martedì 27 marzo 2012

Controllo delle masse e analfabetismo.


Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
L’articolo, reperibile in vari siti internet, si rifà ad uno studio condotto a suo tempo dall’Istituto Canadese di Statistica in collaborazione con l’ OCSE ed è stato illustrato dal pedagogista Tullio De Mauro. I suoi contenuti sono stati rielaborati di recente da Piero Angela nel suo libro: A cosa serve la politica, Mondadori, Milano 2011.
Scrive Angela: “L’indagine, compiuta su un campione rappresentativo di cittadini, consisteva in 6 questionari concernenti la lettura, la scrittura, e il calcolo.

Le risposte venivano classificate in 5 livelli: il 4° e il 5° livello comprendevano coloro che  avevano conseguito un risultato buono, o ottimo, il 3° livello un risultato mediocre, il 1° e il 2° erano coloro invece a rischio di analfabetismo. Il quadro, in dettaglio,  è il seguente: il 5 per cento della popolazione non arriva neppure al 1° livello, cioè è letteralmente analfabeta. Ciò vuol dire che il numero degli analfabeti in Italia supererebbe nettamente i 2 milioni! In precedenti indagini risultava un numero inferiore (700 mila) ma derivava da un’autodichiarazione, non da un test reale.
Al 1° livello (rischio di analfabetismo) si trova il 33 per cento degli italiani. E un altro 33 per cento si ferma al 2° livello.
Ciò significa che complessivamente oltre il 70 per cento degli italiani (il 71 per cento) non arriva neppure al 3° livello, cioè alla mediocrità!…Solo il 20 per cento si situa nella fascia sopra la mediocrità, e pochissimi raggiungono il 4° e 5° livello”.
L’analisi si presterebbe a mille ed una considerazioni, ma preferiamo soffermarci sulla più elementare. E’ evidente che dei livelli culturali simili non permettono alla stragrande maggioranza delle persone di “orientarsi nella vita” (era questo l’obiettivo dell’indagine), costringendoli a subire l’oppressione di potenti mezzi di informazione che condizionano ogni loro scelta.
Non è forse un caso che, ad esempio in  politica, poche parole d’ordine, ripetute con martellante insistenza abbiano condizionato le masse nell’esprimere un voto che, proprio per queste caratteristiche, non poteva assolutamente definirsi “libero e democratico” come si è cercato di far credere.
Negli anni di piombo (per non allontanarci troppo dal momento attuale) la Democrazia cristiana ha potuto tranquillamente governare, oltre che con i mezzi che deteneva, unicamente barcamenandosi tra gli “opposti estremismi”.
Una volta caduta in disgrazia per una serie di coincidenze la prima repubblica, la Lega e PDL sono  subentrati al vecchio regime promettendo un cambiamento che si fondava su alcune parole d’ordine ampiamente condivise dalla gente (difesa delle identità, liberismo economico, lotta all’immigrazione selvaggia) urlate ai quattro venti da una pletora di media asserviti. Non è cambiato molto con Monti,  portato al potere dai potentati economici internazionali, in un momento in cui la partitocrazia  aveva raggiunto i livelli minimi di gradimento popolare, con la promessa di  “salvare l’Italia dalla bancarotta”; in realtà foraggiando con i soldi dei cittadini i maggiori  responsabili dello sfascio economico e produttivo capitalista.
Le potenti iniezioni di evidenti menzogne non scuotono minimamente una popolazione che, specie di questi tempi, ha altro cui pensare. Inebetito da crisi economica e ignoranza, il popolo crede a tutti i ciarlatani che si profilano volta a volta all’orizzonte. Solo per fare qualche esempio, come può un partito che parla di sovranità e indipendenza della nazione o di parti di essa (Padania),  e come possono partiti di sinistra nati all’ ombra di parole d’ordine come tutela del proletariato o antimperialismo, condividere e foraggiare in ogni parte del mondo  “aggressioni militari” a fine di lucro gabellandole per “missioni di pace”?
Possono. Perché la democrazia non c’è ed il popolo non ha gli strumenti culturali adeguati per opporsi a queste nefandezze.
La soluzione del problema consiste nel riuscire a togliere a questa casta di  usurai, unico e vero nemico dopo la caduta delle ideologie,  il controllo pressoché assoluto dell’informazione, aprendo la strada ad una  crescita culturale ed al ritorno ad un programma di vera socialità. Altrimenti assisteremo ad una ribellione violenta ed inarrestabile di masse sempre più numerose di schiavi in un mondo globalizzato che – forse qualcuno non se n’è ancora accorto – non è più quello degli archi, delle frecce e delle riserve indiane.

giovedì 8 marzo 2012

NOI = La fattoria degli animali


fonte: http://tuttouno.blogspot.com

Non siamo tutti animali in una fattoria circondata da maiali che governano la mente?

"La fattoria degli animali". Un maiale trasforma a suo vantaggio un ideale collettivo in ideale personale.
Di seguito un lungometraggio ispirato al romanzo di George Orwell, l'autore di "1984".  

In questa fattoria apprendiamo come manipolare le folle, creare un nemico fittizio, convincere la gente ad adorare una situazione invivibile, impariamo come arruolare un'armata di soldati crudeli e devoti, creare dei capri espiatori e condannarli a morte per ristabilire il prestigio di Napoleone il Piccolo Padre degli animali.
"Non siamo tutti animali in una fattoria circondata da maiali che governano la mente" ... ? 

Alcuni pensano che "La fattoria degli animali" sia una una critica feroce del comunismo, ma incredilmente, questa storia piena di simboli rispecchia l'attualita' ...

I reali motivi della crisi !


Tele Toscana Nord. I reali motivi della crisi.




Un plauso a TeleToscana Nord per aver mandato in onda questo coraggioso servizio che, in maniera semplice e chiara, analizza i motivi (reali) della cosiddetta "crisi". Un video da vedere e condividere ovunque. Finalmente anche i media locali cominciano a prendere in considerazioni determinate tematiche troppo frettolosomente e boriosamente snobbate e svilite dall'informazione "tradizionale".

martedì 6 marzo 2012

LETTONIA E ARGENTINA: DUE RISPOSTE ALLA CRISI

DI RAMON TRUJILLO
Rebeliòn

La Lettonia ha già vissuto sulla propria pelle le politiche economiche che sono ora implementate in Spagna per far fronte alla crisi. Dal 2007 al 2009 la repubblica baltica è stata spazzata via dalla crisi finanziaria globale e ha subito un crollo del PIL, che è sceso del 24%. Il tasso di disoccupazione è passato dal 5,3% del 2007 al 20,5% all'inizio del 2010 [i].

Prima della crisi, il governo lettone aveva deciso di praticare una svalutazione interna per diminuire il costo della produzione e per incrementare le esportazioni. Così ha ridotto lo stipendio diretto (le retribuzioni dei lavoratori), lo stipendio indiretto (la spesa sociale) e lo stipendio differito (le pensioni). In teoria, la spesa pubblica più bassa avrebbe dovuto ridurre il passivo di bilancio e i salari inferiori avrebbero reso le esportazioni più competitive; in questo modo, si sarebbe riusciti a emergere dalla crisi. Nella pratica, invece, i bassi salari e la sempre maggiore disoccupazione provocheranno una flessione dell'attività economica e delle entrate fiscali, e tale manovra, messa in atto per uscire dalla crisi, impoverirà in modo permanente i cittadini.
Il governo lettone ha tagliato gli stipendi del settore pubblico del 25%, il salario minimo del 20% [ii], lo stipendio degli insegnanti è stato ridotto della metà, le pensioni del 10% e ha ritardato l'età pensionabile, anche se l'aspettativa di vita in Lettonia (65 anni) è di 2,9 anni inferiore alla media dell'Unione Europea. Alla fine dell'estate del 2009 erano stati chiusi una trentina di ospedali pubblici e i pazienti hanno dovuto pagare per il ricovero [iii]. In un solo anno il tasso di suicidi è aumentato del 19% [iv].
Nel 2009 la Lettonia ha avuto il più alto livello di disuguaglianza sociale nella UE [v]. Tre anni prima, quando ancora non era iniziata la crisi, destinava il 12,6% del PIL alla spesa sociale, il livello più basso dell’UE (la cui media era del 26,9% del PIL). Il gettito fiscale della repubblica baltica è di 11,2 punti al di sotto della media europea (29,3% del PIL rispetto al 40,5% del 2008). Ovviamente, la Lettonia non aveva un problema di "eccesso di spesa pubblica" o mancanza di margine per aumentare le entrate.
Ma le autorità lettoni non hanno affrontato la crisi tassando i più ricchi, incrementando il settore pubblico o incentivando la domanda interna. Non hanno nemmeno svalutato la moneta (per abbassare il prezzo dei loro prodotti all'estero e incoraggiare le esportazioni), poiché aspirano ad entrare nell'euro nel 2014, dovendo soddisfare i criteri di Maastricht per il 2012 [vi].
Uno studio condotto dagli economisti Mark Weisbrot e Rebecca Ray sulla svalutazione interna in Lettonia fa un confronto con tredici paesi che hanno svalutato le loro monete per affrontare percorsi di crisi economica tra il 1992 e il 2001. A differenza della Lettonia, che non ha voluto svalutare la propria moneta per poter aderire alla zona euro, gli stati che hanno svalutato le loro valute hanno constatato che, tre anni dopo, i rispettivi PIL erano cresciuti del 6,5% rispetto al periodo precedente alla manovra. Di contro il PIL della Lettonia è diminuito del 21,3%, dopo tre anni dall'inizio della crisi [vii].
È vero che nel 2011 il tasso di disoccupazione lettone era sceso al 14,4%. Ma se non fosse stato per l'emigrazione - pari al 10% della forza lavoro tra il 2009 e il 2011 -, il tasso di disoccupazione avrebbe superato il 20% [viii]. La repubblica baltica sta emergendo dalla crisi con un degrado sociale e un calo della qualità della vita che sicuramente durerà per anni.
Di fronte al modello di svalutazione interna in Lettonia ci si dovrebbe soffermare a esaminare ciò che è successo in Argentina in una situazione simile. La recessione del 1998-2002 portò a un crollo del 21,9% del PIL e fece che la povertà passasse dal 18,2% al 42,3% delle famiglie e che la disoccupazione raggiungesse il 21,5% [ix].
Ebbene, nel dicembre 2001, il governo si rifiutò di pagare il debito e subito dopo svalutò la moneta. Questa misura provocò un calo del PIL di quasi cinque punti nel primo trimestre del 2002, e comportò la perdita degli aiuti dalle banche internazionali e maggiori difficoltà per l’accesso al credito.
Tuttavia, il rifiuto di pagare il debito ha liberato risorse e le ha consentito di poter interrompere l’applicazione delle disastrose politiche economiche imposte dai creditori. Liberatasi dalla tutela del Fondo Monetario Internazionale, l'Argentina ha raggiunto una crescita del 94% del PIL nel periodo 2002-2011, la più alta crescita economica in America [x]. Questo straordinario successo è stato ignorato dai grandi mediainternazionali, perché era dovuto a politiche economiche di sinistra e anche perché ha portato a uno scontro con i poteri finanziari internazionali.
Nel 2007 la povertà era scesa al 16,3% e il tasso di disoccupazione era pari al 9,6%. Inoltre, i salari reali erano cresciuti del 40,1% negli ultimi cinque anni [xi]. Poi, all'inizio del 2010, era impiegata il 55,7% della popolazione in età lavorativa, il più alto livello mai raggiunto dall'Argentina. La disuguaglianza sociale è diminuita e la spesa sociale è quasi triplicata in termini reali, passando dal 10,3% al 14,2% del PIL [xii].
Sfidando l'ortodossia imposta dai mercati, l'Argentina ha dimostrato che era possibile superare la crisi coniugando insieme una forte crescita economica a un miglioramento significativo delle condizioni di vita. Senza inchinarsi ai poteri finanziari, il paese ha deciso di esercitare la sua sovranità e di applicare politiche economiche di sinistra. Esattamente il contrario di quello che hanno fatto i dirigenti della Lettonia, con risultati economici e sociali estremamente negativi.
La risposta di questi due Stati a gravi crisi economiche dovrebbe farci riflettere

lunedì 5 marzo 2012

TAV LA GUERRA DEI DUE MONDI

DI GUIDO VIALE
ilmanifesto.it



Quello in atto in Valle di Susa è un autentico «scontro di civiltà»: la manifestazione di due modi contrapposti e paradigmatici di concepire e di vivere i rapporti sociali, le relazioni con il territorio, l'attività economica, la cultura, il diritto, la politica. Per questo esso suscita tanta violenza da parte dello stato - inaudita, per un contesto che ufficialmente non è in guerra - e tanta determinazione - inattesa, per chi non ne comprende la dinamica - da parte di un'intera comunità. Quale che sia l'esito, a breve e sul lungo periodo, di questo confronto impari, è bene che tutte le persone di buona volontà si rendano conto della posta in gioco: può essere di grande aiuto per gli abitanti della Valle di Susa; ma soprattutto di grande aiuto per le battaglie di tutti noi.

Da una parte c'è una comunità, che non è certo il retaggio di un passato remoto, che si è andata consolidando nel corso di 23 anni di contrapposizione a un progetto distruttivo e insensato, dopo aver subito e sperimentato per i precedenti 10 anni gli effetti devastanti di un'altra Grande Opera: l'A32 Torino-Bardonecchia. 

Gli ingredienti di questo nuovo modo di fare comunità sono molti. Innanzitutto la trasparenza, cioè l'informazione: puntuale, tempestiva, diffusa e soprattutto non menzognera, sulle caratteristiche del progetto. Un'informazione che non ha mai nascosto né distorto le tesi contrarie, ma anzi le ha divulgate (a differenza dei sostenitori del Tav), supportata da robuste analisi tecniche ed economiche: gli esperti firmatari di un appello al governo Monti perché receda dalle decisioni sul Tav Torino-Lione sono più di 360; significativo il fatto che un Governo di cosiddetti «tecnici» il parere dei tecnici veri non lo voglia neppure ascoltare. Poi c'è stata un'opera capillare di divulgazione con il passaparola - forse il più potente ed efficace degli strumenti di informazione - ma anche con scritti, col web (i siti del movimento sono molti e sempre aggiornati) e col sostegno di alcune radio; ma senza mai avere accesso - in 23 anni! - alla stampa e alle tv nazionali, se non per esserne denigrati. Secondo, il confronto: il movimento non ha mai esitato a misurarsi con le tesi avverse: nei dibattiti pubblici - quando è stato possibile - nelle istituzioni; nelle campagne elettorali; nelle amministrazioni; nel finto «Osservatorio» messo in piedi dal precedente governo e diretto dall'architetto Virano, che non ha mai avuto il mandato di mettere in discussione l'opera ma solo quella di imporne comunque la realizzazione. 

Strana concezione della mediazione! La stessa del ministro Cancellieri: «Discutiamo; ma il progetto va comunque avanti». E di che si discute, allora? Grottesca poi - ma è solo l'ultimo episodio della serie - è la fuga congiunta da incontro con una delegazione del parlamento europeo del sindaco di Torino e dei presidenti di provincia e regione Piemonte il 10 febbraio scorso. Ma ne risentiremo parlare. Il terzo elemento è il conflitto: non avrebbe mai raggiunto una simile dimensione e determinazione se l'informazione non avesse avuto tanta profondità e diffusione. Ma sono le dure prove a cui è stata sottoposta la popolazione ad aver cementato tra tutti i membri della cittadinanza attiva della valle rapporti di fiducia reciproca così stretti e solidi. Il quarto elemento è l'organizzazione, strumento fondamentale della partecipazione popolare: i presìdi, numerosi, sempre attivi e frequentati, nonostante le molteplici distruzioni di origine sia poliziesca che malavitosa; le frequenti manifestazioni; i blocchi stradali; le centinaia di dibattiti (non solo sul Tav; anzi, sempre di più su problemi di attualità politica e culturale nazionale e globale) che vedono sale affollate in paesi e cittadine di poche centinaia o poche migliaia di abitanti; la presentazione e il successo di molte liste civiche; la rete fittissima di contatti personali nella valle; il sostegno che il movimento ha saputo raccogliere e promuovere su tutto il territorio nazionale: Fiom, centri sociali, rete dei Comuni per i beni comuni, movimento degli studenti, associazioni civiche e ambientaliste, mondo della cultura, forze politiche (ma solo quelle extraparlamentari); ecc. 

La scorsa estate si è svolto a Bussoleno il primo convegno internazionale dei movimenti che si oppongono alle Grandi Opere, con la partecipazione di una decina di organizzazioni europee impegnate in battaglie analoghe: un momento di elaborazione sul ruolo di questi progetti nel funzionamento del capitalismo odierno e un contributo sostanziale alla comprensione del presente. Infine quel processo ha restituito peso e ruolo a un sentimento sociale (o «morale», come avrebbe detto Adam Smith) che è il cemento di ogni prospettiva di cambiamento: l'amore; per il proprio territorio, per i propri vicini, per il paese tutto; per i propri compagni di lotta e la propria storia; per le trasformazioni che questa lotta ha indotto in tutti e in ciascuno; persino per i propri avversari, anche i più violenti. Non a caso Marco Bruno, il manifestante NoTav messo alla berlina da stampa e televisioni nazionali per il dileggio di cui ha fatto oggetto un carabiniere in assetto di guerra (ma, come è ovvio, lo ha fatto per farlo riflettere sul ruolo odioso che lo Stato italiano gli ha assegnato) ha concluso il suo monologo con questa frase, registrata ma censurata: «comunque vi vogliamo bene lo stesso». E i risultati? Rispetto all'obiettivo di bloccare quel progetto assurdo, zero. O, meglio, il ritardo di vent'anni (per ora) del suo avvio. Ma quella lotta ha prodotto e diffuso tra tutti gli abitanti della valle saperi importanti; un processo di acculturazione (basta sentire con quanta proprietà e capacità di affrontare questioni complesse si esprimono; e poi metterla a confronto con i vaniloqui dei politici e degli esperti che frequentano i talkshow); una riflessione collettiva sulle ragioni del proprio agire. Ha creato uno spazio pubblico di socialità e di confronto in ogni comune della valle. Ha permesso di rivitalizzare una parte importante delle proprie tradizioni. Ha unito giovani, adulti, anziani e bambini, donne - soprattutto - e uomini in attività condivise che non hanno uguale nelle società di oggi. Ha allargato gli orizzonti di tutti sul paese, sul mondo, sulla politica, sull'economia (altro che «nimby»! Il «Grande Cortile» della Valle di Susa ha spalancato porte e finestre sul mondo e sul futuro di tutti). Ha creato e consolidato una rete di collegamenti formidabile. Ha ridato senso alla politica, all'autogoverno, alla partecipazione: per lo meno a livello locale. Ha aiutato tutti a sentirsi più autonomi, più sicuri di sé, più cittadini di una società da rifondare. Infine, e non avrebbe potuto accadere che in un contesto come questo, ha messo in moto un movimento di gestione etica e ambientale delle imprese, riunite in un'associazione, «Etinomia», che conta in valle già 140 adesioni, e che rappresenta la dimostrazione pratica di come la riconquista di spazi pubblici autogestiti sia la condizione di un'autentica conversione ecologica. E dall'altra parte? Schierati contro il movimento NoTav ci sono la cultura, l'economia, la metafisica e la violenza delle Grandi Opere: la forma di organizzazione più matura raggiunta (finora) del capitalismo finanziario: la «fabbrica» che non c'è più, divisa in strati e dispersa in miriadi di frantumi. Le caratteristiche di questo modello sociale, che ritroviamo tutte nel progetto Torino-Lione, sono state esemplarmente enucleate da Ivan Cicconi ne Il Libro nero dell'alta velocità (Koiné; 2011) e qui mi limito a richiamarle per sommi capi. La «Grande Opera» è innanzitutto un intervento completamente slegato dal territorio su cui insiste, indifferente alle sue sorti prima, durante e soprattutto dopo la fine dei lavori, quando, compiuti o incompiuti che siano, li abbandona lasciando dietro di sé il disastro. Non è importante che sia utile o redditizia. Col Tav Milano-Torino dovevano correre, su una linea dedicata ed esclusiva, 120 coppie di treni al giorno; ne passano 9: quasi sempre vuoti. L'importante è che la «Grande Opera» si faccia e che alla fine lo stato paghi. E' una grande consumatrice di risorse a perdere: suolo, materiali, energia, denaro (ma non di lavoro, comunque temporaneo e per lo più precario, che a lavori conclusi viene abbandonato a se stesso insieme al territorio). Per questo ha bisogno di grandi società di gestione e di grandi finanziamenti, cioè del coinvolgimento diretto di banche e alta finanza (il ministro Corrado Passera ne sa qualcosa); non per assumersi l'onere della spesa, ma solo per fare da schermo temporaneo a un finanziamento che alla fine ricadrà sul bilancio pubblico E' il modello del project financing , l'apogeo dell'economia finanziaria che ci ha portato alla crisi, inaugurato trent'anni fa dall'Eurotunnel sotto la Manica. 

Quanto al Tav, le tratte Torino-Milano-Roma-Salerno dovevano essere finanziate almeno per metà dai privati; il loro costo, lievitato nel corso del tempo da 6 a 51 miliardi di euro (ma molti costi sono ancora sommersi e, una volta completate le tratte in progetto, supereranno i 100 miliardi) è stato interamente messo a carico dello Stato (cioè del debito pubblico). Ma per il Tav in Valle di Susa non si parla più di project financing : la fretta è tale che si dà inizio ai lavori senza sapere dove prendere i soldi. Si aspettano quelli dell'UE, che forse non verranno mai, spacciando questa attesa per un impegno «imposto dall'Europa». Ma perché quei costi sono quattro volte quelli di tratte equivalenti in Francia o in Spagna? E' il «Grande Segreto» delle nostre «Grandi Opere»: il subappalto. Le Ferrovie dello stato hanno affidato - in house , cioè senza gara - la realizzazione dell'intero progetto a Tav Spa, sua filiazione diretta. TavSpa, sempre senza gara, ha affidato il progetto a tre General contractor (le tre maggiori società italiane all'epoca: 1991), tra cui Fiat. Fiat ha fatto il progetto della Torino-Milano e ne ha affidato la realizzazione a un consorzio della sua - allora - controllata Impregilo (quella dei rifiuti in Campania e del disastro ambientale in Mugello). Impregilo ha diviso i lavori in lotti e li ha affidati, senza gara, a una serie di consorzi di cui lei stessa è capofila; e questi hanno affidato a loro volta le forniture e le attività operative a una miriade di ditte minori, attraverso cui hanno fatto il loro ingresso nella «Grande Opera» sia il lavoro nero che la 'ndrangheta: la stessa, ben insediata a Bardonecchia, che da tempo aspetta l'inizio dei lavori sulla Torino-Lione e ha già ampiamente contrattato (vedi l'inchiesta giudiziaria Minotauro) il voto di scambio con i principali partiti della Regione. I lavori che all'ultima ditta della catena vengono pagati 10 Fiat li fattura a TavSpA a 100. La differenza è l'intermediazione dei diversi anelli della catena, tra cui non mancano partiti e amministrazioni locali. Ecco che cos'è la «crescita» affidata alle «Grandi Opere». Ed ecco perché per imporre una soluzione del genere occorre occupare militarmente il territorio. E perché ci vuole un Governo «tecnico».
Così Monti è il benvenuto. 

Guido Viale
Fonte: www.ilmanifesto.it
4.03.2012

USA PERCHÉ NESSUNO È ANDATO IN GALERA ?


PERCHÉ NESSUNO È ANDATO IN GALERA ?


Secondo l’accordo firmato da cinquanta stati sul pignoramento ipotecario, i contribuenti americani possono smettere di pagare miliardi di ammende che dovrebbero essere pagate dalle banche. Questo è il succo di un articolo apparso in prima pagina sul Financial Times di martedì 17 febbraio. Il citatissimo articolo di Shahien Nasiripour mostra come le cinque banche che dovrebbero essere colpite dagli effetti di questo accordo - Bank of America, JPMorgan Chase, Citigroup, Wells Fargo e Ally Financial - potranno utilizzare il programma di modifiche sulle ipoteche di Obama (HAMP) per ridurre l’ammontare dei debiti e “ricevere pagamenti in contanti fino a 63 centesimi per dollaro, per ogni dollaro di prestiti insolventi”.

Ma non è tutto, se i creditori rispettano i pagamenti dopo che i loro mutui sono stati ristrutturati, le banche possono essere qualificate a ricevere ulteriori fondi che (secondo il FT) “possono diventare un profitto per le banche secondo persone che hanno familiarità con le modalità di pignoramento”.
E quindi? Affidiamoci all’amministrazione Obama pro-banche per veder trasformata una sanzione in un colpo di fortuna. In effetti, l’accordo aiuterà le banche a evitare perdite sui mutui che sono ampiamente sovrastimati nei loro libri mastri e che erano probabilmente destinati in ogni caso al pignoramento. I contribuenti dovranno sborsare i soldi per le forti svalutazioni che permetteranno alle banche di esigere ancora maggiori tributi dai proprietari in difficoltà. Ma che razza di sanzione è questa?
Così Mark Gongloff riassume il tutto per l’Huffington Post:
“Le banche prenderanno soldi dai fondi statali - che diventano un incentivo per depennare i mutui - in base a un accordo che avrebbe dovuto punirle per la loro cattiva condotta. Le banche hanno ottenuto il denaro dei contribuenti fino ad oggi grazie a programmi di modifica dei mutui come l’HAMP: 615 milioni di dollari fino ad ora. Questi incentivi sono stati triplicati il 28 gennaio solo qualche giorno prima dell’annuncio dell’accordo sui mutui, facendo apparire l’affare ancora più vantaggioso per le banche.”
“Non si può dire che questo accordo sia in alcun modo punitivo o funga da deterrente, se i soldi andranno dai contribuenti alle casse delle banche a partire secondo i termini dell’accordo”, ha detto il Professore di diritto della New York University, Neil Barofsky, ex ispettore generale del Troubled Asset Relief Program”. (“Mortgage Foreclosure Settlement: Who Pays?”, Huffington Post).
Chiaramente nessuno sa quanti incentivi e benefici intascheranno le banche, dato che la copia scritta dell’accordo non è stata ancora pubblicata. Noi crediamo che le banche ne usciranno intonse e i cinquanta procuratori generali finiranno per sembrare dei pazzi per aver cantato vittoria troppo presto.
Tenete presente che le banche sono in bilico in realtà solo per cinque miliardi di dollari. Il resto dell’accordo da 25 miliardi sarà addossato agli investitori in titoli collegati ai mutui(MBS), molti dei quali sono pensionati. Saranno loro a venire schiacciati, mentre chi ha perpetrato questo crimine nazionale rimarrà impunito.
Vale anche la pena di ripetere di cosa stiamo realmente parlando, una frode su scala industriale diretta a milioni di persone le cui vite sono state distrutte dalle banche. Qui c’è un estratto di un articolo della Reuters che permette di mettere il tutto a fuoco:
Un report di questa settimana ha mostrato come il dilagante abuso di pignoramenti a San Francisco rifletta livelli analoghi di usura e di false documentazioni in tutti gli Stati Uniti, così affermano esperti e ufficiali che hanno condotto studi in altre parti del paese.
La verifica contabile di circa 400 pignoramenti a San Francisco ha rilevato che l’84% di questi sono illegali, secondo lo studio pubblicato martedì dal California City.
“La verifica di San Francisco è la più dettagliata e onnicomprensiva che sia stata condotta, ma è verosimile che questi numeri possano essere estesi alla nazione”, ha dichiarato alla Reuters Diane Thompson, procuratrice al National Consume Law Center.
Partendo dalla Carolina per estendere il lavoro a tutta la nazione, Jeff Thingpen, addetto alla registrazione dei debiti nella contea di Guildford nella North Carolina, ha esaminato lo scorso anno 6.100 documenti ipotecari, dai contratti di mutuo alle notifiche di pignoramento.
Di questi documenti, creati fra il gennaio 2008 e il dicembre 2010, 4,500 hanno evidenziato irregolarità nelle firme, un segno inequivocabile della pratica illegale della robo-firma dei documenti.” . (“Foreclosure abuse rampant across U.S., experts say”, Reuters).
Ricapitoliamo: “l’84% sembra sia illegale […] e questi numeri possono essere estesi alla nazione.”
Quindi, perché stiamo parlando di accordi sul pignoramento ipotecario invece di processi ai criminali? Perché nessuno è andato in galera a fronte di queste prove?
Vedete: le banche hanno pignorato case che non possedevano nemmeno legalmente. Questo vuol dire “robo-firmare”. Accetteresti mai duemila miseri dollari per essere sbattuto fuori di casa, in strada da qualcuno che non possiede neanche l’ipoteca? Ovviamente, no.
Nove milioni di case sono state pignorate dal 2007, e ce ne saranno altri nove milioni prima che sia tutto finito. I proprietari di case hanno perso otto trilioni di dollari in valore immobiliare (negli ultimi quattro anni) e undici milioni di persone sono con l’acqua alla gola per i pignoramenti. È una cosa senza precedenti. Tutto questo è il risultato di una frode.
Dimenticate il piano sui pignoramenti ipotecari. Non significa nulla. Qualcuno deve andare in galera. È l’unica cosa che conta.
MIKE WHITNEY vive nello stato di Washington. Ha collaborato con “Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion”, in uscita per AK Press. Potete scrivergli al: fergiewhitney@msn.com