dal carcerato stesso.

Seguitemi bene. L’ansia e l’insicurezza che proviamo per il futuro – i due sentimenti che più di altri ci tengono schiavi del Sistema – derivano da una nostra errata concezione: pensiamo che il futuro si trovi in un’altra posizione rispetto a quella che noi stiamo occupando attualmente.

Quando proviamo ansia per ciò che potrebbe accadere ai nostri risparmi o alla nostra famiglia, lo facciamo perché possediamo un’idea di futuro come di un “qualcosa” che non si trova qui, bensì laggiù da qualche parte, “nel futuro” appunto.

Vi assicuro che se riuscite a comprendere quanto sia assurda l’idea di futuro... siete automaticamente liberi. Il mio compito è fare il divulgatore, per cui mi esprimerò nella maniera più chiara che mi è possibile, ma potete esser certi che non è necessario essere filosofi per comprendere questo psico-inganno, un vero e proprio mindfucking.

Percepiamo il futuro come un luogo nello spazio e nel tempo che ci sta già aspettando laggiù, come se esistesse indipendentemente da noi. Quando pensiamo a domani, non ce lo immaginiamo forse come “qualcosa” di predefinito che è già lì ad attenderci? Visivamente ci lasciamo ingannare dal calendario, dove i giorni sono già tutti segnati, scolpiti, in attesa che noi arriviamo a viverli uno dopo l’altro. E non ci viene mai in mente che invece quei giorni non esistono se non nella nostra testa e su un pezzo di carta, ma non nella realtà. Perché nella realtà esiste solo questo Momento, il momento in cui noi guardiamo il calendario. Nella realtà non esiste nemmeno la prossima ora. È ancora tutta da creare.

Fin da tenera età ci hanno abituati a vivere passato e futuro come entità reali, anziché immaginarie. È arrivato il momento di alzarsi in piedi e rivoltarsi contro questa sottile schiavitù operata dal Sistema, il quale tiene le folle asservite in virtù di un inganno della mente, una percezione altamente difettosa della realtà dei fatti.

Non sto dicendo che il futuro non esiste, ma solo che non esiste “nel futuro”. Passato e futuro sono i nomi con cui definiamo altri momenti nei quali eravamo o saremo sempre nel Presente. Non ci è possibile uscire dal Presente per andare verso il futuro, perché mentre ci spostiamo siamo sempre solo nel Presente. Non ci separiamo mai dall’Adesso... è impossibile. Questo fantomatico futuro lo inseguiamo tutta la vita ma non lo raggiungiamo mai e non è mai esistito qualcuno che lo abbia raggiunto.
È tutto un paradosso, lo so, infatti lo scopo non è capirlo mentalmente, bensì intuirlo, come un’improvvisa folgorazione che ti catapulta fuori dal tempo.

Qualunque nostra azione è sporcata dal futuro. Mastichiamo pensando al prossimo boccone, studiamo pensando all’esame, lavoriamo durante il giorno pensando a dove andremo la sera, facciamo sesso solo in funzione del momento dell’orgasmo... Siamo costantemente assorbiti dal futuro che ci attrae come un implacabile magnete. Viviamo inseguendo un futuro immaginario, senza curarci del Momento Presente, l’unico che in verità esiste e dovrebbe essere degno della nostra attenzione.

Proviamo ancora una volta: pensate per un attimo alla cena di stasera. Non è forse vero che percepite “stasera” come un luogo nel tempo che si trova già lì indipendentemente dal fatto che voi ci arriviate o meno? Credete che “stasera” sia un luogo fisico preesistente, non qualcosa che ancora non esiste. Questo è il grande inganno: siete convinti che l’immagine mentale di “stasera” rappresenti qualcosa di reale nel mondo fisico e non solo una proiezione. Ma per quanto ne sapete, “stasera” potrebbe non arrivare mai. E in effetti non arriverà mai, perché quando arriverà sarà il Presente, non il futuro. Sarà sempre Adesso (come direbbe l’attuale simpatica reincarnazione di Meister Eckhart).

Il nostro Presente si ritrova schiacciato – sino a scomparire – fra un passato che lo incalza da dietro e un futuro che lo trascina da davanti. Ma se lasciamo da parte per un attimo le preoccupazioni riguardo le bollette da pagare e ci fermiamo a riflettere sulla nostra condizione esistenziale, ci è possibile comprendere in un lampo intuitivo che ogni nostro riferimento al passato che ricordiamo o al futuro che ci attende... sono solo immagini nella nostra testa, immagini che appaiono e scompaiono sempre nel Presente.

Tutto ciò che possiamo ricordare di quando eravamo bambini, è un’immagine mentale che appare nel Presente. Lo stesso vale per ciò che faremo stasera con gli amici. Non esiste un luogo fisico, chiamato “passato” dove viene conservato ciò che abbiamo vissuto, né un luogo fisico chiamato “futuro” che attende il nostro arrivo. Se realizziamo che non c’è niente di reale là dietro e nemmeno là davanti, allora il passato smette di spingerci e il futuro smette di attirarci. Ci sono solo immagini mentali che si susseguono in un eterno Presente.

La memoria infatti non ci dà mai una conoscenza del reale passato. La memoria è una serie di ricordi che ci sono solo nel Presente. Stiamo sempre osservando una traccia presente del passato. Deduciamo dai ricordi che devono esserci stati avvenimenti nel nostro passato, ma non abbiamo mai consapevolezza diretta di questo fantomatico passato. Inoltre quando ciò che chiamiamo “passato” si è verificato, era un avvenimento presente. Per cui in nessun momento siamo direttamente consapevoli di un passato effettivo.

C’è sempre stato il Presente e ci sarà sempre solo il Presente.

Il Mago è colui che è riuscito in un’impresa titanica: far collassare tutto il tempo nel Presente, uscendo dalla schiavitù della coscienza temporale a cui sono condannati gli altri esseri umani. Realizziamo finalmente che ogni immagine di passato e futuro si trova in realtà sempre dentro il Presente. Allora questo Presente smette di farsi schiacciare dal passato e dal futuro come una sottiletta dentro un sandwich, perde i vecchi confini e diventa il protagonista assoluto... infinito... eterno. Un Presente che contiene tutto.
Siamo evasi dallo psicopenitenziario.